Col Piano Borghi rischiamo di buttare 1 miliardo per nulla

Era stato presentato il 20 dicembre scorso il piano del ministero della Cultura per i borghi italiani, che punta a investire un miliardo del Pnrr (circa un sesto del totale dei fondi previsti per progetti del ministero), “per il rilancio di 250 borghi” usando le parole dell’ufficio stampa. Il ministro Franceschini, che dal 2020 parlava di questa “grande operazione di valenza culturale e sociale”, l’ha spiegata così: “Le nuove condizioni tecnologiche consentono di far diventare dei luoghi di lavoro reali delle realtà che fino a pochi anni fa non potevano attrarre né persone, né occupazione. Il Piano Nazionale Borghi va in questa direzione con risorse molto importanti, pari a 1 miliardo di euro, per vincere la sfida del ripopolamento”. L’ambizioso progetto parte quindi dalla premessa che le nuove tecnologie possono convincere le imprese a trasferirsi nelle aree interne. Eppure, nonostante la mole di denaro, non è stato accolto con l’entusiasmo che ci si poteva aspettare.

L’investimento è strutturato in tre parti. La “Linea A” stanzia 420 milioni di euro per 21 borghi – uno per regione o provincia autonomia – che avranno 20 milioni a testa per rimettersi a nuovo e creare cose come “scuole o accademie di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (Rsa), residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali”. Si tratta della parte maggiormente contestata del piano, dato che la scelta di concentrare 20 milioni su un solo borgo, scelto dalla regione senza prevedere criteri chiari e insindacabili per la scelta, ha portato a querelle difficili da sciogliere: ogni regione sta scegliendo con criteri diversi (la scadenza è il 15 marzo), a volte con manifestazioni d’interesse, altre no, ma sempre con la necessità di scegliere un solo luogo. Un “biglietto della lotteria da 20 milioni di euro”, lo ha definito il presidente dell’unione nazionale dei Comuni, comunità ed enti montani (Uncem) Marco Bussone. “Abbiamo sollevato a più riprese l’esigenza di interventi ‘a grappolo’ – ha spiegato ad Altreconomia – cioè operazioni per distribuire i 20 milioni di euro su un’intera valle e, più in generale, per far sì che le risposte ai bandi e agli avvisi potessero essere date anche dalle Unioni dei Comuni o dalle Comunità montane”.

Il ministero, però, ha insistito per interventi concentrati. Venti milioni sono molti per un piccolo borgo, per questo il Mic ha deciso di dare solo indicazioni, non vincoli: “La scelta è rimessa alla valutazione della Regione, tenuto conto che l’intervento del Pnrr è finalizzato alla realizzazione di progetti di rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi”, scrivono. Ma “imporre dall’alto uno schema che non ha regole definite né una matrice comune tra le regioni è una scelta poco opportuna. Si possono creare disparità e fare scelte che non sono nello spirito del bando”, commentava due settimane fa sul fattoquotidiano.it Luca Pastorino, presidente della Commissione Turismo dell’ANCI (l’associazione dei Comuni): ed ecco infatti che il Friuli Venezia Giulia pensa di candidare Gorizia, che borgo non è, mentre il Piemonte ha candidato la Palazzina di caccia di Stupinigi, nell’area urbana di Torino.

Anche la piattaforma dei Borghi (che comprende Borghi più belli d’Italia, Legambiente, Unione Nazionale Pro Loco d’Italia e Touring Club Italiano) ha sottolineato come sarebbe “auspicabile da parte del ministero, in virtù dei malumori e delle proteste che pervengono dai territori, provvedere al ritiro del bando della Linea A facendo confluire i fondi interamente sulla Linea B, consentendo così il finanziamento di altri 260 progetti”.

La linea B prevede infatti un investimento di 380 milioni in 229 borghi scelti con avviso pubblico, circa 1,6 milioni a testa, invitando al partenariato pubblico-privato: possono partecipare solo Comuni o gruppi di 3 Comuni con meno di 5 mila abitanti. Anche in questo caso, fondi volti alla creazione di attività imprenditoriali o turistiche, che possono essere anche culturali ma – l’avviso lo chiarisce – comunque pensate per creare posti di lavoro nel settore privato.

Il bando, pubblicato il 20 dicembre, spiega che “al fine di assicurare il più ampio coinvolgimento delle comunità locali, le candidature possono essere corredate dall’adesione (…) di partner pubblici e privati, diversi dai soggetti attuatori (Comune proponente o Comune aggregato), i quali si impegnano a concorrere al raggiungimento degli obiettivi dei Progetti (…) attraverso interventi di cofinanziamento o l’esecuzione di interventi sinergici e integrati” e che in questo quadro “saranno ritenute meritevoli di un maggior punteggio le candidature accompagnate da formule di partenariato in grado di esprimere efficaci forme di coordinamento e collaborazione tra soggetti pubblici e privati”. E ancora, “in particolare, saranno positivamente apprezzate (…) forme flessibili e innovative di gestione in ambito culturale attraverso il ricorso a partenariati pubblico-privato, già perfezionati al momento della presentazione della candidatura o da perfezionarsi nei termini previsti dal Progetto nel rispetto delle disposizioni di legge”.

Chiaro è che, essendo un bando che richiede (giustamente) un’ampia progettazione ma aperto solo ad amministrazioni di comuni (o unioni di tre comuni) sotto i 5 mila abitanti, solo pochi di questi avranno le risorse e le competenze per affrontare la sfida, finendo per essere incentivati ad accettare l’aiuto, più o meno interessato, di aziende e partner terzi. Infine, gli ultimi 200 milioni del miliardo previsto per il Piano di Franceschini (la Linea C) saranno spesi per sussidi alle imprese che sono o si vogliono trasferire in un borgo (l’avviso uscirà a marzo, e ancora non è noto quali misure saranno messe in atto per monitorare la reale residenzialità dell’impresa).

Al di là del caos creato dalla fumosità dei criteri, nella scommessa ministeriale appare rischiosa la premessa stessa dell’operazione, cioè l’idea che l’attrattività turistica e la residenzialità temporanea o d’impresa possono portare con sé la creazione di servizi (non prevista dal bando) e non viceversa: i borghi e le aree interne si spopolano per tanti motivi, è vero, ma la carenza di servizi, dagli ospedali alle poste fino alle scuole, sono tra i principali. L’investimento sarà in grado di portare indirettamente un’inversione di tendenza a questo riguardo?

Nella conferenza stampa di presentazione era stato specificato che si tratta di “un esperimento: se andrà bene lo replicheremo”. Se andrà male, però, i borghi rischiano di finire nelle mani di aziende che – fallito l’investimento (o senza investimenti, dato il sussidio statale) potrebbero decidere di abbandonarli. Non mancano gli esempi di tentati hotel diffusi divenuti borghi abbandonati o quasi: il più famoso è forse quello di Corvara (Pescara) divenuto set di Omicidio all’italiana di Maccio Capatonda e risale a ben prima che si pensasse a sussidi plurimilionari per spingere simili tentativi.

L’avviso spiega che “tutti gli interventi devono essere progettati, realizzati e gestiti secondo il modello dell’economia circolare e nel quadro di obiettivi di riduzione dei consumi energetici.” C’è da sperare che debbano essere progettati, realizzati e gestiti avendo al centro anche il borgo e le persone che abitano il territorio. Ma l’intero assetto del bando appare avere al centro dell’altro. “Una situazione che è dannosa e pericolosa – dice ancora Marco Bussone di Uncem – Va fermata a costo di ripensare completamente il Piano da un miliardo. Evitiamo che i territori siano in balia di acquirenti facili e speculatori. Palazzo Chigi e i ministeri ascoltino il grido dei sindaci dei Comuni”. Ancora poche settimane perché accada.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 28 febbraio 2022. Fotografia da Piqsels.

 

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