Dal 2021 riaprirà al pubblico il Corridoio Vasariano, che unisce Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti attraverso le Gallerie degli Uffizi. Progettato dal Vasari e realizzato nel 1565 per volontà di Cosimo I de’ Medici, il Corridoio fu chiuso nel 2016 per problemi di sicurezza: dopo un restauro di

10,5 milioni di euro e un nuovo allestimento, sarà di nuovo accessibile a 500 mila visitatori all’anno, in gruppi di massimo 125 persone per volta. Il biglietto – previa prenotazione – costerà 45 euro in alta stagione e 20 in bassa, mentre le scolaresche entreranno gratuitamente. Abbiamo chiesto a due firme del “Fatto” di confrontarsi sul prezzo della visita.

 

Perché sì Meglio pagare i costi coi biglietti che con le tasse

Il Corridoio Vasariano che unisce palazzo Vecchio a palazzo Pitti attraverso le Gallerie degli Uffizi a Firenze sarà riaperto, dopo 10 milioni di euro di lavori in un anno e mezzo, nel 2021. Per visitarlo il prezzo pieno del biglietto sarà poco popolare: fino a 45 euro. È tanto? È poco? Difficile dirlo in senso assoluto, qualche economista utilitarista potrebbe dire che dipende dal valore che uno spettatore attribuisce all’esperienza di attraversare il percorso realizzato da Gaetano Vasari nel 1565.

Ma usciamo da questo relativismo che poco aggiunge al dibattito. Di certo 45 euro non sono pochi per molte persone. Ma sono davvero quelle che vogliono vedere il Corridoio? Dire che l’arte dovrebbe essere gratuita o, almeno, accessibile a prezzi democratici è una nobile affermazione. Che, però, come sempre in questi casi, ha un costo. Se guardiamo il bilancio 2017 degli Uffizi, l’ultimo disponibile, scopriamo anche a quanto ammonta: nel 2016 il museo fiorentino prevedeva di incassare 19,5 milioni dalla vendita di beni e servizi (inclusi i biglietti) e 2,2 milioni dal ministero della Cultura. Che però si aggiungono ai 20,4 milioni di fondi pubblici ancora in cassa dal 2016. A fronte di queste entrate, il totale delle uscite di cassa previsto per il 2017 era di 21,9 milioni. Come si vede l’equilibrio si raggiunge anche grazie ai fondi pubblici, ma le vendite di biglietti sono una parte molto rilevante.

La domanda a cui rispondere sul Corridoio Vasariano è dunque la seguente: è più equo un biglietto a prezzo basso, cui corrisponde di sicuro una domanda maggiore, o uno più elevato che riduce il numero di visitatori potenziali? Poiché gli spazi sono limitati e l’accesso è su prenotazione, è ragionevole supporre che la domanda di visite sarà di gran lunga superiore alla capacità ricettiva dello spazio museale. Tenere il prezzo basso, quindi, non farebbe altro che aumentare la quota di domanda che non viene soddisfatta. Il numero di visitatori per gli Uffizi rimarrebbe lo stesso ma gli incassi sarebbero più bassi. Un prezzo elevato sembra più razionale: quei 45 euro possono contribuire a coprire i costi di restauro o, come fossero un sussidio incrociato, ridurre la necessità di sussidio pubblico per il museo nel complesso oppure ancora permettere di tenere prezzi più bassi nella vendita di servizi meno remunerativi.

È ragionevole supporre che la fetta di popolazione che va al museo non sia quella più povera. Da un punto di vista dell’equità fiscale è molto più giusto avere prezzi alti e bassi trasferimenti pubblici invece che prezzi bassi finanziati dalle tasse. Le imposte sono certamente progressive, ma le pagano anche tutti coloro che agli Uffizi non ci vanno. Fissare un prezzo molto diverso da quello “di mercato” potrebbe incentivare poi comportamenti opportunistici come quelli che osserviamo nel settore dei concerti con il secondary ticketing: chi riesce ad accaparrarsi un ingresso sa che può rivenderlo a qualcuno che ha un “prezzo di riserva” più alto (cioè una disponibilità a spendere maggiore).

Chi ha stabilito i prezzi d’accesso del Corridoio Vasariano ha anche considerato la rigidità dell’offerta (la capienza massima) e le variazioni della domanda. I 45 euro valgono solo in alta stagione, quando c’è più richiesta, in quella bassa il biglietto scende a 20 euro. Mentre le scolaresche in visita entrano gratis – si suppone – nei momenti in cui la domanda “di mercato” è minima.

L’alternativa era soltanto all’apparenza più democratica: l’ingresso gratuito – per estremizzare – sarebbe stato pagato di fatto dai normali visitatori del museo (invece che soltanto da quelli più raffinati interessati al Corridoio) o dalle tasse dei contribuenti, anche di quelli che al museo non ci vanno proprio.

Stefano Feltri

 

Perché no L’arte non può diventare solo un bene di lusso

“È finalmente tutto pronto per garantire l’apertura democratica, per i visitatori di ogni angolo del mondo, del celeberrimo Corridoio Vasariano – ha dichiarato il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt –. Per il 2021 ogni anno mezzo milione di persone potranno liberamente visitarlo. Abbiamo voluto che questo eccezionale bene culturale potesse essere accessibile davvero a tutti, in completa sicurezza, in modo da poter offrire a chiunque lo desiderasse una passeggiata nel cuore dell’arte, della storia e della memoria di Firenze. L’occasione della sua riapertura costituirà una misura chiave per il turismo di Firenze e dell’Italia: sarà ossigeno per l’intero settore e contribuirà a creare nuovi posti di lavoro nel comparto e nel suo indotto”.

È una dichiarazione assai interessante: direi, anzi, che è la perfetta espressione di ciò che ci si aspetta da un manager della cultura nell’Italia del 2019. L’impronta è ancora quella, puramente economicistica, dell’era Renzi-Franceschini in cui nasce l’autonomia dei supermusei e in cui Schimdt ascende alla posizione che occupa: d’altra parte quale sia la visione del patrimonio culturale del governo giallo-verde nessuno è ancora in grado di dirlo (e non è detto che sia un male, visto il resto).

Nell’affermazione che imporre un biglietto da 45 euro (in alta stagione) significhi proporre un’“apertura democratica” accessibile a chiunque lo desideri si coglie un’aria di famiglia con le affermazioni della Boschi sul reddito di cittadinanza che tratterrebbe gli indolenti giovani italiani sul divano. In entrambi i casi c’è una completa perdita di contatto con la realtà e un sostanziale disprezzo non solo per gli italiani sulla soglia di povertà (ormai uno su tre), ma anche per una famiglia semplicemente normale: che difficilmente potrà spendere, se di 4 persone, 180 euro per passeggiare nel Vasariano.

Ma, si dirà, ci vogliono soldi per mantenere il patrimonio. Ebbene, mai, e in nessun luogo, il patrimonio culturale si è automantenuto, né tantomeno ha generato reddito (se non in senso indiretto). Come ben sanno i direttori dei grandi musei americani (sempre citati, a sproposito, come dimostrazioni del teorema del “patrimonio petrolio d’Italia”), la rendita prodotta dalle opere d’arte non è economica, ma intellettuale e culturale. Quei musei, infatti, non incrementano, ma piuttosto “consumano”, i frutti dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari che li sostengono: e lo fanno per produrre “cultura”, non dividendi monetizzabili. In altre, più brutali, parole mentre negli Stati Uniti si brucia denaro per creare cultura, la metafora del petrolio rivela che l’idea italiana (affermatasi negli anni Ottanta di Craxi e De Michelis) è quella di bruciare cultura per creare denaro.

D’altra parte, i cittadini mantengono già quel patrimonio attraverso la fiscalità generale: e l’obiettivo tendenziale dovrebbe essere quello di non farglielo pagare una seconda volta, abolendo i biglietti di ingresso nei musei statali. Quanto costerebbe? Esattamente quanto due giorni di spesa militare su 365, e credo che ne varrebbe la spesa.

Non pretendo tanto. Ma almeno vorrei che il Corridoio Vasariano non diventasse un bene di lusso che manifesta e celebra la diseguaglianza sociale.

Quel corridoio nasce come un segno eloquente della perdita della libertà fiorentina: Cosimo, duca colto ma anche tiranno efferato, cammina letteralmente sulla testa dei fiorentini, non più cittadini, ma sudditi. Restituirlo davvero a tutti, oggi, significherebbe rappresentare nel modo più efficace la sovranità popolare, e render chiaro qual è la missione del patrimonio culturale in un Paese che ha l’eguaglianza come bussola costituzionale. Prima, però, bisognerebbe conoscerla, quella missione.

Tomaso Montanari

FQ   | 21 Febbraio 2019