di Fulvio Cervini

Nell’inedita Italia ai tempi del coronavirus, la libertà di movimento è stata saggiamente ridimensionata, sia pure con qualche ritardo e mille contraddizioni. Eppure per alcuni giorni abbiamo vissuto un’insensata schizofrenia proprio sul fronte che in tempi di crisi rappresenta una risorsa – culturale, antropologica, emotiva – per ritrovare un minimo di dimensione sociale e contrastare isolamento, alienazione e paranoia: il patrimonio artistico e culturale, legato molto più strettamente di quanto spesso non ammettiamo alla nostra capacità di essere cittadini consapevoli e responsabili. Mentre si chiudevano scuole e università – e dunque non si poteva più insegnare la storia dell’arte – gli oggetti dell’insegnamento rimanevano generalmente accessibili, e anzi i cittadini venivano invitati a frequentare i loro musei (anche per bilanciare la scomparsa dei turisti). E ancora, mentre agli italiani si chiedeva comunque di limitare i viaggi al minimo, le opere d’arte cui anche in frangenti come questi si affida il compito di salvare l’onore della bandiera si muovevano che era un piacere.

Molto rumore ha fatto il prestito del Ritratto di Leone X di Raffaello dagli Uffizi alla grande mostra allestita presso le Scuderie del Quirinale nel centenario della morte dell’artista, ma quasi in silenzio è passato il viaggio in Texas di un gran numero di dipinti del Museo Nazionale di Capodimonte, tra i quali alcuni capolavori che rivestono per il museo un valore identitario non certo inferiore (e per molti versi superiore) a quello del Raffaello degli Uffizi. Entrambi i casi pongono il tema dell’uso politico del patrimonio a fini di promozione economica dei musei e del paese, del ruolo che la riforma Franceschini ha assegnato ai direttori e ai loro consiglieri, e dell’uso pubblico della storia dell’arte. Ecco perché, oltre il clamore di cronaca, è opportuno rifletterci a freddo, rilanciando le acute considerazioni svolte da Rita Paris nell’ultimo numero di Left, per prepararci a riprendere seriamente in mano la questione del nostro patrimonio quando l’emergenza sanitaria lo renderà accessibile e aprirà spazio per un rinnovato (e a questo punto necessario) dibattito politico.

A Firenze il Raffaello è stato concesso in prestito dal direttore Eike Schmidt malgrado il parere negativo del comitato scientifico, composto da tre stimati storici dell’arte universitari (Donata Levi, Tomaso Montanari e Claudio Pizzorusso) e da un antiquario con formazione di storico dell’arte (Fabrizio Moretti), che per protesta si è dimesso in blocco. Non è in questione lo stato di conservazione dell’opera, fresca di restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure. E nemmeno la serietà scientifica della mostra, curata da due studiosi di valore come Marzia Faietti e Matteo Lafranconi (con Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro) e concepita come la più grande mostra mai dedicata a Raffaello (204 opere, di cui 120 del Sanzio): una vetrina importante per la cultura italiana (e l’orgoglio patrio), che compensa oltretutto la mancanza di un evento nazionale dedicato a Leonardo nel rispettivo centenario, organizzato invece dal Louvre con roboante battage. Il punto è che l’opera era stata inserita in una lista di opere famose e rappresentative dell’immagine del museo, che mai sarebbero dovute andare in prestito. Lista elaborata lo scorso ottobre, e già approvata dal direttore. Che tuttavia ha ritenuto che l’importanza dell’occasione valesse il prestito. Il comitato si è risentito per aver appreso il fatto compiuto non dalla voce di Schmidt, ma dai giornali. E quindi se n’è andato, ritenendo inutile la sua funzione. La riforma prevede che il comitato scientifico abbia una funzione consultiva: l’ultima parola spetta al Direttore (e in ulteriore battuta al Ministro), per cui Schmidt ha agito legittimamente. Ma la dinamica della vicenda innesca non poche perplessità sulla funzione di questi comitati, e in generale sulle diverse voci che dovrebbero governare un museo. E anche sull’opportunità di stabilire quali siano le opere inamovibili, in luogo di una discrezionalità da applicare caso per caso. Tanto più che alla radice di tutto c’è una contraddizione giuridica: il decreto di riforma del Mibact dice infatti che in caso di prestito il direttore deve acquisire l’assenso (e non solo il parere), del comitato scientifico. Insomma, non può esservi antagonismo tra i due. Allora, come la mettiamo? Di sicuro, la riforma andava scritta meglio e doveva essere più chiara nel definire forme e funzioni.

A Napoli, invece, sembra che il comitato scientifico non abbia avuto nulla di ridire sull’uscita di una quarantina di capolavori che dal primo marzo si possono ammirare al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas), nell’ambito di una mostra in cui spessore scientifico e valore di trailer promozionale stanno già nel titolo (Flesh and Blood. Italian Masterpieces from the Capodimonte Museum). Mica pizza e fichi: oltre a un bel po’ di grandi napoletani del Seicento, in trasferta americana sono andate opere come l’Antea del Parmigianino, la Danae di Tiziano, la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, l’Atalanta e Ippomene di Guido Reni, e persino la Flagellazione di Caravaggio. Che certo non possono mancare nel carnet di un visitatore di Capodimonte: la scelta penetra dunque profondamente nell’assetto del museo, fino a mutarne i connotati. Per buon peso parecchie altre opere, e pure alcune di queste, erano già state a Seattle da ottobre a gennaio (come ricorda Federico Giannini nel blog Finestre sull’arte, tra le poche voci a segnalare il caso). Il direttore Sylvain Bellenger ha presumibilmente puntato su una politica di promozione che assicuri ulteriore visibilità internazionale a un museo che a Napoli può essere penalizzato dal confronto con l’accoppiata Pompei-Museo Archeologico Nazionale; e sul ritorno economico assicurato da queste operazioni, in cui i musei americani non si limitano ad ospitare mostre, ma garantiscono sostegno economico.

Ma fino a che punto è legittimo fare cassa incidendo in misura così clamorosa sull’identità del museo? Le opere non dovrebbero viaggiare, fatte salve le condizioni di massima sicurezza, solo in presenza di un’importante motivazione scientifica? Mostre come queste seguitano davvero a dipendere da un’idea di conoscenza? D’altronde anche il caso-Raffaello mostra quanto l’aspetto economico sia ormai diventato motore principale, se non proprio unico, di processi e decisioni. Il prestito del Leone X funziona anche da vetrina per lo sponsor del restauro, Lottomatica. E per nessuna vera ragione diversa da quelle economiche (dalla prevendita di decine di migliaia di biglietti al ritorno d’immagine di un Paese “aperto” in nome della sua cultura) è stata inaugurata una mostra in palese contraddizione con le chiusure che negli stessi giorni colpivano le scuole, e oltretutto nemmeno rispettando le distanze di sicurezza all’inaugurazione (lo ha denunciato Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano). Desiderio incontenibile di gioire intensamente della Grande Bellezza? Raffaello come vaccino del covid-19? Tant’è vero che alla luce dell’ultimo decreto la mostra è stata chiusa come tutte le altre, sanando una contraddizione evidenziata lucidamente da Manlio Lilli nel blog ospitato dall’Espresso. Rimandarne l’apertura sarebbe stata una misura preventiva ispirata da buon senso, affine a molte altre che si stavano prendendo nel resto d’Italia. L’etica della missione intellettuale non deve, non può dipendere da un provvedimento governativo o ministeriale.

Più volte si è rilevato come la riforma abbia attribuito grandi poteri ai direttori, che in netta maggioranza non provengono dai ruoli ministeriali della tutela del patrimonio; e che i comitati rischino di far poco più della foglia di fico. Ma quanto è accaduto conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che questa riforma e questa politica, rilanciata da Dario Franceschini con il suo ritorno al governo, hanno ulteriormente alimentato una visione aziendalistica dei musei, sempre meno laboratori culturali e sempre più fabbriche di ricadute economiche. E hanno accentuato la separazione da un territorio governato da soprintendenze indebolite, prive di personale e di mezzi e per giunta assurdamente frammentate dall’ultimo giro della riforma. Invece il museo è un vero servizio pubblico essenziale, come la sanità e la scuola, che ha bisogno di un governo condiviso, aperto al dialogo e al confronto. Soltanto da questo confronto può scaturire la decisione che i musei diventino qualcosa d’altro. Magari più redditizio. Ma molto meno utile per dare un senso alla nostra vita.

Una versione leggermente rivista di questo articolo è stata pubblicata in “Left”, 13 marzo 2020

Immagine in evidenza da Wikipedia: Raffaello, Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi (particolare), 1518