Abitare le città storiche, patrimoni viventi

Roberto Budini Gattai

È uscito a febbraio il libro Une ville à habiter. Espace et politique à Saint-Macaire en Girondedi Ilaria Agostini e Daniele Vannetiello, con prefazione di Alberto Magnaghi (ed. Eterotopia France). Si tratta di un’inchiesta che, in tempi di “valorizzazioni” di beni pubblici e di “smart city”, indaga su quello che la cultura dominante potrebbe considerare un “crimine” urbanistico e politico imperdonabile: il recupero dell’antica cittadina di Saint-Macaire, sul fiume Garonna, ribellatasi alla conquista – diciamolo pure, predatoria – da parte dell’industria turistica. “Non vogliamo essere esclusivamente dipendenti dal turismo: le città che si consacrano al turismo ne diventano schiave” (si dice in un colloquio riportato nel testo). Dalla metà degli anni sessanta attraverso fasi di autogoverno e, in seguito, con un visionario governo comunale, si è generata un’esperienza rara, si legge nell’introduzione, “di democrazia diretta e di sostanziale pianificazione dal basso” – “un progetto concepito insieme alla popolazione”, precisa il sindaco – attuando in tal modo “un progetto urbanistico solidale con il progetto sociale”. (Ce n’è davvero abbastanza per una denuncia!). Inoltre, in premessa gli autori avvertono che i macariani (quei sovversivi!) si sono accorti dell’importanza “del divenire insieme, del conferirsi vicendevolmente – tra viventi e spazio edificato – competenze e capacità”. Insomma, di “quell’arte del formarsi insieme, del farsi collettivamente” che Donna Haraway chiama “simpoiesi”. Questa “complessità di senso” che sta nell’abitare la città (attualmente un paese, un village) “è stata compresa precocemente a Saint-Macaire” dove hanno capito quanto sia importante riconquistarla e difenderla (ecco il pericolo!).

A questo punto gli autori si chiedono se la loro inchiesta possa “contribuire ad aprire uno spiraglio di possibilità future per le città storiche” nella direzione in cui una “eredità costruita” possa diventare “patrimonio vivente”. (Insubordinazione degli stessi inquirenti!). Molto più di uno spiraglio si apre leggendo increduli la concatenazione dei fatti e delle idee che mostrano l’alternativa realizzata alla ‘turistificazione’ coatta.

La definizione di patrimonio vivente è direttamente connessa al significato della parola abitare che troviamo nel titolo di questo prezioso libro. Dice Martin Heidegger: “Abitare è anche soffermarsi, rimanere, un’attività che gli esseri umani svolgono insieme a molte altre attività […] il rapporto tra uomo e spazio non è altro che l’abitare”, e ancora “quando pensiamo al rapporto tra luogo e spazio, ma anche al rapporto tra uomo e spazio, una luce cade sulla natura delle cose che sono luoghi.” Ora è solo la configurazione della città antica che governa la disposizione dei luoghi (il significato, la loro “natura”) e che dà forma a un sistema di valori irripetibili. In essa “ogni edificio è pensato in stretta relazione con lo spazio urbano in modo tale che la continuità promuova l’unità urbanistico-architettonica e istituisca il principio stesso di relazione tra i luoghi ai quali attribuiamo oggi significati che esprimono la qualità urbana.” (G.F. Censini, Il senso del progetto, 2004). Quella qualità che si avverte anche senza conoscere la forma, tantomeno la genesi, ma che fa così gola alla rendita delle immobiliari multinazionali, agli intercettatori di seconde case, a coloro che commercializzano la città-museo e la paralizzano (da una intervista nel libro) e che un sempre crescente gruppo di cittadini/e di Saint-Macaire, protagonisti di questo libro-inchiesta, ha combattuto con successo da alcuni decenni.

La ricognizione degli autori lungo quei decenni offre una quantità di spunti teorici e di pratiche teoriche, di documenti e di azioni esemplari. Ad esempio là dove si riporta che, a partire da un verso di René Char: “Notre héritage n’est précedé d’aucun testament,” Hannah Arendt dice la necessità di preservare il patrimonio (storico) che “tuttavia non è incapsulato in un destino di potere, di gerarchie, di discriminazioni; per questo motivo il destino di quegli edifici dove storicamente è stato esercitato il potere, anche violento e coercitivo, può cambiare di segno, passando in mano pubblica per usi collettivi, incrementali, emancipatori” (pag. 22). Un tema ricorrente, sottostante, ripreso e assimilato dagli attori di questa riabilitazione urbana per inquadrare e orientare la discussione sulla opportunità di collocare la scuola primaria nello Chateau de Tardes affacciato sulla Garonna: “un lusso per tutti”, “un innalzamento della qualità della vita dei cittadini”. E ancora nella discussione sulle ri-destinazioni d’uso di palazzi o edifici religiosi come le prieuré Saint-Sauveur dove ha inizio il recupero della città, ma che si pone in ogni città storica dove gli amministratori non siano i soliti officianti del lusso e delle sue pompe. Un’altra proposizione interessante viene dal Sindaco architetto, figura centrale del salvataggio, nel ruolo di doppio progettista dello spazio politico e della reinterpretazione dello spazio fisico. In dialogo con gli autori sostiene che in urbanistica come in architettura, “si fa la regola e poi il progetto, ma la regolamentazione non è l’anima del progetto, è l’inverso: si regolamenta solo perché si fa un progetto e si ritiene che vale la pena regolamentare”. Ancora una dimostrazione lampante che un piano deve essere preceduto da un progetto; un principio da estendere a tutte le buone pratiche sociali e politiche da fare insieme.

Tra le tante sollecitazioni di questa ricerca che nello scorrere si fa racconto, una in particolare fa luce sul senso psicologico e filosofico del faticoso ricostruire dell’abitare la città antica. Gli autori la fanno sgorgare dalle parole di Simone Weil sulla partecipazione all’uso e al godimento dei beni collettivi come primarie “esigenze dell’anima” che fa sì che “ciascuno si sente personalmente proprietario dei monumenti pubblici, dei giardini, della magnificenza dispiegata nelle cerimonie”. È quel sentimento che anima i giovani che restaurano ciò che resta dell’antico chiostro del prieuré: “castellani del villaggio senza possederlo, ma usandolo a volontà e sentendosi ricchi per questo”. Un pensiero in estensione che fa pensare a molti dei ritornati in paese, che “la gestione municipale sia faccenda di tutti” come si legge in un giornale locale in vista di elezioni, per rivendicare una vita municipale pienamente democratica, non limitata al momento elettorale. Questione terribilmente attuale per chi si affaccia alla vita pubblica o pratichi attività collettive quali, in Italia, i centri sociali autogestiti. Avviandoci alle conclusioni non si può non soffermarsi sull’immaginario mobilitante, sul ruolo cioè della fiaba, della saga, del mito mobilitante che spinge gli abitanti a sentirsi in un “pays de connaissance” che li sospinge a progettare e mantenere spazi desiderabili tali da attrarre abitanti; dove il “patrimonio,” salvato nelle pietre, può vivere in armonia con i bisogni contemporanei, può “convincere cioè che si può abitare un monumento”.

Gli Annexes (Appendici) sciolgono questa densa accumulazione di dati e riflessioni in una lezione-racconto di urbanistica epica del Sindaco, protagonista di lungo corso della “Reutilisation non marchande du patrimoine urbain à Saint-Macaire”, un pezzo magistrale.

Poi i coinvolgenti i Dialoghi (Entretiens) con gli abitanti di lunga data e quelli più recenti, sui temi che percorsi dal libro, scelti attraverso i loro ricordi, attraverso la sensibilità e le variegate relazioni con la città che rinasce. Sono racconti che ti mostrano da vicino la parte “vivente” di una vicenda molto speciale.

Un solo rimpianto: una carta dove ritrovare facilmente i luoghi e un formato adatto alle belle immagini, forse in una prossima edizione; o un viaggio.


Articolo pubblicato su casadellacultura.it il 2 settembre 2022. Fotografia da Wikimedia Commons.

 

 

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