Sulla  così detta autonomia regionale differenziata le associazioni e chiunque abbia a cuore la difesa del patrimonio culturale può proporre argomenti diversi da

quelli che nella loro genericità finiscono per costituire una contestazione (sterile, pur se nel merito fondatissima) della stessa previsione costituzionale introdotta dalla riforma sciagurata del 2001. Io credo che debba invece opporsi una insuperabile pregiudiziale di metodo. La legge 131 del 2003, che detta disposizioni  per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge di riforma costituzionale del 2001, ignora totalmente la disposizione forse più innovativa, quella del terzo comma dell’art.116 con l’apertura  all’ampliamento dell’autonomia delle regioni a statuto ordinario. Il procedimento verso la prevista “intesa” è perciò privo della  imprescindibile disciplina attuativa (innanzitutto con i necessari criteri di indirizzo), né può essere perseguito il modello adottato dal precedente governo che ha assunto in proprio il confronto con le regioni interessate e ha totalmente escluso da quella decisiva fase il Parlamento, al quale sarebbe infine presentato il disegno di legge governativo con l’oggetto della raggiunta intesa, immodificabile ovviamente nel merito, da approvare così  come è stata conclusa o bocciare (con voto della stessa maggioranza sulla quale si fonda il governo). Insomma senza una legge attuativa neppure si può avviare il confronto con le regioni, quando si stenta a riconoscere nel nostro ordinamento un sicuro modello normativo di intesa bilaterale Stato / Regione (sono plurilaterali quelle raggiunte nella speciale Conferenza Stato/Regioni). E allora corretta è la identificazione dei destinatari di un eventuale appello (di metodo nella attuazione di un istituto costituzionale che deve essere garantita dalla più ampia partecipazione istituzionale e dalla pubblicità) nei Presidenti delle Camere, le cui prerogative sarebbero mortificate e nel Presidente della Repubblica.