A Roma il soggiorno medio è di 2,63 giorni. E tra visite sempre più brevi, affittacamere in nero, consumi lampo e rifiuti abbandonati, i visitatori sono ormai una minaccia più che una risorsa

Il turismo di massa sta cambiando geneticamente non soltanto Venezia e Firenze, ma anche Roma, la più vasta delle città storiche che fino a qualche anno fa si era in parte difesa grazie proprio alla dimensione della città antica. Esso è divenuto più concentrato e più mordi-e-fuggi.

Il più veloce, in assoluto, è quello dei crocieristi delle maxi-navi. Non soltanto a Venezia. A Roma non attraccano per fortuna alle banchine del Tevere, si fermano a Civitavecchia primo porto passeggeri d’Italia, e il mercoledì arrivano nella Capitale i loro clienti, in pullman o in treno creando problemi ai pendolari della linea tirrenica. Il mercoledì coincide con l’udienza papale e quindi crea ulteriori sovraffollamenti verso San Pietro. I crocieristi sostano a Roma poche ore, il tempo per un giro ai Fori, al Colosseo, piazza Navona, una pizza e poco altro e poi riprendono la via del mare. Un turismo ingombrante che lascia ben poco dietro di sé. Quanti dei frettolosi visitatori (i più frettolosi sono i cinesi) va al di là dell’itinerario Vaticano (che poi è Cappella Sistina, neanche le Stanze di Raffaello)-Fori-Colosseo?

Un turismo veloce, di corsa, che va sempre più alla ricerca di soluzioni economiche, sia sul piano del pernottamento sia su quello della ristorazione, con una ulteriore dequalificazione dei servizi. Si pensi che a Roma il soggiorno si è ormai ridotto a 2,63 giorni. Firenze sta ancora un po’ più sotto, 2,60. Venezia a 2,32 giorni di permanenza. Veramente poco. Ovviamente cala di molto, parallelamente, la spesa pro-capite di questo turismo ultraveloce. Va un po’ meglio nei centri d’arte della provincia: a Pisa per esempio i turisti si fermano circa tre giorni e a Viterbo quattro, ma si tende, anche qui, a ridurre pernottamenti e spese.

Dieci anni fa, nel 2009, gli arrivi di turisti a Roma erano calcolati in 9.620.000 e le presenze in 24.481.861 con una media di 2,54 giorni. Le camere offerte erano circa 47.000 e i posti-letto oltre 94.000. L’87% dei letti alberghieri erano in hotel da 5, 4 e 3 stelle. Nel 2017, otto anni dopo, gli arrivi sono risultati 12.403.438 con un incremento del 3% scarso e le presenze sono risultate 29.293.952 con un aumento vicino al 2% e quindi una riduzione del soggiorno a 2,36 pernottamenti. Risultati appena discreti o mediocri. Con profondi mutamenti però nella geografia dell’ospitalità. La percentuale di posti letto disponibili nella fascia alta, del fly-to-quality, cioè degli hotel da 4 e 5 stelle è cresciuta, certamente: una sessantina di hotel a 4 stelle in più e una decina di 5 stelle in più, a fronte di un netto calo dei 3 stelle e a una sorta di collasso degli alberghi a 2 e a 1 stella. Sostituiti ad abundantiam dall’offerta di B&B, Airbnb, case di vacanze, affittacamere, case religiose, ecc. emerse e sommerse.

La vera esplosione di questi ultimi dieci anni è tuttavia quella della offerta di appartamenti, camere o addirittura letti in maniera incontrollata. Sia chiaro, nessuno di noi è contrario a una sana, regolata, garantita concorrenza nel settore dell’ospitalità. Ma qui ci troviamo di fronte a un fenomeno incontrollato, lasciato largamente correre nel sommerso, con ripercussioni gravi sul piano della qualità, della trasparenza, della trasformazione urbana, dell’evasione fiscale, dell’igiene e della sicurezza. In tempi di terrorismo internazionale che in una metropoli esposta come Roma ci siano – come sostiene il presidente di Federalberghi, Giuseppe Roscioli – più di 20.000 offerte in Rete, non è per niente rassicurante. Negli anni di piombo del terrorismo nazionale venne istituito l’obbligo per alberghi e pensioni di denunciare alla Questura i rispettivi ospiti. Obbligo che continua. Ma cosa arriva dalle migliaia di strutture abusive o soltanto in parte legali? Nulla di nulla. E sappiamo da casi recenti quanto può essere rischioso: che senso ha schierare truppe in piazza Navona se intorno ci sono camere in affitto del tutto incontrollabili?

L’abusivismo diffuso della ricettività turistica ha anche ripercussioni non secondarie sulla sporcizia della città più visitata la quale si offre ingombra di sacchetti e sacchi di plastica di immondizia, spesso sventrati di notte (e anche in pieno giorno ormai) da gabbiani, cornacchie e altri animali. Sacchi e sacchetti che decorano strade e vicoli quasi permanentemente. Da una parte, per ragioni di sicurezza, l’Ama ha abolito i cassonetti nei rioni storici, dall’altra B&B abusivi, affittacase e camere si guardano bene dal dotarsi – come devono fare i residenti normali – di contenitori differenziati per la spazzatura da piazzare negli androni, anche quando questi ci sono. In realtà molto spesso utilizzano per affitti brevi mini-appartamenti o ex laboratori direttamente affacciati sulla strada, a volte veri e proprio loculi coi letti a castello e uso di cucina. Di qui sacchi e sacchetti abbandonati per strada e la permanente sporcizia diffusa per ogni dove. In certe zone sarebbe bastato mantenere i cassonetti sul Lungotevere, ma quegli spazi sono stati utilizzati per parcheggiarvi i pullman turistici.

C’è poi il problema tutt’altro che secondario della evasione fiscale in generale e dell’imposta di soggiorno in particolare. Su Repubblica Ettore Livini ha scritto (21 giugno 2019): “L’Italia si è mossa finora in ordine sparso. Diciotto Comuni (su 997) hanno affidato alla piattaforma Usa la raccolta diretta della tassa di soggiorno. Firenze ha incassato 6,8 milioni di euro nel 2018. Milano 2 milioni nei primi due mesi di applicazione. Briciole rispetto all’evasione legata al business”. Airbnb ha infatti registrato per la sola Roma 218 milioni di entrate, per Milano quasi 94 e 107 per Venezia. Rimasti intonsi? Pare di sì.

È la sharing economy bellezza! fa notare qualcuno, sharing economy che dilaga in tutte le capitali del turismo. Che si sono però dotate di strumenti di controllo e di politiche di repressione ben più forti e che mostrano la volontà di fare chiarezza nel mercato turistico. I Comuni devono essere dotati dalla Regioni di strumenti di indagine e di regolarizzazione molto più forti. La Capitale, per essere considerata tale, deve avere una gestione speciale, come hanno, in forme diverse ma pur sempre speciali, la Greater London, la Grand Paris, Berlino e la stessa Madrid. Ma anche in attesa di questi strumenti speciali collegati al fatto fondamentale di essere riconosciuta Capitale del Paese, dalla collaborazione fra Campidoglio e Regione deve sortire, anche in materia turistica, una strategia politica che valorizzi la qualità dell’ospitalità, punti su eventi culturali più diffusi e duraturi, eviti la desertificazione del centro storico o, peggio, la sua trasformazione in una mediocre costellazione di affittacamere, un banale, confuso e anche pericoloso “divertimentificio” permanente. Nel quale i cittadini non hanno più alcun ruolo, perché non ci sono più.

 

FQ  | 26 Giugno 2019