di Tomaso Montanari

Come ripartiranno i musei italiani? La riapertura dal 18 maggio di “musei e mostre” annunciata dal presidente del Consiglio sembra più motivata dal desiderio di provare a salvare il business delle seconde che non da una reale conoscenza dello stato dei primi. Il Mibact ha una pianta organica vuota per oltre il 43 per cento, e la mancata bigliettazione impedisce di contare sul personale precario delle società che tenevano in piedi il patrimonio culturale.

Se a questo si somma la necessità di rilevare la temperatura, sanificare e gestire una visita cadenzata e distanziata, non saranno molti i siti in grado di riaprire. Ma, al di là della gestione materiale della Fase 2, quel che manca è un cambio di passo: una visione, insomma, che riesca a distinguere un museo da un albergo di lusso.

La prima domanda da porsi è: sparito (almeno per un po’) quel turismo di massa che rendeva insieme vana e superflua qualsiasi politica culturale, a quale pubblico si rivolgeranno i musei italiani?

I primi segnali non sono incoraggianti: gli Uffizi, per esempio, hanno condiviso una serie di video su Tik Tok che lasciano basiti per gli errori (Federico da Montefeltro chiamato “Fernando”…) e per il penoso tentativo di forzare quei capolavori a stare sulla notizia (la Medusa di Caravaggio che urla: “Cornavairus!”). Un’iniziativa che Fulvio Cervini, storico dell’arte all’Università di Firenze e presidente della Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’arte ha commentato così: “Sinceramente non pensavo si potesse arrivare a tanto… in un Paese che si avvia ai 30.000 morti per Covid, dove ripartire dalla cultura deve essere un imperativo categorico, questa roba mi fa semplicemente vomitare”. Difficile ricordare uno scollamento altrettanto radicale tra mondo della conoscenza e musei ridotti a luna park. Dunque, da dove ripartire?

Nella ultima seduta del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, tenutasi naturalmente in forma telematica, ho avanzato una proposta che potrebbe ridare ai musei la loro interlocutrice naturale, da troppo tempo dimenticata: la scuola.

A settembre le scuole italiane avranno, come è noto, un enorme problema di spazi: vengono al pettine i nodi antichi (e vergognosi) di classi troppo numerose e di un’edilizia scolastica assolutamente inadeguata. Ebbene, perché non pensare che i musei (a loro volta, al contrario, semivuoti per il crollo del turismo) non si prestino a trasformare le loro sale in aule scolastiche? Per uno o due giorni alla settimana (o anche di più, ove possibile) i musei (anche del rango degli Uffizi) potrebbero essere riservati alle scuole, dalle primarie alle superiori di secondo grado. E non solo per tenervi lezioni di storia dell’arte, ma anche di storia, italiano, geografia e, di fatto, di ogni altra materia: i nessi tra le opere esposte e le materie scolastiche sono infiniti, evidenti, stimolanti. So bene che una iniziativa del genere metterebbe non poco sotto stress l’organizzazione di scuole e musei: riuscirebbe solo se Miur e Mibact si impegnassero a snellire, instradare e portare a compimento la burocrazia necessaria. Certo, gli insegnanti (categoria eroica a cui davvero si fatica a chiedere qualcosa in più), le famiglie (già provate da mesi di vuoto scolastico) e il personale dei musei (allo stremo) avrebbero una settimana più complicata, ma i benefici sarebbero straordinari: per i ragazzi, innanzitutto, e poi per la scuola e per i musei.

Si fa un gran parlare (spesso a sproposito) del dopo-Covid come di un nuovo Dopoguerra: ebbene, tra i progetti rimasti incompiuti dagli anni Quaranta del secolo scorso, c’è quello per cui ogni italiano avrebbe dovuto “imparare la storia dell’arte… da bambino, come una lingua viva: se vuole avere coscienza intera della propria nazione” (Roberto Longhi). I vecchi del mio quartiere, l’Oltrarno fiorentino, ricordano ancora le notti passate a Palazzo Pitti come sfollati, nell’agosto 1944: quanto più una intera generazione ricorderebbe di aver fatto scuola, per mesi, nello stesso Pitti, a Capodimonte, a Brera, alle Gallerie dell’Accademia! Sarebbe molto più che un escamotage logistico: sarebbe la via per far ridiventare finalmente popolari i musei dello Stato, da rendere, a questo punto, tutti e sempre gratuiti. Per ridare al nostro patrimonio culturale quella missione civile che è la sola capace di traghettarlo nel futuro.


Articolo pubblicato in “Il Fatto Quotidiano”, 6 maggio 2020

Fotografia di Mentnafunangann da Wikimedia Commons