Il 2 febbraio ho scritto per Emergenza Cultura un articolo dal titolo “Parco Archeologico dell’Appia Antica: un problema o una risorsa”, per sottolineare l’incoerenza tra la creazione del Parco Archeologico (uno degli istituti dotati di autonomia speciale e guidato da un direttore

scelto con una selezione internazionale, a seguito della Riforma Franceschini)  e l’indifferenza che il Ministero continua a mostrare nei confronti delle condizioni in cui versano l’istituto del Parco Archeologico e il suo patrimonio. 

A tre mesi di distanza dalla precedente segnalazione nulla è mutato. Sono state espletate le procedure per la selezione del direttore, ma da oltre un mese, individuata la terna di nomi (questa volta resa pubblica), tra i dieci candidati chiamati al colloquio, ancora non si è proceduto alla nomina. I motivi non sono noti ufficialmente ma evidentemente vi è qualche imprecisione nell’assegnazione dei punteggi che ha cristallizzato la situazione, con il permanere di una direzione ad interim che doveva rappresentare solo una breve fase di passaggio. 

Risulta più che evidente un grave cortocircuito, almeno per quanto riguarda questo caso specifico, se pure anche per altre situazioni le criticità non manchino. Il Ministero ha deciso nel 2016 di staccare dalla Soprintendenza l’ambito dell’Appia, quello corrispondente nella perimetrazione al Parco Regionale, senza neppure elaborare la minima valutazione dello scarto tra i costi ben noti dagli ultimi anni di gestione – quelli che hanno consentito di aprire i monumenti, scavare, restaurare, acquistare proprietà private e destinarle alla fruizione pubblica, in un piano di effettiva strategia di tutela e valorizzazione – e gli introiti dai biglietti e poco altro che rappresentano una cifra irrisoria per fare fronte alle esigenze di un tale patrimonio. Al Collegio Romano dovrebbe essere noto, inoltre, che non si può esigere un biglietto per la Via Appia, in consegna allo Stato come Monumento unico e indivisibile con i sepolcri lungo i lati, né agli Acquedotti, complesso dominante nel paesaggio della città ancora oggi, nonostante le trasformazioni, nonostante si debba provvedere alla conservazione di queste testimoniante, per il presente e il futuro. Così come dovrebbero essere note le difficoltà che si frappongono alla piena accessibilità dei monumenti dell’Appia e di cui risentono il turismo e il numero dei visitatori che potrebbero essere attratti dalla bellezza e ricchezza di scoperte di un sito come la Villa dei Quintili. La strada è infatti frequentata per lo più come spazio per il tempo libero, per chi passeggia, per camminatori e ciclisti che non sempre si soffermano a visitare i monumenti e a conoscere la lunga storia della regina viarum.  Molte azioni dunque si dovrebbero mettere in campo perché un progetto complessivo per l’Appia sia attuato gradualmente e d’intesa con le altre amministrazioni, quella comunale per gli aspetti della mobilità e quella regionale per la corretta applicazione degli strumenti di pianificazione, Piano Territoriale Paesistico e Piano d’assetto, con il fine di fare virtù dell’esistenza di due Parchi, evitando sovrapposizioni di competenze e operando per un unico fine.

In un quadro ancora molto instabile, nonostante decenni di impegno istituzionale, civico e delle associazioni, che non hanno visto risolti i problemi dell’abusivismo, delle migliaia di condoni pendenti tra inerzia, burocrazia, ricorsi amministrativi, dei tanti monumenti in proprietà privata privi di cure e sconosciuti ai cittadini e spesso dimenticati anche dal mondo scientifico, il Ministero aggiunge ulteriore precarietà allo sfortunato Parco Archeologico, fortemente voluto dal Ministro Franceschini,  per essere poi abbandonato senza risorse. 

Ancora oggi è lontana la soluzione per l’assegnazione di una sede o di spazi adeguati ai lavoratori del Parco Archeologico, costretti in ambiti angusti, senza che siano rispettate le minime condizioni di sicurezza sul luogo di lavoro e senza la possibilità di prevedere servizi essenziali al funzionamento e alla gestione della ingente mole di documentazione di questo straordinario patrimonio: tutto ciò che serve al normale funzionamento di un istituto come il Parco archeologico. Ma non basta: a oggi – a circa 3 anni dall’istituzione del Parco – non si è provveduto ancora a dotarlo di laboratori di restauro, archivi fotografici e catalografici, insomma delle minime infrastrutture necessarie all’espletamento, non solo della ricerca, ma anche dell’azione di tutela.  Eppure dovrebbe essere ormai scontato che nessuno dei siti dell’Appia assegnati al Parco presenta le caratteristiche di sede per un ufficio con le sue articolazioni, adeguata ad accogliere lavoratori, servizi, luoghi per riunioni, incontri e attività varie per una gestione vivace sul piano culturale e ricreativo. Ciò che esiste infatti, compreso il “villino” di Capo di Bove, svolge funzione di appoggio per il personale di vigilanza e minime postazioni di lavoro, trattandosi di luoghi acquistati negli anni per incrementare la fruizione pubblica, oltre che per accrescere la conoscenza attraverso scavi, restauri e ricerche e metterla a disposizione della comunità e del mondo scientifico.

Se il Parco Archeologico dell’Appia attendeva da anni questa definizione, non ci si può fermare alle parole e dopo oltre tre anni dalla sua costituzione è davvero deplorevole che nessuna delle criticità che affliggono l’istituto, personale, finanziamenti, spazi, sia stata affrontata dal Ministero che, in altri casi, diversamente, ha assegnato spazi e finanziamenti. Quel laboratorio incessante che, negli ultimi vent’anni, ha alimentato la conoscenza e le ricerche in tanti ambiti, campo di formazione e sperimentazione che ha offerto opportunità di studio e di lavoro a tanti professionisti, rischia oggi di spegnersi nella condizione in cui è stato relegato.

E’ dunque doveroso informare ancora il Ministro e gli uffici competenti che stanno peraltro lavorando a una riorganizzazione del dicastero, del perdurare di una tale situazione e interrogare su come si intenda che debba essere gestita l’Appia ricca di un patrimonio che, nei secoli, ha attratto visitatori, studiosi, artisti da tutta l’Europa e che rischia di scivolare nel degrado per la mancanza anche delle cure essenziali per il mantenimento del patrimonio monumentale e del verde.

Se poi accade che la sezione dei Castelli Romani di Italia Nostra organizza un incontro pubblico con autorevoli ospiti, il direttore del Parco Regionale, l’assessore del Comune di Marino e omette di invitare il Parco Archeologico, competente per la tutela archeologica e paesaggistica e di tutto il patrimonio monumentale, fino a Marino, non ci possiamo sorprendere.

 

3 maggio 2019