Mentre il Ministro degli Esteri Angelino Alfano pontifica sull’Italia “potenza mondiale della cultura”  e il Ministro dei BBCC Dario Franceschini annuncia l’imminente  G7 della Cultura a Firenze, le biblioteche (servizi pubblici essenziali?) vanno a ramengo.

Notizie dal fronte cultura, al netto della fuffa.

(di Carlo Alberto Girotto)

A seguito di un’ordinanza emessa in data 29 maggio 2012 dal sindaco di Pisa, sig. Marco Filippeschi, il Palazzo della Sapienza di Pisa e con esso la Biblioteca Universitaria, sita in una parte del piano nobile del medesimo Palazzo, risultano, da ormai piú di due anni, inaccessibili all’utenza. A quanto viene suggerito dall’ordinanza, i motivi di tale chiusura sarebbero legati alle scosse sismiche che, nel maggio del 2012, hanno ripetutamente colpito alcune città dell’Emilia Romagna, nel modo rovinoso che tutti ricordano. In ragione di una « verifica di vulnerabilità sismica » da parte del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco, con tale ordinanza l’intero edificio è stato dunque chiuso al pubblico; la medesima ordinanza prescriveva peraltro al proprietario dell’immobile, il rettore dell’Università degli Studi di Pisa nella persona del prof. Massimo Augello, l’obbligo di effettuare quanto in suo potere per mettere in sicurezza l’edificio, con richiesta preventiva di fornire, « entro e non oltre 10 (dieci) giorni » una dichiarazione che attestasse « l’eliminazione di ogni e qualsiasi pericolo per la pubblica e privata incolumità ».[1]

Trattandosi, appunto, dell’incolumità delle persone, la preoccupazione di chi ha emanato l’ordinanza ha tutte le sue ragioni, ed è tale da non essere presa sottogamba. Sorprende però, anche a chi non sia esperto sismologo, che un terremoto con epicentro nei comuni compresi tra Emilia Romagna, Veneto e Lombardia abbia potuto danneggiare in maniera cosí accentuata un edificio situato a circa 200 km di distanza. Ma, a quanto è stato ribattuto, il pericolo era ed è reale: servivano però accertamenti inequivocabili. Una corposa perizia, iniziata nel novembre 2012 e lungamente sospirata, è stata pubblicata a fine febbraio del 2014, realizzata da una task force di tecnici ministeriali e dell’ateneo pisano.[2] A leggere l’intero incartamento, ci si accorge che il quadro statico della Sapienza è assai articolato. Se in principio si era propalata la notizia che della debolezza del Palazzo fosse responsabile « il peso dei libri » della Biblioteca Universitaria, che avrebbero gravato fino a danneggiare seriamente l’intero palazzo,[3] si può ora constatare che la situazione, probabilmente, è meno drammatica del previsto. Nella perizia si parla, è vero, di una « intrinseca fragilità » dell’edificio (p. 271), ma, per quel che concerne le zone di competenza della Biblioteca, una differente sistemazione e un alleggerimento dei soppalchi con i volumi può assolvere adeguatamente alla bisogna (pp. 274-276). Ben piú gravi criticità sembrano coinvolgere invece aree del Palazzo alle quali la Biblioteca è del tutto estranea, quali la cosiddetta Aula Magna Storica e l’Aula Magna Nuova, ove si osservano ora « evidenti segnali di cedimenti differenziali », ora « cedimenti significativi » (p. 277): tali debolezze, a quanto pare di intendere, si legano a una poco accorta manutenzione dell’edificio nel corso dei decenni, cui occorre ora rimediare con onerosi interventi d’urgenza.

La valutazione di tutti questi elementi sta, o almeno dovrebbe stare, a chi se ne intende. A ben vedere, però, se si scorrono le pagine della perizia e se si ripercorre l’intero incartamento legato a questa vicenda, si affacciano altri pensieri. Prima di tutto, il sospetto che dietro alla chiusura dell’edificio vi siano altre manovre, tra le quali un “caloroso” invito a spostare la “pesante” Biblioteca Universitaria, poco amata e drammaticamente ingombrante, da un edificio che alcuni considerano come preposto al solo Ateneo di Pisa. Tale sospetto, a posteriori, pare confermato da innumerevoli esempi di malgoverno locale in questa vicenda, che si esplicitano tra l’altro nella sordità delle istituzioni direttamente chiamate in causa (Comune di Pisa e Università degli Studi in primis) e nei continui rimpalli di competenze nella gestione della vicenda. Sullo sfondo, si tenga a mente che il Palazzo della Sapienza è dal 2002 di proprietà dell’ateneo pisano (e dunque del Ministero dell’Università e della Ricerca, MIUR), mentre la Biblioteca, a dispetto del nome e al pari di altre sue consorelle sparse per la Penisola, afferisce all’attuale Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT):[4] un conflitto che contribuisce a spiegare la situazione quasi grottesca di un edificio posto nel cuore della città, messo sotto sigilli e reso inutilizzabile da ormai piú di due anni.[5] Una commissione d’inchiesta, formata per volere dell’onorevole Massimo Bray, già Ministro sotto il governo Letta, sta ora cercando di districare la matassa, in tempi che sembrano però allungarsi inevitabilmente.

Quasi normale se si considera il panorama della quotidianità italiana, questa coroncina di fatti di cronaca ha qualche peso se si considera che, a dispetto del molto che è stato detto nel corso di comizi elettorali locali e di interpellanze parlamentari, il cospicuo fondo librario della Biblioteca Universitaria di Pisa è praticamente inaccessibile, prigioniero delle sue stesse mura. Esiste un punto di lettura ubicato a breve distanza dal Palazzo della Sapienza, voluto con prudente fermezza dall’attuale Direttrice dell’istituto, la dott.ssa Angela Marseglia. Ma dentro, al di là di alcuni tavoli di studio, non c’è nulla: non un libro, non una rivista, non il catalogo a schede, non un punto prestito. Tutto è rimasto segregato in Sapienza. Per un periodo relativamente breve, da giugno 2013 al 19 marzo 2014, è stato possibile richiedere i libri per poterli consultare in secondo momento nel punto di lettura; ma a seguito di una ulteriore direttiva che ha sospeso il servizio di portineria nel Palazzo della Sapienza, tutto è tornato ad essere inaccessibile.[6] Si è affrontata l’ipotesi di una o piú soluzioni alternative: ma esse vanno ovviamente vagliate con estrema prudenza, per evitare soprattutto che questo o quell’ente o istituto, col pretesto di garantirne la consultazione, possa proporre la cessione o il deposito sine die di qualche fondo librario.

Se insomma le Biblioteche emiliane, seriamente colpite dal terremoto cui si faceva cenno, hanno dato prova di encomiabile sforzo organizzativo e, anche grazie alla collaborazione delle istituzioni locali, hanno riaperto i battenti a pochi mesi dal terribile evento,[7] la Biblioteca Universitaria di Pisa, che ufficialmente non è mai stata inserita nel novero degli edifici colpiti dal medesimo sisma del maggio del 2012, è formalmente aperta ma non dispone delle proprie collezioni, né propone di fatto alcun servizio. In aggiunta alla derrata, da piú di due anni nei locali della Biblioteca non si procede con la manutenzione ordinaria degli ambienti, né con lo spolvero dei libri, né con l’aggiornamento del materiale corrente, né con l’eventuale restauro dei volumi – a ver dire numerosi, specie tra gli antichi – che ne abbisognano. Tutto sembra indolentemente, ostinatamente bloccato. Con questo, serve appena dirlo, si blocca anche la ricerca di ambito umanistico, in una città che vanta tre atenei (l’Università, la Scuola Normale Superiore, la Scuola Superiore Sant’Anna) e la cui amministrazione comunale, a ridosso della chiusura della Sapienza, ha ben creduto di candidare la città a “Capitale europea della cultura” per il 2019: candidatura, servirà appena chiosare, bocciata dagli esaminatori.

Occorre forse ricordare appena la fisionomia di questa Biblioteca.[8] Essa contiene al proprio interno 1375 manoscritti, composti in molti casi di corpose raccolte di autografi; di 154 incunaboli, di piú di ottomila edizioni cinquecentesche – alcune delle quali note in esemplare unico –, di circa quattromila periodici tra correnti ed estinti, di un congruo numero di testate locali e nazionali, di piú di ventimila tesi di laurea (tra di esse, anche quella di Carlo Azeglio Ciampi, discussa nel 1941 e dedicata a Favorino di Arles). Il monte complessivo è di circa 650.000 volumi a stampa, ma manca una stima verisimile per il corposissimo nucleo di edizioni sei e settecentesche, per le quali, in mancanza di catalogazione sistematica sull’OPAC locale, fanno fede il solo catalogo cartaceo e l’inventario cartaceo corrispondente. Come è noto, l’istituto è nato in servizio dello Studio pisano, e ha beneficiato a piú riprese dell’interesse dei Medici, che da Firenze sovvenzionavano l’accrescimento della Biblioteca. A partire dalla seconda metà del Settecento, furono inviate a Pisa anche molte casse di “doppi” conservati presso le raccolte Magliabechiana e Palatina, nuclei dell’attuale Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Lo stretto nodo esistente con le raccolte fiorentine spiega la presenza a Pisa di alcune schegge rilevanti della cultura letteraria italiana compresa tra Quattro e Settecento: esemplari di dedica (è il caso della princeps degli Hieroglyphica di Piero Valeriano edita a Basilea nel 1556), volumi appartenuti a personalità del calibro di Benedetto Varchi, Pier Francesco Giambullari o Anton Maria Salvini; copie provenienti dalla raccolta Medicea Palatina o dalla Medicea Lotaringia, spesso rilegate sontuosamente.[9] Rimandano invece al virtuoso legame con il mondo universitario pisano molti materiali documentari di grande rilievo: nel ms. 692, già Roncioni 13, si trova uno dei tre piú rilevanti testimoni delle Derivationes di Uguccione da Pisa,[10] mentre nel ms. 156 è conservata parte della corrispondenza di Giulio Guastavini con Roberto Titi, che dell’ateneo pisano fu docente.[11] In effetti, secondo una nobile tradizione, numerosi docenti universitari di Pisa lasciarono la propria raccolta libraria e documentaria all’attuale Universitaria: cosí avvenne a partire da Giuseppe Averani (1662-1738), al quale seguirono tra gli altri Anton Francesco Gori (1691-1757), Angelo Fabroni (1732-1803), Alessandro D’Ancona (1835- 1914) e, piú di recente, Carlo Alberto Madrignani (1936-2008). Tali donazioni si inseriscono in un tessuto bibliografico particolarmente ricco, dal momento che a Pisa, tra il molto altro, sono conservate le annate complete di molte riviste, cessate e ancora in corso: dal « Giornale dei letterati d’Italia », insomma, all’intera serie delle pubblicazioni accademiche dell’editore pisano Fabrizio Serra, che giungono in Universitaria per deposito legale. Occorre anche dire che la Biblioteca, di pubblico accesso, è funzionale non solo al pubblico accademico ma a tutta la città, e che per lungo tempo ha fatto le veci della Biblioteca Comunale di Pisa, chiusa per lungo tempo prima della riapertura del marzo 2013: a dispetto del silenzio di molti, quello dell’Universitaria è un patrimonio che, oltre ad essere assai ricco, andrebbe valutato come potenziale risorsa, capace di parlare a una larga fetta di utenza, e che necessiterebbe di una tutela e di una cura piú attenta.

Non tutto andava serenamente negli ultimi tempi per la Biblioteca Universitaria di Pisa. I tagli di bilancio sempre piú pronunciati da parte del MIBACT, comuni del resto a molte altre biblioteche italiane, hanno imposto negli ultimi anni un lungo momento di opacità, che ha fatto parlare molti di biblioteca poco accogliente, o addirittura ruvida. Non è questa la sede per discuterne: è però vero che, in un futuro che si spera vicino, occorrerà ripensare come gestire questo patrimonio, in linea con un piú ampio dibattito, vivo a livello biblioteconomico, sulla gestione delle risorse documentarie. Importa semmai notare come su questa vicenda stia pian piano cadendo un silenzio simile a quello che si abbatte su molti altri tesori mal custoditi dell’Italia di oggi. A ridosso della chiusura dell’Istituto, sono circolate numerose petizioni, arrivando a raccogliere l’interesse di piú di cinquemila studiosi da tutto il mondo, che in molti casi, assai generosamente, hanno contribuito a dare congrua eco alla vicenda.[12] Di qui, è nata anche una Associazione degli Amici della Biblioteca Universitaria di Pisa, di cui chi scrive è onorato di far parte con Andrea Bocchi, Eliana Carrara, Anna Siekiera, Giuseppe Marcocci. Dopo una prima stagione diretta da Adriano Prosperi, attuale Presidente dell’Associazione è Chiara Frugoni. Senza alcuno scopo di lucro, l’Associazione vorrebbe continuare a sensibilizzare l’attenzione sulla vicenda presso la comunità degli studiosi e la cittadinanza tutta, tramite incontri pubblici e iniziative a sostegno di questo considerevole, e talora disprezzato, patrimonio culturale. A beneficio della memoria, sul sito dell’Associazione (amicibup.wordpress.com) è disponibile una rassegna stampa, pressoché completa, dedicata alla triste vicenda. Perché il rischio, fortissimo e non sopito, è che succeda a Pisa quanto già è capitato altrove, che cioè il disinteresse diventi, pian piano, sciagurata incuria, e che si perda irrimediabilmente un patrimonio culturale raccolto nel corso di secoli. Il caso della Biblioteca dei Gerolamini di Napoli, fosco come pochi altri, è di drammatica evidenza, anche per il grande risalto datogli dalla stampa; ma la situazione di numerose altre biblioteche italiane, da quella della Comunale « Piancastelli » di Forlí a quella della « Fardelliana » di Trapani, dovrebbero servire da continuo monito. Come spesso accade in questi casi, la responsabilità è di tutti e di nessuno: di chi dà fuoco alle polveri e di chi, con lento disamore, lascia spegnere le braci. Gli studiosi di letteratura e di storia letteraria, quali sono i lettori di « Filologia e critica », siano dunque al corrente dell’amara vicenda che vede coinvolta la Biblioteca Universitaria di Pisa.

[1] L’ordinanza del 29 maggio 2012 (atto num. DN-20/56, con codice identificativo 808365) è disponibile integralmente al link http://amicibup.files.wordpress.com/2012/06/ordinanzasapienza. pdf.

[2] Il dattiloscritto della perizia, dal titolo Verifica della sicurezza statica ed analisi della vulnerabilità sismica dell’edificio ‘La Sapienza’ di Pisa, può essere letto e scaricato all’indirizzo internet http://www.unipi.it/presentazione/verifica_sapienza.pdf.

[3] Cosí nell’articolo di P. Barghigiani, Sapienza fragile: troppi libri. Meno libri e la biblioteca potrà riaprire, in « Il Tirreno », 21 dicembre 2013, p. 14; ma in ambito locale l’etichetta posta tra virgolette è corsa da subito sulla bocca di molti, non senza tono sprezzante.

[4] L’originale del Verbale [di] trasferimento a titolo gratuito [del Palazzo della Sapienza all’Università degli studi di Pisa], datato al 2 dicembre 2002, è conservato presso l’Agenzia del Demanio di Pisa, Filiale di Livorno; una copia autenticata è conservata presso l’Ufficio della Direzione della Biblioteca Universitaria di Pisa. In ragione di tale spostamento di competenze, la Biblioteca Universitaria di Pisa occupa dunque lo spazio che le compete secondo una formula di comodato d’uso. Servirà ricordare che, per quanto la normativa sia stata modificata a piú riprese dopo l’istituzione dell’allora Ministero per i Beni Culturali e Ambientali nel 1974, le dieci Biblioteche Universitarie italiane (Torino, Pavia, Modena, Genova, Padova, Pisa, Roma, Napoli, Cagliari e Sassari), secondo quanto perfezionato dal D.P.R. num. 417 del 5 luglio 1995, fanno ancora tutte parte del MIBACT; unica eccezione, quella di Bologna, passata nel 2000 sotto la giurisdizione dell’Ateneo felsineo.

[5] Il che non vuol dire che esso sia del tutto inaccessibile: a fine novembre 2013 si è venuto a sapere che, a dispetto delle assicurazioni di chi deve garantire sulla sicurezza del luogo, il Palazzo è divenuto punto di ritrovo per ben altre attività, quali festini e smercio di droga. Donde le reazioni delle testate locali, con toni da giornale scandalistico: cfr. E. Mancini, Droga e ingressi clandestini in Sapienza. Giri choc nel Palazzo chiuso da un anno, in « La Nazione [di Pisa] », 26 novembre 2013, p. 5.

[6] Cfr. al riguardo E. Mancini, Sapienza: « Portineria chiusa, libri in ostaggio », in « La Nazione [di Pisa] », 19 marzo 2014, p. 7.

[7] Per limitarsi a un paio di esempi luminosi, la Biblioteca Estense Universitaria di Modena, chiusa all’indomani del sisma, è stata riaperta al pubblico con « regolare servizio di distribuzione del materiale a stampa e manoscritto » dal 22 ottobre 2012, mettendo a disposizione degli utenti, pur con obbligo di prenotazione, la quasi totalità dei fondi (cfr. il sito http://www.bibliotecaestense.beniculturali.it). Lo stesso vale per l’Ariostea di Ferrara, messa sotto controllo dalle autorità locali e accessibile già dall’estate del 2012.

[8] Cfr. la scheda riservata alla Biblioteca Universitaria di Pisa in Storia della letteratura italiana, dir. E. Malato, vol. xiii. La ricerca bibliografica. Le istituzioni culturali, Roma, Salerno Editrice, 2005, pp. 373-77. I dati sul patrimonio librario sono accessibili presso la banca dati dell’Anagrafe delle biblioteche italiane, accessibile al sito anagrafe.iccu.sbn.it.

[9] Sulla storia della Biblioteca Universitaria e i suoi fondi è d’obbligo il rimando ai contributi di M. Bernardini, Ex bibliotheca palatina. Informazioni e divagazioni sui libri mediceo-lorenesi nella Biblioteca Universitaria di Pisa, in Medicea volumina: legature e libri dei Medici nella Biblioteca Universitaria di Pisa, a cura di M. Bernardini, Pisa, ETS, 2001, pp. 9-47, e Id., « Il principio non può desiderarsi né piú felice né piú magnifico ». L’acquisto della raccolta Gori e la rifondazione della Biblioteca dell’Università di Pisa, in « Symbolae antiquariae », a. iii 2010, pp. 8-76 (fondamentale per la raccolta del Gori). Per quel che compete gli esemplari appartenuti a Varchi cfr. A. Siekiera, Benedetto Varchi, in Autografi dei letterati italiani, vol. iii. Il Cinquecento, a cura di M. Motolese, P. Procaccioli e E. Russo, consulenza paleografica di A. Ciaralli, Roma, Salerno Editrice, to. I, 2009, pp. 337-57, a p. 348; per quelli giambullariani cfr. S. Albonico, Pier Francesco Giambullari, in ivi, to. II, 2013, pp. 201-16, a p. 205. Numerosi gli esemplari appartenuti al Salvini, confluiti a Pisa dopo lo smembramento della sua raccolta succeduto alla sua morte: mi limito a segnalare l’esemplare, fittamente postillato e segnato H b 3 24, del Catalogus scriptorum florentinorum di M. Poccianti, Firenze, F. Giunta, 1589, assieme alla copia segnata S R 5 15 delle Lamentazioni delsanto profeta Geremia secondo la traduzione di B. Menzini (Roma, G. Zenobi, 1704), inviato al Salvini dallo stesso autore.

[10] Cfr. al riguardo la scheda di A. Tontini, R = Pisa, Bibl. Universitaria, 692 (olim Ronc. I 3), in Uguccione da Pisa, Derivationes, ed. critica a cura di E. Cecchini, G. Arbizzoni, S. Lanciotti, G. Nonni, M.G. Sassi, A. Tontini, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2004, vol. I, pp. xxxiv-xxxvi

[11] Sul Titi e sulle sue lettere in Universitaria vd. ora M. Navone, Lettere inedite di Giulio Guastavini, in « Studi secenteschi », a. liv 2013, pp. 221-60, spec. pp. 225-27.

[12] Tra tutte, si leggano in merito le recenti, equilibratissime osservazioni di M. Feo, Libri imprigionati e deportati. Cosa accade alla Biblioteca Universitaria di Pisa, « Il Ponte », LXX (2014), 6, pp. 3-14.

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Questo articolo è stato pubblicato nella rivista «Filologia e Critica» del 2014. Ma la situazione della Biblioteca Universitaria di Pisa è addirittura peggiorata: i libri del secondo e parte di quelli del terzo piano sono stati inscatolati e portati in deposito a Lucca, facendouscirele cassecda un buco aperto per questo nel muro della facciata di piazza Dante. Non c’è alcuna previsione di rientro e manca anche un piano di intervento coordinato. Non sono ancora terminati i lavori all’edificio, che dovevano essere conclusi quattro mesi fa.
Insomma, la più grande biblioteca pubblica di Pisa è chiusa da quasi cinque anni, non si prevede una data di riapertura e nessuno ha ancora avuto il coraggio di dichiarare pubblicamente quali interventi vanno eseguiti. Chi sosteneva che la biblioteca era stata chiusa dal terremoto, quattro anni fa, diceva il falso: ora direbbe una pietosa bugia, perché oggi è chiusa da chi dovrebbe riaprirla.
NB
il cappelletto in neretto in testa a questo post è redazionale.