di Sandro Roggio

La maggioranza sardo-leghista che governa la Sardegna ha confermato, nei mesi scorsi, la volontà di dare la spallata al Piano paesaggistico regionale  del 2006. Nessuna sorpresa: Solinas & C.  lo avevano annunciato continuamente,  in ogni fase della campagna elettorale. Colpisce  tuttavia il modo scomposto  e pressapochista, la fretta di arrivare all’obiettivo nella totale  noncuranza delle precauzioni richieste a chi è chiamato ad approvare leggi quali l’obbligo di osservare la gerarchia del quadro normativo e di stare nel solco delle regole stabilite dalla Costituzione.

Ma l’obiettivo dello schieramento molto trasversale contro  il Piano paesaggistico,  era – è – quello di provocare il cortocircuito, una fase di disorientamento per consentire l’avvio di alcune imprese immobiliari brum-brum,  a cui  ne seguirebbero altre e altre ancora. Che la giostra parta, e poi si vedrà: ben venga chi sarà in grado di accomodarsi, spinga chi può – è la voce che giunge dai capannelli neoliberisti nei Palazzi.

Nello sfondo c’è il costante auspicio del ciclo edilizio forever, la pressione nei confronti della politica perché lo favorisca rimuovendo quanto prima le regole ostiche sui beni culturali,  dando libertà  alle più aggressive speculazioni sempre pronte a dare il peggio. Lo sviluppo teorizzato da Confindustria sarda  – essenzialmente palazzinara  – è tutto qui, la difesa degli interessi di pochissimi: l’edilizia senza inibizioni contro il futuro delle nuove generazioni incardinato nella tutela dei paesaggi più preziosi, destinati a svanire se gli mancherà la materia prima.

La premura pasticciona del presidente Solinas – tra spregiudicatezza e inconsapevolezza – risponde alle attese del via libera atteso dagli speculatori: nel totale disinteresse dell’ordinamento secondo il quale  non è data alcuna facoltà alla Regione di invadere  la sfera di una competenza legislativa dello Stato,  ai sensi dell’art. 9 della Costituzione, nel caso in esame. Ma prevale la messinscena per via di un interesse incerto, con lo scopo di suscitare il consenso da parte dei palazzinari più attrezzati a cui si somma il plauso di tanti che vorrebbero fare casette nelle campagne e dappertutto.

La maggioranza sardista ispirata da Matteo Salvini ha azzardato sulla strada scivolosa  della scorrettezza costituzionale;  e i Ministeri dell’Ambiente e dei Beni Culurali lo hanno rilevato con linearità. Da qui la recente decisione del Governo di impugnare la legge n. 21 /2020 della  Sardegna (che consente l’interpretazione autentica del Piano paesaggistico regionale) “in quanto l’articolo 1, riguardante il piano paesaggistico, viola gli articoli 9, 97 e 117,  della Costituzione, che riserva alla competenza statale la tutela dell’ambiente e del paesaggio”. Una figuraccia che la Regione, avvisata da più parti,  poteva evitare.

Chi governa la Regione ha il diritto di procedere all’aggiornamento del Piano paesaggistico (anzi il dovere perché il Codice dei beni culturali lo richiede). La sfida è appunto quella di  imboccare la strada maestra, per cui sarebbe bene  andare avanti nella pianificazione congiunta con gli organi dello Stato, perché le scorciatoie introverse non sono ammesse dalla Costituzione. Peraltro non è difficile intuire la irragionevolezza della libera interpretazione retroattiva del Ppr, com’è previsto nella legge impugnata: sarebbe un lasciapassare perpetuo  per decisioni politiche estemporanee, nulla a che vedere con scelte tecnicamente coerenti della pianificazione, da assumere mediante un’intesa Stato-Regione (gli sguardi vicini e lontani che s’intrecciano). Ma soprattutto le coste sarde sono beni paesaggistici nazionali.


L’articolo è una versione revisionata di quello pubblicato su “il manifesto”, 9 agosto 2020

Fotografia di Alessandra Chemollo