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Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

Teresa Panzarella, “Surgelati”, la rock-novel sulla tragedia dei migranti diventa un fumetto grazie a un crowdfunding

Raccontare il fenomeno dell’immigrazione fondendo insieme musica, parole e fumetto. È il singolare progetto editoriale a 14 mani frutto della collaborazione fra lo scrittore bolognese Wu Ming 2, il gruppo rock

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Battista Sangineto, La secessione leghista, il sudismo ed il Sud

L’opposizione “differenziata” del PD ed il silenzio dei 5stelle

L’ Osservatorio del Sud, già il 24 ottobre 2018, metteva in guardia, con un Appello, l’opinione pubblica riguardo alla strisciante secessione da parte del Nord, da parte dei ricchi. L’appello,

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Silvia Mazza, Se Antonello da Messina viene offeso nella sua stessa terra

Perché scrivere di una mostra all’indomani della sua chiusura? Può essere utile, se l’obiettivo non è quello «tradizionale» di una recensione, allo scopo di incentivare le visite o scoraggiarle, ma quello di iniziare a pretendere che ai visitatori vengano riconosciuti dei diritti, equiparandoli

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Sandro Roggio, Elezioni in Sardegna, latte e urbanistica

In Sardegna si vota tra un mese per il rinnovo del Consiglio della Regione. Le manifestazioni dei pastori e il latte versato nelle strade e nelle piazze hanno Continue reading “Sandro Roggio, Elezioni in Sardegna, latte e urbanistica”

NO alla morte dell’Italia unita

In poche ore centocinquanta intellettuali, fra storici dell’arte, archeologi, urbanisti, scrittori, saggisti hanno sottoscritto con appassionata convinzione l’appello lanciato dal Comitato per la Bellezza Continue reading “NO alla morte dell’Italia unita”

Tomaso Montanari, Un hotel nella villa Medicea. Con lo zampino di Lotti

Montelupo Fiorentino – Il piano per affidare la gestione dell’Ambrogiana ad un privato, in barba ai cittadini 

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Rita Paris, Parco Archeologico dell’Appia Antica: un problema o una risorsa

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica, creato nel 2016 dal Ministero come Istituto dotato di autonomia speciale, stenta ancora, dopo due anni e mezzo di vita, a funzionare.  Le competenze assegnate dal decreto sono importanti: la tutela mista, ossia archeologica, paesaggistica, architettonica e storico artistica, i beni in consegna, come la Via Appia Antica fino a Frattocchie di Marino, gli Acquedotti, Villa dei Sette Bassi, le Tombe della Via Latina, l’Antiquarium di Lucrezia Romana e i complessi di Cecilia Metella con il Castrum Caetani, Capo di Bove, Villa dei Quintili e Santa Maria Nova, oltre agli innumerevoli monumenti che fiancheggiano la strada.  Il Direttore è inoltre responsabile del progetto di valorizzazione dell’intero tracciato della strada fino a Brindisi. 

Il museo all’aperto consacrato come tale dai restauri e dall’assetto ideati e realizzati da Luigi Canina, per volere del Governo Pontificio, nella metà dell’ottocento, che attirava visitatori da tutto il mondo, esempio straordinario di conservazione sul posto dei reperti antichi, ha subito molte ferite e poca attenzione in generale dalle amministrazioni pubbliche. Per questo l’Appia è stata oggetto di particolare interesse da parte di personaggi illustri, della società civile, di Associazioni, pima tra tutte Italia Nostra, e di Antonio Cederna che ne ha fatto la battaglia principale della propria vita, tra le tante a cui ha voluto dedicare scritti, denunce, inchieste.  

Che all’Appia spettasse la definizione di Parco Archeologico era giusto anche per l’esistenza di un Parco Regionale che, dal 1997, è incluso tra le aree protette della Regione Lazio, le cui competenze, evidentemente e indiscutibilmente, non possono sostituire quelle dello Stato, per la tutela e per la gestione complessa del patrimonio culturale e paesaggistico. Questa gestione si attua attraverso una serie di azioni che sono inscindibili e integrate, gli scavi e la ricerca archeologica, i restauri, la cura della conservazione, la crescita della conoscenza, attraverso l’opera di professionisti formati da studio ed esperienza.

Nell’arco degli ultimi vent’anni l’Appia, fino al 2016 inclusa nelle competenze della ex Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, ha potuto usufruire dei finanziamenti della stessa – il cui bilancio era sostanzioso per gli introiti del Colosseo in particolare – e di alcune leggi speciali come quella del Grande Giubileo del 2000 e del Piano Nazionale per l’Archeologia, trasformandosi in un laboratorio continuo di attività, di scoperte, di nuove acquisizioni (Capo di Bove, S. Maria Nova) di realizzazioni di mostre ed eventi culturali, come il Festival dal Tramonto al Appia, che hanno fatto comprendere al mondo scientifico internazionale e alla comunità civile quale grande risorsa l’Appia possa essere, sia come campo comune di applicazione, sia come luogo da vivere nella sua eccezionalità. La Via Appia ha in parte recuperato la propria dignità con i monumenti aperti al pubblico. 

L’assenza della definizione di Parco Archeologico, prima del 2016, a fronte della presenza di un Parco Regionale/area naturale protetta, ha fatto sì che si affermassero una gestione e un uso di questo ambito e della strada stessa (la regina viarum!) piuttosto come spazio libero (dove è di proprietà pubblica), per quelle attività tipiche di un parco naturalistico che, se pur gradevoli, hanno avuto l’effetto di allontanare l’approccio con il valore speciale di luogo dove conoscere la storia e le trasformazioni del territorio attraverso i secoli. Basti pensare a quello che sono in grado di raccontare i siti di Villa dei Quintili con S. Maria Nova, o il Mausoleo di Cecilia Metella con il Castrum Caetani: i fenomeni del Vulcano Laziale con la colata lavica, la strada antica nell’epoca romana, il medioevo, le proprietà ecclesiastiche e l’uso del territorio, il Rinascimento, le scoperte e la ricerca archeologica, fino alla storia moderna del novecento con le grandi guerre, il boom economico, il cinema e le ville dei personaggi dello spettacolo che hanno scelto l’Appia quale luogo esclusivo, vicino all’aeroporto di Ciampino, a Cinecittà e al centro di Roma.

Ma il Parco Archeologico dell’Appia Antica che conserva questa eredità secolare, stenta anche solo a mantenere il proprio patrimonio monumentale e arboreo senza i finanziamenti necessari alla conservazione innanzitutto, attraverso un progetto di manutenzione costante e quindi alla crescita graduale del patrimonio nella disponibilità pubblica con l’acquisizione di monumenti, abbandonati dentro proprietà private che necessitano di restauri e studi per poter essere poi offerti al godimento pubblico, oltre che al mondo scientifico.

Un piano strategico ha segnato la strada da seguire affinché i risultati conseguiti non rimangano isolati e siano create le condizioni per mettere in collegamento i siti archeologici e la strada nel suo sviluppo con la città, creando alternative alle auto private, migliorando il servizio di trasporto pubblico e con punti di sosta ai margini.   

Il Parco Archeologico, dopo due anni e mezzo, come “l’Ebreo errante”, ancora non dispone di luoghi di lavoro decorosi e a norma per accogliere i funzionari e i lavoratori tutti, per creare i servizi e gli archivi alla base di ogni struttura che deve gestire la tutela, il patrimonio e produrre, conservare e rendere disponibili i dati della conoscenza. Chi aveva scelto di far parte di un grande progetto di tutela, valorizzazione e crescita di un patrimonio così unico e prezioso, si trova a doversi arrangiare quotidianamente per poter conquistare una postazione di lavoro in veste di ospite, perché all’istituto non sono ancora stati assegnati uffici, neppure sulla carta.

Forse un destino incombe sull’Appia e il pensiero va alle parole di Antonio Cederna: “una chiave, chiedo solo una chiave”, quando per anni fu lasciato senza una sede per far funzionare l’allora azienda del Parco Regionale. L’archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato, è conservato a Capo di Bove e in gran parte riversato nel sito www.archiviocederna.it, archivio che ha interrotto da tempo la propria fervida attività per totale assenza di risorse.  Rivolgiamo allora virtualmente un appello a Cederna che vigili affinché l’Appia, ora Parco Archeologico, non sia trattata in questo modo, un peso per la stessa amministrazione che lo ha creato e dotato di una autonomia finanziaria che non possiede, di fatto un istituto di serie C, non degno di considerazione, forse perché non è in grado di “fare cassa”. 

E’ proprio, invece, alle situazioni più complesse che si sarebbero dovute garantire le condizioni migliori per affrontare un lavoro difficile per un patrimonio immenso, dotando l’istituto di finanziamenti e strutture. Invece il Parco Archeologico dispone solo degli spazi (anche per alcune postazioni di lavoro) nei siti acquisiti negli ultimi vent’anni nell’ottica di una gestione lungimirante che sembra ora destinata a un drastico ridimensionamento. Un appello reale invece va rivolto al Ministero che ha da poco messo a bando la posizione del nuovo direttore del Parco, che sarà selezionato a breve (tra i 99 che hanno fatto richiesta) affinché rivolga la propria attenzione, più volte richiesta, alla condizione di questo istituto, assumendo la responsabilità sul destino che vuole assegnare all’Appia.   

 

5.02.2019

 

Tomaso Montanari, Quel sindaco condannato per aver salvato gli affreschi

Se c’è una storia capace di raccontare l’Italia di oggi, ebbene è questa. Il 25 aprile dell’anno scorso il sindaco di Matelica, munito di fascia tricolore e orgoglio istituzionale, va a Visso, perla dei Monti Sibillini e paese martire del terremoto del 2016, per celebrare la Liberazione. Arrivato su, si accorge che le celebrazioni sono due: quella dell’Anpi, e la contromanifestazione revisionista organizzata dal sindaco leghista.

Preso dallo sconforto, il sindaco si ricorda di essere uno storico dell’arte, specialista proprio della pittura rinascimentale di quella sua terra, e cerca di ‘distrarsi’ andando a vedere a che punto fosse la messa in sicurezza (a un anno e mezzo dal sisma!) della devastata chiesa di Santa Maria in Castellare, nella frazione Nocelleto di Castelsantangelo.

 

Qua Alessandro Delpriori si mette le mani nei capelli, e rimpiange il sindaco leghista. Le macerie – cioè i frammenti di affreschi rinascimentali – vengono rimosse con la ruspa, nella volontaria distruzione di una storia e di una memoria senza eguali. Delpriori scatta le fotografie (che vedete), condivide con i colleghi l’amarezza per l’eclissi totale del ministero per i Beni Culturali allora guidato da un esponente del suo stesso Pd, Dario Franceschini (un’eclissi per nulla interrotta dall’avvento del pentastellato Alberto Bonisoli).

 

Ovviamente, Delpriori scrive una lettera alle istituzioni, segnalando lo sfascio. Mentre la Regione tiene conto della denuncia, e appalta il restauro a un’altra ditta, la reazione di chi avrebbe la responsabilità della tutela è singolare: al Segretariato regionale delle Marche del Mibac non importa che questo cantiere fosse aperto a chiunque, e che fosse già in corso una tranquilla sottrazione di rovine pregiate della chiesa. Il punto è punire l’intrusione non autorizzata: e sporge denuncia alla procura della Repubblica. L’epilogo è di questi giorni: il sindaco storico dell’arte si vede condannato penalmente a pagare una multa di 40 euro per aver salvato un pezzo di patrimonio culturale che, senza quella sua visita criminosa, sarebbe oggi distrutto. In una terribile caricatura, sembra che dello Stato sia rimasto in piedi solo il riflesso condizionato della repressione più stoltamente burocratica: rivolta contro i pochi che ancora nello Stato ci credono, spes contra spem.

 

Il terremoto, questo terribile acceleratore di processi, sembra aver condannato a morte quel territorio meravigliosamente fuori dal mondo. Nessun progetto, nessuna visione, nessun piano per fermare l’esodo, progettare un ritorno, ricostruire un tessuto culturale. Sembra che l’unica iniziativa che desti l’interesse del potere locale sia la realizzazione di un lago artificiale sul Monte Prata, nel versante marchigiano del Parco Nazionale dei Monti Sibillini nel territorio dello stesso comune di Castelsantangelo sul Nera, a 1.700 metri di altitudine. Uno sbancamento di oltre un ettaro di superfice per circa 12 mila metri cubi di acqua, con una spesa stimata di oltre un milione di euro. Un progetto moralmente gemello del cosiddetto Deltaplano di Colfiorito, il centro commerciale nato sul versante marchigiano: come se il terremoto si portasse dietro, in una scia di lutti, non le resurrezioni ma le speculazioni.

 

Il patrimonio culturale, che qua legava in un contesto davvero unico, paesaggio, chiese, decorazione monumentale e opere mobili, giace invece nel più completo abbandono. Come se non esistesse più un ministero: Camerino stessa è ancora ferma in un silenzio di morte, io stesso l’ho documentato ad un anno dal terremoto, e Salvatore Settis l’ha ritrovata esattamente immobile dopo un altro anno, descrivendola su queste pagine.

 

Dagli edifici lesionati e crollanti in tutto il cratere sono stati rimossi 12.908 beni (report Mibac 2018) e solo nelle Marche (sulla base di un accordo a cui il Ministero si è piegato) questo inestimabile ben di Dio è stato affidato in larghissima parte alla custodia degli enti proprietari, che per la massima parte sono diocesi.

 

Dopo alcune sacrosante polemiche sulle condizioni di questi depositi, rilanciate nello scorso autunno dalla presidente di Legambiente Marche, Francesca Pulcini, queste sistemazioni sono stati “certificate” dall’Istituto Centrale del Restauro, ma rimangono inaccessibili a visitatori esterni e terzi.

 

Comunque stiano le cose, è evidente che bisognerebbe accelerare al massimo il recupero dei vari monumenti, per riportarci dentro prima possibile questo patrimonio mobile, cui è legata indissolubilmente la speranza di rinascita di comunità che vanno invece estinguendosi in uno spopolamento senza fine.

 

Invece, la potentissima Curia di Camerino (potere forte di un territorio che, nell’eclissi dello Stato, sembra tornato ai tempi dello Stato pontificio) lancia ora l’idea di un museo delle opere salvate dal terremoto: di fatto una mostra permanente, possibilmente itinerante per l’Italia e fuori. Un’operazione commerciale, senza memoria e senza futuro: un modo di staccare la spina a monumenti come la chiesa di Nocelleto.

 

L’alternativa è chiara: da una parte una comunità e il suo patrimonio, dall’altra una mostra con i suoi clienti. Nel cratere marchigiano del terremoto anche solo immaginare un futuro giusto e sostenibile è peccato mortale. E pure reato.

 

 

 

FQ | 4 Febbraio 2019

Lettera al Ministro Bonisoli sull’Arsenale Clementino

Gentile ministro Alberto Bonisoli,*                           

ci permettiamo di sottoporle con urgenza un problema di stretta attualità  e cioè l’utilizzo del settecentesco Arsenale Clementino e della sua vasta area quale nuova sede (è ormai la terza storicamente) della Quadriennale di Roma.  Continue reading “Lettera al Ministro Bonisoli sull’Arsenale Clementino”

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