FdI: betoniera e moschetto (e il programma è perfetto)

Tomaso Montanari

Betoniera e moschetto. È la prospettiva che scaturisce dal discorso programmatico con il quale il signor presidente del Consiglio Meloni ha chiesto e ottenuto la fiducia alla Camera dei Deputati: del resto il grigio del cemento è sempre stato bene col nero della camicia. Tra le due destre (una liberista e una fascista) che convivono nell’ideologia che sorregge il nostro primo governo repubblicano di estrema destra, per quanto riguarda i temi dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale sembra prevalere decisamente la prima, quella di uno Stato minimo prostrato di fronte agli interessi privati. Proprio su questo i neofascisti italiani si dimostrano anti-statalisti, e per nulla conservatori: cioè per nulla interessati alla conservazione della forma di quella patria che tanto esaltano a parole.

Meloni ha cominciato col mare, ora vittima di un ministero ad hoc: “I nostri mari possiedono giacimenti di gas che abbiamo il dovere di sfruttare appieno e la nostra Nazione, in particolare il Mezzogiorno, è il paradiso delle rinnovabili, con il suo sole, il vento, il calore della terra, le maree, i fiumi, un patrimonio di energia verde troppo spesso bloccato da burocrazia e veti incomprensibile”. Il mantra è quello, eterno, di Berlusconi, Lupi, Salvini, Renzi…: le rinnovabili (sacrosante) sarebbero bloccate dalla burocrazia, cioè dalle odiate Soprintendenze. La verità, al contrario, è che sono bloccate dall’incapacità progettuale dei governi locali, e dalle non rare infiltrazioni di poteri criminali: le Soprintendenze fanno il loro lavoro, prescritto dalla Costituzione, che è quello di difendere il territorio e il paesaggio da modi selvaggiamente sbagliati di introdurre pale eoliche e parchi fotovoltaici. Alla politica spetterebbe trovare i modi giusti e sostenibili per farlo: ma se si inizia maledicendo la tutela, non potrà che finire nel peggiore dei modi. Del resto, il (presidente) Meloni quando parla di “bellezza” (e come non potrebbe, vista la fortuna dell’endiadi “bellezza-giovinezza” nella sua cultura di riferimento?), fa gli occhi a dollaro: “E penso alla bellezza. Sì, perché l’Italia è la Nazione che più di ogni altra al mondo racchiude l’idea di bellezza paesaggistica, artistica, narrativa, espressiva. Tutto il mondo lo sa, ci ama per questo e per questo vuole comprare italiano, conoscere la nostra storia e venire in vacanza da noi. È un orgoglio certo, ma soprattutto è una risorsa economica di valore inestimabile, che alimenta la nostra industria turistica e culturale”. Dove “soprattutto” è la parola chiave, con tanti saluti al progetto costituzionale che vede cultura, paesaggio, arte, storia come strumenti di uno sviluppo che non è quello economico, ma quello, pieno, della persona umana. Di fatto, c’è da aspettarsi una perfetta continuità con la dottrina Franceschini: valorizzazione puramente economica, propaganda per la propria parte, clientela politica a manetta nelle nomine.

Ma c’è ancora di peggio. La cornice generale in cui tutto questo si inscrive, è l’ideologia della totale sottomissione dell’interesse pubblico a quello privato. Su un piano globale significa togliere ogni freno alla crescita, nel più completo negazionismo climatico e con sommo disprezzo di ogni forma di sostenibilità. In quella che sembra un’atroce parodia del dettato dell’articolo 3 della Costituzione, il Meloni ha detto è compito del suo governo “rimuovere tutti gli ostacoli che frenano la crescita economica”. Bomba libera tutti, insomma. Che questa sia la linea, è detto apertamente nel passaggio chiave del discorso: “Il motto di questo Governo sarà: ‘non disturbare chi vuole fare’. Le imprese chiedono soprattutto meno burocrazia, regole chiare e certe, risposte celeri e trasparenti. Affronteremo il problema partendo da una strutturale semplificazione e deregolamentazione dei procedimenti amministrativi”. Cosa avrebbe detto di questa destra il destro Montanelli, che scriveva che le regole, i procedimenti, le Soprintendenze servono “soprattutto a resistere ai privati che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l’assenso e l’appoggio delle autorità?”. Siamo anni luce lontani da una destra liberale con un senso forte dello Stato e del pubblico interesse: siamo di fronte ad una banda di fascio-liberisti che promettono agli italiani mani libere, in cambio del consenso a manganellare dissidenti, neri, poveri e stranieri.

Come diceva il loro dante causa Benito Mussolini – grande sventratore del centro di Roma, e “interprete pittoresco e incisivo della spazzatura culturale” (Cederna) che vedeva nell’arte del passato un nemico da abbattere –, “è tempo di dire che l’uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell’ordine: si può dire che, nella storia, il poliziotto ha preceduto il professore”. A cento anni dalla Marcia (ma, anche qua, bisognerà dire “il marcio”: al maschile) su Roma, si ricomincia da qui.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 31 ottobre 2022. Fotografia dal sito del Governo italiano – Presidenza del Consiglio (licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT).

 

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