Biblioteca nazionale costretta a chiudere prima, manca il personale

Andrea Rinaldi

Sulla sua facciata campeggia un’opera di Alfredo Jaar: «Cultura = Capitale», recita. Un’equazione che invita a considerare il sapere come vero patrimonio di un Paese. Peccato che da un po’ di tempo quel tesoro sia meno condiviso e la suddetta insegna oscurata dalla dura legge, quella sì, del capitale.

Perché la Biblioteca nazionale di Torino, sempre più spogliata di dipendenti, s’è trovata costretta, come una fabbrica in crisi, a tagli e razionalizzazioni. E dunque a ridurre l’orario di apertura al pubblico. Tant’è che è arrivata a chiudere il sabato mattina e a rendere i servizi di consultazione e aula studio disponibili dalle 9.30 alle 16, con i prestiti interrotti alle 15.30 mentre prima l’orario era 8-19. Il direttore Guglielmo Bartoletti dice di essere stato costretto ad agire così dalla mancanza di personale, i sindacati però sono sul piede di guerra, ma già da tempo il clima non è dei migliori in piazza Carlo Alberto. Non si contano le lamentele di professori e studenti.

Oggi la Biblioteca — una delle più importanti d’Italia con circa 800 mila volumi a stampa e la raccolta intera degli spartiti autografi di Vivaldi — può contare su 41 dipendenti destinati a diventare 31 nell’arco di un paio di anni quando scatteranno i nuovi pensionamenti. «Quando sono arrivato alla direzione, sette anni fa, eravamo 79, ma oggi in Italia dalla carenza di organico non sfugge alcun istituto che fa capo al Ministero dei Beni culturali», racconta Bartoletti. Non bastasse, l’auditorium Vivaldi al piano interrato dal 22 giugno chiuderà quattro mesi causa lungo e complesso rifacimento dei bagni. Insomma non è un bel momento se anche i «granai dell’umanità» — per dirla con Marguerite Yourcenar — non riescono a giustificare la loro esistenza, cioè ad accogliere chi vuole studiare e documentarsi, ovvero a condividere quel sapere di cui Jaar ha fatto insegna. Secondo Antonella Scarafia della Cisl e Monica Vivolo della Cgil il turno unico da 7 ore e 12 minuti, così come alcuni riposi compensativi, sono stati imposti dal direttore «senza motivo, quando sarebbe stato possibile organizzare diverse turnazioni come quella da 36 ore a settimana con due pomeriggi lunghi fino alle 18».

Bartoletti respinge queste accuse: «La scelta è stata fatta nei momenti più difficili della pandemia Covid, dal Ministero mi era stato chiesto di posticipare l’apertura e anticipare la chiusura per non farle coincidere con quelle delle scuole, nel frattempo il personale è andato diminuendo e rendere disponibile il servizio della biblioteca per 11 ore è diventato impossibile, per cui dopo lo smart working ho lasciato il turno a 7 ore: è l’unico possibile con la metà dei dipendenti». A riprova della gravità della situazione, Bartoletti cita un venerdì di tre settimane fa in cui la Biblioteca si è trovata senza nemmeno un funzionario: «Sono dovuto ricorrere a un assistente, cioè al personale di seconda area, per sostituirlo». Il piglio molto decisionistico di Bartoletti, «senza contrattazione» lamentano le sigle sindacali, li ha portati a segnalarlo al Ministero e a un tentativo di conciliazione in Prefettura, andato a vuoto. «Io rispetto le disposizioni di legge, non mi preoccupo della situazione, ma quando si tratta di fare contrattazione sono sempre stato pronto», ribatte il direttore. Intanto la sua speranza è che il concorso indetto dal Mibact per 1.052 assistenti e addetti alla vigilanza possa rinforzare le fila in piazza Carlo Alberto e alleviare le difficoltà: «Per ora stiamo tamponando, non so come potremo continuare ad andare avanti».


Articolo pubblicato su torino.corriere.it il 2 marzo 2022. Fotografia da Wikipedia Commons.

 

 

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