Alcuni mesi fa, mi sono ritrovato laddove, tempo addietro, c’era la biblioteca di uno degli intellettuali ispanofoni più illustri della prima metà del Ventesimo secolo, il messicano Alfonso Reyes. Borges, uno dei suoi più instancabili ammiratori, amava dire che la provvidenza ha dato a ciascuno di noi una sezione o un arco, ma a Reyes dette la circonferenza intera.

A distanza di più di vent’anni dalla morte di Reyes, avvenuta nel 1959, i suoi libri erano stati donati all’Universidad Autónoma de Nueva León di Monterrey.
Soltanto i suoi archivi, la sua collezione d’arte e qualche romanzo giallo erano ancora custoditi nella sua casa di Città del Messico che il suo caro amico, lo scrittore Enrique-Díaz Canedo, aveva ribattezzato la Cappella Alfonsina. Lì Reyes si coricava per dormire su una brandina improvvisata che accoglieva a stento il suo corpo massiccio nelle notti dei frequenti litigi con la moglie Manuelita Mota.
Mi trovavo nella Capilla Alfonsina per le cerimonie legate al Premio Alfonso Reyes che mi è stato assegnato lo scorso settembre e riuscivo a sentire aleggiare nella stanza la presenza del maestro.
Dopo che una biblioteca è smantellata e il lettore ne ha chiuso l’ultimo libro, spesso quel luogo conserva qualcosa di simile a un’ombra, un fruscìo, un soffio di ciò che vi accadde intrappolato tra le pagine scomparse. Il tutto ha una peculiare caratteristica spettrale, di fantasma, non tanto di luogo abbandonato, quanto di luogo vicino a vivere pienamente.
Ho provato questa sensazione molte volte in altri luoghi che, come la Capilla Alfonsina, in passato erano biblioteche. Provai intensamente la presenza di questa assenza quel pomeriggio di marzo in cui, per l’ultima volta, chiusi la porta di quella che era stata la mia biblioteca in Francia. I libri erano stati riposti in scatoloni e spediti a Montreal, in attesa del giorno della loro resurrezione.
Avevo vissuto quindici anni nel piccolo paese francese dove, con il mio compagno, avevamo trovato una casa abbastanza grande da contenere i molti libri che, seguendo l’abitudine inveterata delle biblioteche, avevano continuato a moltiplicarsi di nascosto, non appena voltavo loro le spalle. Quando trovammo quel posto — una canonica del dodicesimo secolo, con un giardino antico e un fatiscente granaio di pietra che ristrutturammo per alloggiarvi i libri — capimmo di aver trovato il paradiso. Non ricordammo che il paradiso è un luogo che sei destinato a perdere. Sembrava così perfetto e ce ne prendemmo cura con tale amorevole attenzione da non poter mai credere di poter vivere lontano da esso. Da un certo punto di vista, è proprio così: io mi trovo ancora lì.
Costituita dalle molte biblioteche che avevo messo insieme e smantellato per tutto il mezzo secolo precedente, la mia biblioteca in Francia è ancora presente nei miei pensieri, erudita e accogliente, e se allungassi un braccio sarei sicuro di poter toccare qualsiasi libro, perché so esattamente su quale scaffale trovarlo. Mi basta un attimo di distrazione e mi sento di nuovo in quella biblioteca.
Tutti noi abitiamo paesaggi immaginari. A prescindere da quale sia il luogo nel quale abbiamo vissuto da bambini, quale posto al mondo ci abbia regalato una piccola epifania, quale scenario ci abbia fatto rinnegare la patetica fallacia umana, tutti contribuiscono come un patchwork a mettere assieme una carta geografica nella quale gironzoliamo periodicamente. I passaporti e i legami familiari cercano di rafforzare confini e fedeltà, ma il più delle volte sono felicemente inutili. Mosca non deve esistere perché tre sorelle spasimino di andarci, e le autorità che misero Dante al bando da Firenze non riuscirono a tenerlo lontano dalla sua città.
Ho avuto questa sensazione ritornando per un breve periodo a Buenos Aires, dopo la caduta della dittatura militare. La città era cambiata: accanto al vecchio porto erano spuntati grattacieli, gli onnipresenti negozi di lusso avevano appeso le loro insegne dove prima sorgevano piccole botteghe di fruttivendoli e caffè bui, e gli edifici che mi erano serviti da punti di riferimento erano stati demoliti. Nondimeno, vagabondando per strada, la città che ricordavo era lì, sulla carta geografica scarabocchiata sovrapposta a quella di asfalto e pietra, e l’ha obliterata. Dentro di me dicevo: «In questo punto c’era il caffè dove ci vedevamo con gli amici che poi dovettero scappare; lì viveva il Tal-dei-tali prima di essere portato via dalla polizia segreta, di lui non si è saputo più nulla; lì c’era la casa dello scrittore poi torturato e ucciso».
Adesso, trascorsi cinquant’anni, sono tornato a Buenos Aires per dirigere la Biblioteca Nazionale e ogni giorno, se m’incammino verso l’austero grattacielo di cemento che ospita la biblioteca, vedo ancora la città scomparsa della mia adolescenza.
Alla fine degli anni Novanta, alla Bibliothèque Nationale di Parigi vidi una mostra di disegni di Etienne-Louis Boullée, che visse a Parigi durante la Rivoluzione francese e teorizzò nuovi concetti architettonici come “l’architettura sepolta” e “le ombre” finalizzati a ottenere l’effetto per cui le pietre degli edifici non riflettevano la luce. Tra i suoi progetti visionari (mai realizzati fuorché sulla carta) vi sono una basilica, uno stadio, un nuovo ponte che congiunge le sponde della Senna, un cenotafio per Isaac Newton, e — progetto a me quanto mai caro — una smisurata sala di lettura per la Biblioteca reale. Disgustato dalla politica del terrore di Robespierre, e ispirato dai libri del XVII secolo di Athanasius Kircher, Boullée progettò e disegnò una nuova Torre di Babele, concepita come un cono gigantesco collocato su un basamento quadrato, con personaggi che salgono in cima lungo una spirale come se, a dispetto della maledizione di Babele, l’umanità potesse ancora una volta parlare un linguaggio comune. A Boulée interessava più la fase progettuale che la realizzazione. Desiderava creare spazi immaginari che, forse ma non necessariamente, permettessero alla realtà di occuparli in carne e ossa.
Ed ecco sorgere una domanda: la mia inventiva saprà creare l’immagine di una nuova biblioteca che rinasca da quella che ricordo?
Repubblica, 23 Marzo 2018