di Sandro Roggio

Il malessere della Sardegna si aggraverà, come ovunque. Riguarderà l’economia oggi insidiata dal virus dove più dove meno. Servirebbe, ora più che mai, una riflessione autocritica per ripartire, e magari un patto per investire con determinazione nella cura-conservazione delle risorse naturali. Non è tempo perso.

Dal nostro benessere dipende lo sviluppo economico. Da tanto gli studiosi ce lo ricordano, chiedendo di aumentare l’impegno per la difesa della salute del pianeta, per la “salute circolare”– dicono. Un ecosistema alterato troverà un suo equilibrio anomalo, nel quale allignano più facilmente le patologie. Si pensi alle conseguenze dell’impiego spropositato dei pesticidi, che pregiudicano la vita degli insetti. Effetti sottovalutati con lo scetticismo che sappiamo: eppure la conservazione di api e farfalle c’entrano con la nostra incolumità.

La politica attenta al futuro dovrebbe capire la lezione di queste tristi settimane e accogliere queste raccomandazioni, assumendo il principio di precauzione alla base di ogni decisione, senza sotterfugi.

Mi sarei aspettato un cenno a questo da parte del presidente della Regione Sardegna in una delle tante conferenze televisive, una dichiarazione di impegno ad occuparsi dell’allarme globale rilanciato localmente dalle organizzazioni ambientaliste (con radici nel movimento igienista tra Otto e Novecento); a farla finita con le trasformazioni insensate e convenienti a pochi, e che concorrono ad aumentare la sofferenza del pianeta.

Contro cui ogni comunità locale può contribuire con comportamenti virtuosi. Pure i virus lo sanno.

Scopro invece che la coalizione sardista-leghista è indifferente al buongoverno del territorio, mentre molti pensano che la nostra reiterata incoscienza c’entri qualcosa sulla contaminazione di terra-acqua-aria. E che ogni piccola malefatta – in Sardegna e in Padania– si sommi ad altre frequentissime (dalla piccola palla di neve si forma la valanga).

Incredibile, in una fase tanto drammatica pure per la Sardegna, che chi governa la Regione possa avere trovato il tempo per aggiustare le carte in funzione di trasformazioni di territori tutelati. Che fretta c’era, maledetta primavera-Covid19? Quale istanza superiore ha spinto la Giunta a dare il via alle trasformazioni in quei luoghi preziosi e delicati nei Comuni di Castiadas e Arbus? Per riguardo agli investimenti già auspicati, in quelle aree, dal precedente governo regionale?

Che urgenza aveva la Giunta all’insaputa del presidente Solinas? Ovvero con il disaccordo tardivo dello stesso presidente.

E tuttavia hanno poco rilievo i retroscena della delibera ritirata (o sospesa?). L’unico antefatto interessante – non una sorpresa – è il piano-casa nel cui solco sta la decisione di aggiungere altri volumi edilizi nelle coste del Capo di Sotto. Il serial piano-casa si rinnova da più legislature, in continuità appunto. E l’ultima puntata – la peggiore – è stata decisa e annunciata da Solinas pochi mesi fa. Di male in peggio.

Nella convinzione reiterata – della destra e della sedicente sinistra – che il toccasana per l’isola sia il ciclo edilizio forever e dappertutto per impedire la morte dell'”entroterra della Sardegna”–ci hanno spiegato. Un capovolgimento di senso perché nelle norme piano-casa è annunciata la sequenza di trasformazioni che interesseranno le fragili aree sul mare (in misura trascurabile le altre parti dell’isola in gran parte disabitate).

In prossimità del mare si concentreranno gli investimenti auspicati. E in mancanza di un aggiornamento delle conoscenze sullo stato dell’insediamento litoraneo (fermo a 15 anni fa) mancano i presupposti. Penso alla crescita auspicata delle dotazioni alberghiere penalizzate da un misero indice di occupazione: poco sopra il 50% nei mesi estivi, un’inezia nel resto dell’anno.

Questa volta dovevamo aspettarcelo. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio.

Non si spiega, comunque, il cinismo che ha portato all’approvazione della famigerata delibera il 1° aprile. Mentre si lamentava la mancanza di dispositivi a tutela di medici e pazienti, si dava il via a migliaia di metri cubi in riva al mare. “Una boccata di ossigeno per l’economia” – ha commentato improvvidamente qualche malcapitato.

C’è tuttavia qualcosa di frainteso in quell’atto frettoloso. Si incoraggia una variante alla strumentazione urbanistica comunale (mai adeguata al Ppr) per un interesse generale insussistente, dando per scontato il percorso in discesa del provvedimento; e cioè la compatibilità della variante con i vincoli del Ppr in fascia costiera che invece non ammettono le trasformazioni fantasticate.

Le varianti ai piani urbanistici dei comuni renitenti ad accogliere le disposizioni del Ppr non sono consentite; salvo alcune eccezioni indicate dalla legge regionale n. 8-2015. Alcune ragionevoli altre assai meno. Come quella, confermata dalla legge n. 11/2017, riguardante il “preminente interesse generale e di rilevanza regionale” autocertificato incautamente dalla Giunta. Per via dell'”alta gamma” delle strutture ricettive che contribuirebbero – gulp!– all'”immagine del territorio e alla valorizzazione delle componenti ambientali, paesaggistiche e culturali dei due Comuni”.

E se non fossero compatibili con le regole costituzionalmente rilevanti del Piano paesaggistico?

Immaginabile che anche per questo a qualche assessore siano venuti seri dubbi sulla coerenza dell’atto, magari in relazione allo stato di fatto degli insediamenti preesistenti descritti in delibera con un po’ troppa fantasia.

Va da sé che lo stop alla decisione del 1° aprile, deliberata dieci giorni dopo, andrebbe spiegata dai prestigiatori urbanisti.

Leggo, in questi giorni, di comprensibili diffuse inquietudini e di sollecitazioni per il rapido riavvio sperimentale (?) delle attività produttive in Sardegna. Credo che sui tempi si dovrà esprimere la comunità scientifica indicando le cautele. Spero solo che, nel clima afferra-afferra, a qualcuno non venga in mente di invocare l’urgenza di lavori edili in deroga nelle spiagge lontane dagli abitati. In sicurezza.

* Apprendiamo che la Delibera della GR è stata ritirata in autotutela.

 

Articolo pubblicato in versione leggermente rivista in “TiscaliNews”,  11 aprile 2020

Fotografia di Alessandra Chemollo