di Sandro Roggio

Da una quindicina di anni esiste un tacito accordo trasversale per debilitare il piano paesaggistico della Sardegna. Il Ppr è un “sopruso” secondo i suoi detrattori, immemori di sentenze che ne hanno certificato legittimità e ragionevolezza. E del referendum (2008) convocato per abrogare la “legge salvacoste” e che invece fu la smentita dello storytelling sulla insofferenza popolare verso quella scelta (solo 20% i partecipanti tra cui non pochi i favorevoli alla legge).

E così il Ppr ha resistito ad assalti tonanti e maldestri: dalla controriforma-flop, tentata dalla destra al tempo di Cappellacci, agli imbarazzati spintoni di sedicenti sinistre, alla giostra di pianicasa – copyright Berlusconi – con il racconto ingannevole dell’interesse generale (la cameretta in più per tutti = scorribande speculative per pochi).

Una bizzarra legge è stata approvata nei giorni scorsi dalla maggioranza di destra che governa la Regione: auspica un cortocircuito per rimettere in corsa programmi dannosi dei beni paesaggistici. Un arrembaggio anticostituzionale, altro che lotta per la liberazione dell’isola dal totalitarismo di Soru. Né c’entra la difesa dell’Autonomia, come ha spiegato più volte la Corte, ad esempio con la sentenza 189/2016: la conferma che le norme sul paesaggio sono prevalenti sulle disposizioni regionali urbanistiche, visto che “gli interventi edilizi (…) non possono essere realizzati in deroga né al piano paesaggistico regionale, né alla legislazione statale”.

I chierici del calcestruzzo Lega-4mori decidono così di agire contro il Codice dei beni culturali, quindi in difformità dall’art. 9 della Carta. Le dichiarazioni d’amore sardiste per l’isola nascondono la volontà di svendita delle sue terre più preziose in accordo con l’idea confindustriale dell’edilizia brum-brum per trainare l’economia: il jingle noto, molto inquietante nel clima postCovid.

La cura è il cantiere forever nelle aree più pregiate. Dove capita di vendere una casa al ricco russo a prezzi da sballo, grazie alla vista del mare che mettiamo noi tutti. L’aspettativa di fare fortuna nelle riviere sarebbe all’origine dello spopolamento del centro dell’isola.

Ma è necessaria altra edilizia per la villeggiatura in Sardegna? Gli alberghi contano su un indice di occupazione poco sopra il 50% d’estate, prossimo a nulla nel resto dell’anno. Un azzardo immaginare oggi altre case-vacanza, tanto più con quel deficit di collegamenti da-per l’isola, su cui si è fatto e si fa poco o nulla. La solita faciloneria del paleocapitalismo all’italiana, direbbe Giorgio Nebbia, su cui dovrebbe riflettere il centrosinistra isolano, fautore di norme un po’ “meno peggio”, viatico per il molto peggio.

Non è uno scandalo che Solinas&Salvini vogliano cambiare il Ppr (da aggiornare secondo la legge). Ma è inammissibile il procedimento incoerente previsto dalla legge approvata che sfugge all’obbligo della pianificazione e che sarebbe surrogata da interpretazioni del Consiglio. Un’aberrazione: il Ppr alterato da decisioni estemporanee, prive del coordinamento che solo il progetto assicura. E a proposito di improvvisazioni, penso all’idea della maggioranza sardo-padana di consentire a chiunque, pure privo dei requisiti di imprenditore agricolo, l’utilizzo per finalità abitative delle campagne, dove si dovrebbe casomai incentivare la realizzazione di caseifici e cantine vitivinicole.

Ma ecco il pretesto-messinscena: la strada a 4 corsie Sassari-Alghero sulla quale pendeva un giudizio ministeriale per via della giusta norma del Ppr: impedire inutili collegamenti litoranei senza peraltro nessuna volontà di lasciare incompiuta la viabilità regionale già programmata; e infatti il Ppr fa salve le strade per le quali siano già in corso valutazioni da parte di organi tecnici, elemento su cui pare sarà fondato il responso del governo Conte.

Stop al bluff di Solinas & C., quindi. E stop, si spera, al proposito di interpretazione del Ppr oltre il caso capzioso della strada, mirato a eliminare i vincoli relativi a fascia costiera, agro, beni identitari, per i quali il Ppr 2006 ha prescritto la tutela, con riguardo a valori sostanziali del paesaggio sardo: un livello di protezione rigoroso, ben oltre quanto disposto dal Codice. E su cui gli organi statali hanno convenuto, prima che la legge richiedesse la cosiddetta co-pianificazione Stato-Regioni (2008), assenso di cui si dà atto nella Delibera di approvazione del Ppr 2006; con espresso richiamo alla “(…) impostazione concordata con gli organi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali nei diversi incontri effettuati”.

Inammissibile che una spiccia esegesi giunga a trascurare la circostanza – evidenziata da molti – che possa riguardare la decisione di un soggetto istituzionale diverso e un atto di 14 anni fa. Più grave se una interpretazione sconfinasse oltre la necessità di chiarire “situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo”, in ragione di “un dibattito giurisprudenziale irrisolto”come ha detto la Corte nelle sentenza 308/2013. Sarebbe arbitrario, presumo, estromettere il Mibact da decisioni sugli assetti già disposti dal Ppr su cui il Ministero aveva avuto modo di esprimersi, all’interno della procedura di pianificazione, in grado di spiegare le interazioni tra beni paesaggistici indicati nell’articolo 143, comma 1 b,c,d, e quelli individuati dalla Regione. Il percorso attraverso cui modificare le originarie regole del Ppr – con un’eventuale riduzione delle tutele paesaggistiche – dovrà necessariamente motivare le scelte attraverso un’analisi di pari accuratezza, peraltro improbabile senza un’adeguata base cartografica. É quindi auspicabile che la Regione, stabilisca le varianti al Ppr attraverso la pianificazione secondo il procedimento previsto dal Codice bbcc. Per dare certezza agli operatori è meglio evitare le scorciatoie, come sostiene Maria Laura Orrù che ha guidato l’opposizione resistente alla destra in Consiglio regionale.


L’articolo è stato pubblicato in una versione ridotta su “il manifesto”, 11 luglio 2020

Fotografia di Alessandra Chemollo