Roma, senza patrimonio: una fotografia ragionata di una città “in confusione”

Maria Pia Guermandi

Da qualche settimana si è insediata la nuova giunta capitolina, gravata in partenza da problemi pesantissimi, su tutti i fronti, dai trasporti allo stato delle periferie, dall’overtourism che torna a stravolgere il centro storico, alla crisi endemica dei rifiuti. Fra le emergenze gravissime che affliggono la capitale, il testo di Michele Campisi, Roma in confusione*, si concentra su di un tema poco frequentato in campagna elettorale, a parte qualche boutade estemporanea, vale a dire quello del patrimonio culturale. Patrimonio che da un lato continua ad essere utilizzato come scenografia privilegiata del teatro del potere, come più volte avvenuto in occasione del G20 – dalla Fontana di Trevi al Colosseo – e dall’altro, quello della amministrazione quotidiana dei beni, esprime da molti anni una manifesta povertà di innovazione culturale e di capacità di visione, rifugiandosi in una gestione dell’ordinario spesso insufficiente a garantire financo una decorosa manutenzione del patrimonio esistente. Nel suo volume, definito un “rapporto sui luoghi storici della cultura”, l’autore si concentra sul centro storico, riconosciuto come motore imprescindibile di un ripensamento della forma e del ruolo della città nel suo insieme. Attraverso il racconto delle lentezze, dei ripensamenti, dei progetti abortiti in questi ultimi decenni, dallo Sdo al Campidoglio 2, l’autore segnala i pericoli che incombono tuttora, legati ad esempio alla realizzazione delle opere connesse al PNRR e al programma “Caput Mundi” previsto per il Giubileo 2025.

Esemplare dello stato comatoso del patrimonio culturale della capitale è la situazione dei suoi musei che, dopo la fase di espansione e di rinnovamento concentrata soprattutto a cavallo degli anni ‘90 e connessa all’attività della Soprintendenza archeologica statale, conosce ora un momento di stasi preoccupante che coinvolge le istituzioni sia comunali che statali. Specchio impietoso della mancanza di un disegno culturale complessivo che riesca a far esprimere la straordinaria ricchezza del patrimonio custodito nelle istituzioni romane senza sovrapposizioni e provincialismi e soprattutto a metterla a disposizione, in maniera aggiornata, della crescita collettiva delle comunità di riferimento. Il suggerimento, però, qui dovrebbe guardare ben oltre i confini nazionali, là dove, in altre capitali europee, i musei sono da almeno inizio secolo il migliore biglietto da visita del livello culturale del paese: a Roma, al contrario, gli incompiuti di Palazzo Venezia, del Pigorini, del Vittoriano, i “ripensamenti” sul Museo Nazionale Romano, le velleità ricorrenti su Villa Silvestri Rivaldi ci restituiscono complessivamente la fotografia di un insieme frammentato che non è mai diventato sistema e che non ha mai saputo aprire un dialogo con la città. Esito inevitabile di politiche culturali che, come è accaduto soprattutto nell’ultimo lustro, si sono concentrate su di una crescita giocata esclusivamente sulle quantità dei visitatori e degli incassi.

Senza sconti è l’analisi sulle dinamiche perverse dell’economia turistica e dell’industrializzazione del commercio nel loro impatto sulla distorsione progressiva e inarrestabile dell’uso e dei significati non solo del patrimonio, ma della città stessa.

La previsione finale, non inaspettata, è che “Roma ben presto diventerà la capitale meno popolata d’Europa nel territorio costruito più esteso d’Europa”: lo sprawl urbano ha eroso progressivamente quel confine fra città e campagna alla base di un armonico sviluppo territoriale e di quella “forma della città” richiamata nostalgicamente già da Pasolini nel 1974 (e assieme occorre anche ricordare Cederna che, decenni prima dei vari Gregotti&c., denunciava impietosamente – inascoltato – la “città stravaccata” che si stava spargendo “a macchia d’olio” consumando suolo e vivibilità come un’escrescenza informe).

L’ultima parte di Roma in confusione è dedicata, complessivamente, al ‘buco nero’ rappresentato dall’area archeologica centrale: si dipana quindi la triste storia del progetto Fori voluto da La Regina, Cederna e Petroselli negli anni ‘80 e poi via via abbandonato dalle amministrazioni successive senza peraltro essere sostituito da nessun altro disegno coerente di sistemazione dell’area.

Così, dopo novant’anni, lo stradone fascista che sventrò una delle più preziose e complesse aree storiche del mondo, rimane, nella sua inutilità, a testimoniare il fallimento di almeno un paio di generazioni di classe dirigente e intellettuale. Testimone d’asfalto dell’incapacità di concepire sia una politica culturale degna di questo nome, che un’idea di città che sappia coniugare qualità della vita urbana e accesso consapevole ai beni culturali e ricongiungere i cittadini al loro passato, facendo della storia lo strumento di un rinnovato patto collettivo. Anche per questo Campisi argomenta, giustamente, quanto oggi “il suo [di via dei Fori Imperiali] smontaggio oltre che lecito sia quasi indispensabile”.

Nel triste bilancio complessivo del rapporto con il patrimonio culturale che viene tracciato con uno sguardo ampliato a comprendere fenomeni culturali non circoscritti nell’orizzonte capitolino, Roma in confusione rappresenta senz’altro una lettura utilissima a risvegliare il senso della necessità e dell’urgenza di ripensare a quel patrimonio, e in particolare a quello archeologico, non solo e non tanto come opportunità di sfruttamento turistico, ma come perno imprescindibile di ogni politica di rinascita della capitale.

*Michele Campisi, Roma in “confusione”. Rapporto sui luoghi storici della cultura, Roma, Lithos, 2021.


Fotografia da Pixabay.
 

 

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