La posta in gioco è davvero alta. E non certo per la retorica che si porta dietro la “capitale europea della cultura”: un carrozzone che bisognerebbe, anzi, avere il coraggio di ridiscutere

profondamente. No: la posta in gioco è Matera stessa. Ciò che rappresenta: perché Matera, da quando è comparsa all’orizzonte della cultura italiana (dopo il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, 1945), è stata un antidoto all’opinione dominante, a ciò che era successo alle nostre città, ad un rapporto malato con il passato e con il paesaggio.

Matera è, come per incanto, il mondo al contrario: nel 1703 l’abate Giovan Battista Pacichelli la descriveva “di aspetto curiosissimo, situata in tre valli profonde nelle quali, con artificio e su la pietra nativa e asciutta, seggono le chiese sovra le case, e quelle pendono sotto a queste, confondendo i vivi e i morti la stanza. I lumi notturni la fan parere un cielo disceso, e stellato”. I vivi insieme con i morti, il cielo al posto della terra (la povertà come forza, la comunione con la terra come progetto).

Un messaggio universale, come dimostra la bella esposizione fotografica in cui Carlos Solito mette efficacemente in parallelo Matera e Petra, in Giordania: un discorso per immagini sul legame tra pietre e popolo. Mentre l’opulenza artistica di Firenze o Venezia hanno portato al patrimonio artistico come bene di consumo per i turisti, modello che ha finito con inghiottirle e distruggerle, Matera potrebbe imporre il modello opposto. Non diventare mainstream, ma cambiare il mainstream.

Se invece questo 2019 ce la restituisse “normalizzata” (gentrificata, globalizzata, macdonaldizzata…) sarebbe una sconfitta terribile. Viceversa, è possibile che Matera ci apra gli occhi: cioè che permetta al resto di Italia di capire cos’è, la cultura. Qualcosa che non ha a che fare col circo degli eventi, ma con la coltivazione della nostra umanità. Con il pieno sviluppo della persona umana, per dirla con la Costituzione. È su questo metro che bisognerà misurare i frutti dell’anno che si apre: non con i numeri al botteghino, ma con il contributo alla ri-umanizzazione del Paese.

Ero a Matera nel 2013, alla festa per la presentazione del Progetto. Ricordo una rappresentazione teatrale in cui un gruppo di veri braccianti immigrati, tutti africani, parlava e agiva come gli avi dei materani: rendendo così evidente che “loro” fanno oggi lo stesso lavoro e hanno gli stessi, pochissimi, diritti di “noi” ieri. Loro siamo noi. Se Matera sarà capace di ricordare all’Italia verità come questa, sarà una vera capitale della cultura.

Quando uscì il Cristo si è fermato a Eboli, la questione di Matera scoppiò nei palazzi della capitale politica: “Posso attestare che per un pezzo – scrisse Carlo Ludovico Ragghianti – a Montecitorio non si parlò d’altro che del libro di Levi: argomento, si badi, anche agli effetti politici più vivo e produttivo di altri apparentemente più intrinseci. Penso che sarebbe del resto un bel segno di avanzamento una discussione parlamentare fondata sul messaggio umano di un libro di poesia o di un’opera d’arte”.

Certo, sarebbe ingenuo pensare che Matera 2019 faccia capire – che so – a un Bonafede perché un omicida detenuto non cessa di essere persona e da persona vada trattato. O a un Salvini perché l’eventuale referendum sul Tav dovrebbe esser votato in Val di Susa o non in tutta Italia: per non fare che due esempi che hanno a che fare con l’idea di umanità, e con quella di comunità territoriale.

Forse Matera 2019 non avrà questo potere: ma questo è il dibattito che dovrebbe suscitare. La parte migliore della città e i responsabili del Progetto sono perfettamente consapevoli del rischio e delle possibilità. L’ansia e i timori del sindaco (Raffaele De Ruggieri, che alla fine degli anni cinquanta fondò la mitica associazione La Scaletta e fu il primo materano che tornò a comprar casa nei Sassi) sono fondati, e sono quelli di tutti noi. Ma la via migliore per vincere la partita è giocare all’attacco, facendo della diversità una strategia, dei limiti (di infrastrutture, trasporti, modernità) una forza.

Come ha ben scritto Nicola Lagioia su Repubblica, l’obiettivo è fare di Matera un luogo capace di elaborare una visione diversa: non uno dei mille empori di consumo culturale, ma un centro di produzione originale. Dove si pensi un altro modo di vivere ed abitare. Insomma, un processo che faccia assomigliare la modernità a Matera, e non il contrario. Per dirla con Agostino Riitano (coautore del Progetto e tra i responsabili della sua attuazione), lo scopo è “creare un sistema culturale che, anche dopo l’evento, possa continuare a prosperare, con un bagaglio di strumenti, relazioni e linguaggi che rendano il Sud uno dei territori più attraenti per produzione culturale e l’innovazione sociale europea”.

Per questo non ci si è limitati a comprare eventi sul mercato internazionale, come si fa di solito in questi casi, ma si è affidato metà del cartellone a imprese culturali lucane: e non gettando loro addosso finanziamenti a pioggia, ma costruendo insieme i progetti, e commisurando i fondi. Per evitare che all’allegra alluvione di quattrini segua il deserto, come quasi sempre finisce in questi casi.

Come vincere la scommessa? “Il solo modo – ha scritto ancora Levi – sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola”. Noi lo speriamo.

FQ   | 21 Gennaio 2019