Agenda per il nuovo governo. Cultura

Oliviero Ponte Di Pino

“Quando vado a teatro, mi sento una mosca nera in un bicchiere di latte bianco”, nota con sconsolata ironia la drammaturga Nalini Vidoolah Mootoosamy. Ancora più squilibrata la situazione quando guardiamo chi (e cosa) va in scena, quello che si vede nei musei o si insegna nelle scuole. Questo non avviene nella musica pop (Mahmood che vince Sanremo nel 2019), sui social (Kaby Lame, il più seguito al mondo su TikTok), nello sport, persino nelle serie made in Italy (ormai).

In Italia la cultura “alta” è appannaggio quasi esclusivo di nativi ricchi con elevato livello di istruzione che vivono nel centro delle grandi città… e nemmeno ne approfittano, visto che la nostra classe dirigente legge meno dei colleghi degli altri paesi europei. Le donne leggono e vanno a teatro più dei maschi, ma raggiungono più difficilmente ruoli di vertice, anche nella cultura e nello spettacolo (vedi Gender Gap, l’Italia sale al 63° posto ma resta tra i peggiori in Europa, “Il Sole24Ore” e le rilevazioni di Amleta). Anche per istruzione e cultura abbiamo un problema di squilibri territoriali, tra Nord-Sud, città e piccoli centri, centri metropolitani e periferie, cui si somma la tragedia dell’abbandono scolastico, ancora di più dopo la pandemia. Le nostre principali istituzioni culturali e formative sono conservatrici e arretrate rispetto alle sfide del presente. 

Tutto questo non si può dire, in una campagna elettorale basata ancora una volta sulla paura del diverso. Tuttavia per progettare un’efficace politica culturale (e per valutare i programmi elettorali per le elezioni del 25 settembre 2022: vedi #elezioni2022 | La cultura e lo spettacolo nei programmi dei partiti e delle coalizioni) sarebbe opportuno tener presente questi dati, anche per interrogarci sulla funzione della cultura oggi. Partendo dall’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. E dall’articolo 117: “I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali e civili (…) devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Se il diritto all’accesso alla cultura, in base alla Costituzione, deve essere esteso a tutti i cittadini, è più complicato individuare le funzioni della cultura, che sono diverse e complesse, stratificate nel tempo e non necessariamente conciliabili tra loro.

 

Identità

La cultura ha un importante valore identitario. Ci consente di riconoscerci in un insieme tramandato e condiviso di valori, prima ancora che nel canone di opere al quale si allude quando si parla di “bellezza”, del record italiano dei siti UNESCO, o di un patrimonio che “vale più di 900 miliardi” (come ci informa con un video su repubblica.it Alessandro Grandinetti di PwC Italia).

È l’Italia di Dante, Leonardo e Manzoni che si insegna nelle scuole, tra storia dell’arte e storia della letteratura, trascurando però il melodramma, un ingrediente costitutivo dell’italianità. È l’Italia dei monumenti e dei musei, l’Italia del paesaggio (che però da sempre stupriamo con l’erosione dei suoli, la speculazione edilizia, i condoni). Ma è un paese fatto anche di tradizioni che stiamo perdendo. O meglio, di una ricchezza che abbiamo già perduto e quasi dimenticato, dopo che la mutazione antropologica descritta da Pier Paolo Pasolini ha cancellato l’Italia contadina e industriale.

 

Memoria per il futuro

Investire nella tutela e nella conservazione dei Beni Culturali non può bastare. Tutelare un bene ereditato dal passato non significa imbalsamarlo, mettendolo sotto una teca. Il patrimonio (quello che con diverse sfumature i britannici chiamano heritage e i francesci patrimoine) deve poter dialogare con il presente, senza essere museificato. Ma non è nemmeno “l’invenzione della tradizione” (la formula è di Eric Hobsbawm) di molte molte rievocazioni storiche, ormai astratte dal loro contesto originario e ridotte a Disneyland campagnole.

Anche perché la nostra identità non è chiusa, immutabile. Continua a cambiare, a evolvere. Non è un fatto, un dato, ma un processo. La si definisce per differenze, nello scambio e non nell’arroccamento. 

Ma quale identità riflettono oggi le nostre istituzioni culturali? Che rapporto ha questa identità museificata con l’Italia in cui viviamo, dove il 10% della popolazione ha un percorso passato per l’immigrazione? Il nostro passato non può essere un rifugio per feste in costume. Deve offrirci gli strumenti per progettare il futuro. La sfida non è asserragliarsi nella nostra fragile e mutevole identità: nel corso della storia, quante volte la penisola è stata invasa dallo “straniero”? Si tratta invece di attivare processi di incontro e scambio, di riconoscimento e di inclusione delle diversità.

 

“Petrolio”

Se vale tutti quei miliardi, dicono, il nostro patrimonio culturale deve contribuire al PIL. Deve potenziale l’attrattiva turistica del paese: ma in genere i paladini della cultura come esca per i turisti non tengono conto che i “turismi” sono ormai molti, che hanno esigenze diverse. E non ci si preoccupa delle conseguenze dell’overtourism, che sta già devastando le città d’arte e i piccoli borghi alla moda. 

In quest’ottica, la cultura deve accrescere la reputazione e l’attrattiva delle diverse località in cui fiorisce e deve contribuire alla vendita dei prodotti agricoli del territorio. È l’Italia delle sagre e delle concessioni balneari a poco prezzo, nonostante la regolamentazione europea sulla concorrenza: il governo Draghi è caduto anche su questo nodo cultural-antropologico.

La misura di questo “valore cultura” è l’impatto economico delle attività culturali, che si trova al centro delle analisi degli economisti: un euro investito in cultura, quanto incasso genera per fornitori, bar, ristoranti, alberghi, botteghe e altri servizi?

È la cultura dei grandi numeri, del turismo di massa, dei grandi raduni rock. È il Jova Beach Party, il concerto pop gratuito nella piazza centrale che piace tanto agli assessori alla Cultura usa e getta.

In questa visione strumentale, nostro “petrolio” dovrebbe anche diventare il biglietto da visita per esportare il made in Italy e l’Italian Way of Life, per rafforzare i nostri brand sui mercati internazionali, con gli Istituti Italiani di Cultura all’estero come vetrine per le aziende. Quando invece l’obiettivo prioritario dovrebbe essere – per quanto riguarda il contemporaneo – la circolazione degli artisti e la promozione dei loro talenti. 

 

Capitale cognitivo

Per quanto riguarda i consumi e le spese culturali (dello Stato e delle famiglie), il nostro paese è agli ultimi posti in Europa. La pandemia ha peggiorato il quadro: secondo l’ISTAT, nel 2020 la spesa culturale delle famiglie ha inciso per il 4,1%, rispetto al 4,6-4,9% speso tra il 2012 e il 2019.

In un mondo globalizzato e sempre più competitivo, in rapida evoluzione, serve una popolazione in grado di risolvere creativamente problemi sempre nuovi. Non bastano più le competenze tecniche relative al proprio ambito professionale, che oltretutto continuano a evolvere in parallelo con la frenetica evoluzione tecnologica. Per gestire la complessità, serve un orizzonte più ampio. Non basta eseguire all’infinito un compito ripetitivo (la logica fordista), ma bisogna essere in grado di risolvere creativamente problemi ogni volta nuovi. 

La prospettiva culturale si intreccia con la formazione, sia a livello di istruzione primaria e secondaria, sia a livello di formazione permanente e di aggiornamento professionale. La formazione in età scolare non basta più, se nel corso della nostra vita dobbiamo cambiare mansioni. La partecipazione culturale è lo strumento principale di questo processo e dunque dovrebbe essere un obiettivo primario, che implica un cambiamento di prospettiva. Storicamente in Italia il sostegno alle attività di cultura e spettacolo è andato alla produzione, ovvero all’offerta. Si tratta a questo punto di sostenere (anche) la domanda, come in parte hanno fatto 18App (il “buono cultura” di 500 euro per chi compie 18 anni) e le domeniche in cui è possibile entrare gratis ai musei.

Ricordando che avere accesso alla cultura non è solo un problema economico (anche perché la gratuità può rafforzare il pregiudizio che la cultura “non ha valore”). È anche un problema di prossimità: dove si trovano i presidi culturali vicino ai luoghi dove vivo e lavoro? È un problema di edifici spesso chiusi (i teatri che aprono solo la sera, le biblioteche che chiudono quando la gente smette di lavorare) e che non invitano all’attraversamento. È un problema di “intimidazione culturale”: dal dress code (vero o presunto) al “non lo posso capire”, “è roba da ricchi, da intellettuali, da bianchi”. È un problema di contenuti, spesso autoreferenziali, narcisisti, pretenziosi – e generalmente, anche in questa ottica, midcult rassicuranti e poco aggiornati. 

 

Crescita personale e collettiva

La cultura è anche – e soprattutto – strumento di crescita individuale e collettiva. Deve proporre visioni e logiche alternative al “pensiero unico”. Ci offre modelli – in positivo e in negativo – che possono mettere in crisi le nostre certezze e plasmare la nostra identità. Costruisce sperimenta ogni volta un nuovo sguardo sul mondo, gli dà forma e ci consente di immaginare un mondo diverso da quello in cui siamo immersi. Ci consente di capire i modelli che ci vengono imposti (quella che Augusto Boal definiva “l’invasione dei cervelli”) e i “bisogni indotti”. Ci dà gli strumenti per modellare le nostre aspirazioni a una “vita giusta” (sono le capabilities, le capacitazioni di cui parla Arjun Appadurai),

In questi anni la cultura e lo spettacolo sono diventati uno strumento essenziale nei processi di riqualificazione dei territori: non basta restaurare gli edifici fatiscenti e distrutti da frane e terremoti, si tratta poi di inscriverli nuovamente nel tessuto sociale e simbolico di una comunità. 

Sono processi che prevedono la partecipazione attiva dei cittadini, che non sono solo consumatori di prodotti culturali. Sono pratiche di arte e teatro “sociale” sempre più diffuse (vedi anche il recente reportage di Maria Nadotti da Kassel). La misura del valore di questi interventi è la cosiddetta valutazione di impatto sociale, più complessa di quella dell’impatto economico, perché ha diverse dimensioni e non la si può condensare in un unico valore, che rischia di essere fuorviante.

 

Cittadinanza

La partecipazione culturale – dicono diversi studi recenti – produce benessere personale e addirittura salute. Secondo il rapporto dell’OMS su arti e salute pubblicato nel 2019, le arti e la cultura sono efficaci, e talora più vantaggiose anche dal punto di visto economico, nella gestione e nel trattamento delle malattie e sono integrative delle cure e dell’assistenza. 

Soprattutto, la partecipazione culturale presuppone (e crea) cittadini attivi. Non solo studenti a cui trasmettere tecniche (o da indottrinare), o consumatori ai quali offrire prodotti gradevoli. 

La cultura in generale e soprattutto la partecipazione si pongono contemporaneamente due obiettivi inconciliabili: da un lato creare comunità, dall’altro sviluppare lo spirito critico. È l’equilibrio difficile della democrazia, che deve essere in grado di far emergere e di gestire le contraddizioni e i conflitti che attraversano la società, alla ricerca di una possibile sintesi. È la funzione politica della cultura. O meglio, questa consapevolezza è il presupposto dell’azione politica in un contesto democratico. Attivando processi di consapevolezza e la condivisione nello spazio pubblico, invitando all’azione la cultura può trasformare (un piccolo pezzo del)la società. Sono percorsi che hanno interessato in questi anni i settori più svantaggiati della società, in processi di emancipazione e inclusione che hanno interessato i soggetti che ne sono protagonisti per riverberarsi nel corpo sociale. 

 

Per una politica culturale

Un’autentica politica culturale dovrebbe tener conto di questa stratificazione, lavorando su più livelli. Ma forse è chiedere troppo, soprattutto alla nostra classe politica. 

Per impostare una politica culturale non basta una lista di provvedimenti, più o meno efficaci, più o meno inseriti su richiesta di settori specifici. Non bastano nemmeno i “piani” per i diversi settori, che rischiano di restare annunci di pseudo-riforme a costo zero. 

Sarebbe necessaria una visione complessiva della cultura, che dovrebbe coinvolge anche altri ministeri, oltre a quello della cultura: Istruzione, Università e Ricerca, Affari Esteri, Turismo, Agricoltura… (per un’analisi aggiornata della politica del nostro paese nel campo della cultura, vedi il profilo dedicato all’Italia in Compendium. Cultural Policies & Trends).

Nel settore della cultura, il PNRR investe in due direzioni, sostenibilità e digitalizzazione. La transizione ecologica non significa solo efficientamento energetico e riduzione dell’impatto ambientale dei luoghi e degli eventi culturali, ma anche creare una diversa consapevolezza sulle tematiche ambientali. La digitalizzazione, al netto del prevedibile fallimento della “Netflix italiana” ItsArt, significa praticare un diverso equilibrio tra online e offline, tra compresenza e distanza, tra liveness e schermo, una dimensione che stiamo appena iniziando a esplorare. 

Sarebbe poi opportuno concentrarsi su un aspetto che riflette l’atteggiamento degli italiani nei confronti della cultura e dello spettacolo: occuparsi di arte e cultura non viene considerato un vero lavoro, ma un passatempo, un diletto. Non è vero. Le professioni creative hanno un significativo impatto sul PIL, sul turismo e sulle esportazioni. Secondo il rapporto Io sono cultura di Fondazione Symbola, nel 2019 circa 864.000 persone erano impiegate nelle attività produttive dei sette macro-domini del settore creativo: architettura e design, comunicazione; audiovisivo e musica; videogiochi e software; editoria e stampa; performing arts e arti visive; patrimonio storico e artistico. Se si aggiungono i lavoratori “creativi” negli altri settori creative drivenla cultura in Italia dà lavoro a 1,5 milioni di persone, il 5,9% degli occupati su scala nazionale.

Tuttavia questi impieghi sono caratterizzati da “bassi redditi e assenza di stabilità di reddito”. Sono troppo spesso precari, sottopagati, senza tutele e senza welfare, ricattabili, come ha evidenziato l’analisi coordinata da Antonio Taormina (vedi Lavoro culturale e occupazione / Papa Francesco, Maggiani e i lavoratori della cultura) e come conferma l’inchiesta di Santa Nastro Come vivono gli artisti? (Castelvecchi, 2022). In queste condizioni, a imboccare una carriera in questo ambito possono essere tendenzialmente solo i figli e le figlie di papà. 

Nella scorsa legislatura, era praticamente arrivato in porto un provvedimento che avrebbe potuto porre fine alla drammatica situazione dei lavoratori dello spettacolo, evidenziata dalla pandemia. Ora il provvedimento sembra essersi perso tra le rovine e le polveri del collasso del governo Draghi, così come si è inceppato il Codice dello Spettacolo, la prima attesissima legge di settore, approvata dalle due Camere ma da oltre tre anni priva dei Decreti attuativi.

Forse il segno di una reale attenzione della politica nei confronti della cultura e delle arti sarà l’attenzione alle condizioni dei professionisti di un settore dove poche star abbaglianti e strapagate rendono invisibili le difficoltà dei loro numerosi colleghi.

 

Politica e cultura: un dialogo impossibile?

Ma cosa c’entra con la cultura e la bellezza tutto questo parlare di identità e lavoro, di export e riqualificazione, di economia e di turismo? Non si rischia di piegare la libera creatività degli artisti e dei curatori a obiettivi che le sono – e le devono restare – estranei? (anche se in tutti questi processi il perturbante spesso affiora ed esplode, eccome!) 

C’è una incompatibilità di fondo tra la politica da un lato, e la cultura e le arti dall’altro. La politica tende a richiedere funzioni estranee alla vocazione disinteressata che dovrebbe caratterizzare gli studiosi, gli artisti, i curatori. Punta a un valore d’uso della pratica, all’efficacia dell’intervento. La pubblica amministrazione, per sua stessa natura, avverte la necessità di valutare i progetti con un metro oggettivo, che giustifichi il sostegno con il denaro dei contribuenti (anche se è un compito impossibile, considerando anche la scarsa competenza di molti amministratori). È dunque giusto e legittimo che artisti e uomini di cultura diffidino di questi vincoli, che rischiano di essere una maschera dell’Arte di Stato. Ma la collaborazione è inevitabile, visto anche il ruolo della cultura nelle nostre società. 

Eppure gli uni e gli altri, politici e uomini di cultura, dovrebbero lavorare, con modalità assai diverse, allo stesso obiettivo: permetterci di evadere dalla dittatura del presente. L’arte è il diritto immaginare mondo diverso, più libero e giusto. La cultura ci dà gli strumenti per renderlo possibile, a volte per sperimentarlo, provvisoriamente, nei margini, tra le mille dolorose contraddizioni in cui siamo immersi. La politica è la lotta per realizzare questa visione, anche se è in gran parte destinata al fallimento. 

L’alternativa a questa progettualità è che la cultura diventi l’ennesimo oppio dei popoli, ricattatorio strumento di assuefazione, marketing e colonizzazione. Non di liberazione.


Articolo pubblicato su www.doppiozero.com il 5 settembre 2022. Fotografia da Freepik.com

 

 

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