La Sardegna soleggiata e ventosa, prateria per le scorribande dei nuovi speculatori dell’energia. Non a caso la P3 guardava con attenzione al business nell’isola. Ideale la bassa densità abitativa, ovviamente favorevole la circostanza dei grandi spazi vuoti per accogliere gli impianti da fonti rinnovabili: lontano dagli occhi potrebbe svanire la percezione dell’impatto.  Difficile invece contenere i timori delle popolazioni che cominciano a reagire in modo inatteso ai tentativi di insediare torri eoliche e distese di specchi pure nelle campagne distanti.

Tocca ora a Bitti (Nuoro) sentire forte la minaccia. Quanto basta perché monti la ribellione della comunità: orgogliosa, forte di un sentimento civico che non ti aspetti da un gruppo sociale di 3mila abitanti (6mila, a metà del secolo scorso). Eppure basta guardarsi attorno per capire la relazione tra i bittesi e il paesaggio: si vede nell’assetto del territorio alle quote più elevate come nell’area urbana. Un’appartenenza alle strade e alle piazze. Lo dice quella ventina di chiese in un tessuto minuto ma costituito da tanti quartieri, più delle contrade di Siena.

Una concentrazione di intellettuali che non si trova nelle città, personalità autorevoli con lo sguardo curioso sul mondo, come Giorgio Asproni a metà Ottocento in contatto con Garibaldi, Cattaneo, Bakunin.

Potrebbe cambiare per sempre il paesaggio attorno a Bitti e a Orune. Si vedrebbe da molto lontano quella dozzina di torri eoliche in programma, alte 150 metri (poco meno della Mole Antonelliana). Con l’esteso corredo infrastrutturale che interromperebbe per sempre continuità ecologiche e potrebbe fare scempio di biodiversità e di beni culturali soprattutto archeologici. Un danno per le attività agropastorali. 45,5 MW nel nome della solidarietà energetica nazionale.

Come se l’isola non avesse già dato un sostanzioso contributo alla industrializzazione del Continente tra Otto e Novecento. Grandi quantità di legna e carbone vegetale –  carburante di qualità – per fare girare le macchine a vapore altrove, dai telai ai battelli. Il patrimonio boschivo dell’isola ridotto in quel tempo di circa il 70%, e non solo a causa di incendi –  come dimostrano gli studi di Fiorenzo Caterini. Tantissimi alberi sardi sacrificati per conservare le foreste di altre regioni. Nell’isola si chiamavano selve – sovrabbondanti per i bisogni di pochi abitanti –  e alle quali si dava poco valore.

Ed è toccato al forestiero Alberto Larmora contrastare con successo il programma di un avvocato modenese, pronto a portarsi via – praticamente gratis –  100mila querce.  Un caso fortunato, figurarsi in quell’epoca. La Sardegna povera e condiscendente: condannata a subire progetti di chi prendeva senza restituire nulla, come solo alcuni hanno osservato sollecitamente. Ad esempio Gramsci che nel 1919 imputava ai piemontesi la distruzione delle foreste dei sardi “ai quali non hanno mai dato scuole, né acquedotti, né porti, né giustizia (…)”.

L’aggressione è proseguita, e nel secondo Novecento con un rovesciamento del paradigma. Mettere invece di portare via. Fabbriche inquinanti, poligoni militari, e di recente gli impianti per catturare sole e vento, le trivelle in attesa.  Nelle coste il ciclo edilizio perpetuo. Tutto favorito dalla poca popolazione dell’isola e dal valore sottostimato di terre. E secondo la convenienza degli investitori guardati con fiducia malriposta. Si credevano benefattori come oggi il gruppo Siemens-Gamesa deciso ad accomodarsi nel tranquillo altopiano di “Gomoretza” a Bitti, raccontandolo come “giacimento energetico rinnovabile” dove i giovani bittesi saranno addestrati alle professioni hi-tech da esportare nel mondo. La parodia della storia che si ripropone nelle forme tragiche della postmodermità. Produrre energia nell’isola per rivenderla chissà dove, benché in Sardegna non ne serva e quella utilizzata costi di più. Il solito paradosso dello sfruttamento di territori che arricchisce pochi e trasferisce i benefici altrove.

Si comincia a capirla la sconvenienza, pure dove la vita è grama e le promesse di lavoro ovviamente allettanti. Per questo il dissenso all’impianto a “Gomoretza” assume un valore simbolico. Grazie al Comitato “Santu Matzeu”, a guida femminile, che non vuole quelle macchine rotanti nell’orizzonte di Bitti. E ha deciso di combattere perché le terre non perdano la vocazione agropastorale.

E la Regione? Aveva fatto la mossa giusta: la delibera di Giunta del 7/8/ 2015 per indicare i siti non idonei all’installazione di impianti eolici. Necessaria dopo i tentativi di contenere gli effetti del D.Lgs. 387/2003 in materia di energia censurati dalle sentenze della Corte Costituzionale: giudicato “astratto” il diniego agli aerogeneratori e simili. Si trattava di coglierle fino in fondo le sollecitazioni dei giudici costituzionali ad esercitare le prerogative regionali per installare gli impianti da fonti rinnovabili nei luoghi più adatti. E compatibilmente con l’interesse pubblico.  Oggi ci si interroga se un successivo atto – peraltro annunciato nella delibera –  e soprattutto l’estensione del Ppr alle zone interne, non avrebbero consentito di rimediare ai difetti dell’art. 112 delle Norme di attuazione del Ppr, dove peraltro si rimanda a uno “studio specifico” per stabilire la localizzazione di impianti eolici. Senza questi adempimenti supportati da congrue motivazioni per la tutela del paesaggio rurale e pastorale, sarà complicato difendere il territorio di Bitti e di altri comuni isolani. D’altra parte il governo ha pensato in questi anni di compiacere gli uomini d’affari, al diavolo l’art. 9 della Costituzione, specie se c’è di mezzo una multinazionale dell’energia. In questo quadro è incerto il futuro di uno dei pascoli d’altura tra i migliori d’Europa. Ma provare a difenderlo è indispensabile, come ha chiesto il Consiglio comunale di Bitti esprimendo un netto No all’insediamento industriale. Conterà, come in altre occasioni, l’attenzione dell’opinione pubblica del Paese: per questo da Bitti ci chiedono di fare circolare la notizia.