Un vecchio inizio: il turismo-merce

Filippomaria Pontani

Come prima, meglio di prima. Il 5 giugno la prima Grande Nave di MSC Crociere, fatto l’inchino a Palazzo Ducale, approderà di nuovo alla Stazione Marittima, in attesa che vengano allestite le promesse banchine “provvisorie” a Marghera, previo ulteriore e devastante scavo del Canale dei Petroli.

Dietro San Francesco della Vigna, i due grandi ex gasometri dell’Italgas diventeranno dei grandi alberghi o residence di lusso della società Mtk, a onta delle mobilitazioni e dei progetti “dal basso” che per anni hanno immaginato e proposto un destino diverso; un altro grande albergo a cinque stelle prenderà il posto dell’ospedale al Mare del Lido, auspice la Cassa Depositi e Prestiti e col sostegno dell’Università Ca’ Foscari; la potentissima Save, peraltro fresca di accordo col medesimo ateneo, riproverà ad aumentare le piste dell’aeroporto “Marco Polo” in vista dell’obiettivo dei 20 milioni di passeggeri annui (nel 2019 erano 11, e la metà si riversa direttamente sul centro storico); per la cultura, ben 170 milioni del Pnrr pioveranno sull’istituzione più ricca e sponsorizzata, la Biennale.

Altro che un “nuovo inizio”, altro che “ripensare Venezia”: la pandemia va superata come un raffreddore, bisogna avere il “frigorifero pieno” qui e subito. In senso strettamente economico – come in un Paese del Terzo mondo ricco di risorse minerarie – ci troviamo dinanzi a una forma di “estrattivismo” che colonizza il luogo, incoraggia la monocoltura, spreme e rovina il giacimento, concentra la ricchezza (per lo più di rendita) in poche mani, e disgrega irreversibilmente il tessuto sociale. L’analisi del fenomeno in questa chiave di degenerazione capitalistica è al centro del prezioso volume di Giacomo-Maria Salerno, Per una critica dell’economia turistica (Quodlibet 2020), in cui Venezia rappresenta lo studio principale. Lo sguardo laico e disincantato dell’autore (classe 1986, veneziano e filosofo) critica gli “esteti della conservazione” che magari in buona fede contribuiscono alla musealizzazione della città (algida vetrina di monumenti che perdono ogni senso, consegnati alla mera esibizione e al consumo passivo, e di fatto inaccessibili all’uso vivo), e demistifica i luoghi comuni sul turismo straccione e “cattivo” (“signora mia i Pink Floyd”, “e quello che si è tuffato in canale”) branditi dall’élite di danarosi proprietari stranieri che mirano a fare di Venezia un parco a tema per ospiti facoltosi in cerca di posti cosy, estromettendo non solo i cittadini, ma anche i visitatori che garantiscono introiti più modesti. In ogni caso, a pochi sta a cuore il fattore chiave, ovvero “la comunità che pur vive nel monumento, con il monumento, del monumento” (W. Dorigo), ossia la persistenza o la ripresa di qualche forma di vita vera in un organismo urbano che già Henry James nel 1892 giudicava “la più splendida delle tombe”. Essenziali, dunque, per sfuggire agli slogan del momento, le riflessioni di Salerno sull’“esperienza” come merce, sull’alienazione come caratteristica strutturale della leisure programmata dal sistema capitalistico e dalla società dello spettacolo, sull’inautenticità (patetica, quando non pelosa) della “corsa all’autentico” nella fruizione di luoghi ormai compromessi dalla moltiplicazione incontrollata e venale della loro stessa immagine, del loro mito spento. Venezia è oggi vecchia e spopolata, in cui i 2/3 delle transazioni immobiliari riguarda non residenti, il 12% delle case è Airbnb, il prezzo medio a metro quadro (ca. 3.100 euro) resta tra i più alti d’Italia. La pandemia ha svelato quanto fragile fosse il gigante, nella desolazione degli spazi senza più né grupponi né abitanti reali, delle case silenti, dei negozi condannati alla chiusura o rilevati dai cinesi, del sottoproletariato immigrato già assunto al nero e finito a chiedere la carità.

Come è stato possibile arrivare fin qui? Salerno ripercorre alcuni snodi salienti della vicenda economica e urbanistica della città, ma chi voglia capire davvero la parabola di questa tourist gentrification che non ha eguali nel mondo dovrà leggere lo studio storico-antropologico di Clara Zanardi, La bonifica umana (Unicopli 2020): mette in luce come lo spopolamento di Venezia sia stato il risultato di scelte ben precise, che sin dalla fine dell’Ottocento hanno mirato prima ad abbandonare al degrado le zone popolari ( investendo nell’affluente turismo balneare del Lido) e poi a realizzare quella “bonifica umana” di cui parlò Vittorio Cini nel 1935. Via dunque la “turba di accattoni” che comprometteva il decoro della Laguna, via le attività produttive che pure erano state installate a Santa Marta, alla Giudecca e altrove: meglio rigettare la plebe nell’alacre e operosa “Venezia nuova” in terraferma, mentre le isole storiche rimanevano dedicate alla rappresentanza, agli uffici delle classi borghesi, al terziario “pulito”. Non è un caso che il conte Giuseppe Volpi sia stato al contempo padre dell’industrializzazione di Porto Marghera e ideatore della Mostra del Cinema (la Coppa ai migliori attori ancora porta il suo nome).

È incredibile come, finita la sbornia del regime, la stessa prospettiva politica (espulsione delle classi medie e produttive, rapida deindustrializzazione, soppressione dell’eterogeneità economica, ipertrofia della rendita immobiliare) sia proseguita anche nel secondo dopoguerra, inverata nell’estromissione di 84mila persone dal 1951 al 1968, favorita dalla concomitante esplosione del turismo di massa, e foraggiata dalle Leggi Speciali. Dopo decenni di giunte comunali deboli, commissariamenti, lungaggini e deroghe nei Piani regolatori, fu decisivo in tal senso il ventennio del sindaco Cacciari, quello per cui il turismo è “una risorsa straordinaria e strategica“: fu allora che si smantellarono le regole urbanistiche, si liberalizzarono le destinazioni d’uso, si avviarono brutte speculazioni, si privatizzarono spazi pubblici e funzioni urbane consegnando il centro antico alla monocoltura turistica e ripulendolo delle residue attività artigianali e produttive. Una prosecuzione in senso post-fordista del modello volpiano della “bonifica umana”, che ha prodotto nella popolazione un senso di rassegnazione, una sorta di orgoglio nostalgico e frustrato con riflessi di diffidenza aggressiva verso i più deboli (il sottoproletariato cinese o bengalese) o contro gli stessi escursionisti che sporcano, anziché contro il sistema drogato che li porta a Venezia senza che sappiano bene dove si trovano, né che la città è ancora (debolmente) abitata, non avendo per ora del tutto completato la sua parabola di disneyficazione in parco a tema.

Un recentissimo documento dell’esperto Giuseppe Tattara, pubblicato sul sito Veneziacambia, prova a uscire dalla geremiade e fa proposte concrete per il futuro: anzitutto per ripopolare e ringiovanire la città (che ha perso 18mila abitanti negli ultimi vent’anni, quasi tutti under 50), anche favorendo l’insediamento nei tanti alloggi vuoti o sfitti di giovani immigrati di talento e di studenti italiani e stranieri da trattenere poi in loco offrendo loro adeguate opportunità. Tattara ha fiducia nel rilancio della vocazione imprenditoriale di Venezia, purché incentivi e progetti coinvolgano direttamente gli abitanti, e purché il pubblico operi come stimolo e non a fondo perduto: residenzialità per studenti e per giovani coppie, riuso di spazi dismessi, percorsi scuola-lavoro e incubatori d’impresa, con particolare insistenza sulla filiera dell’arte e della cultura (davvero solo la Biennale?), sull’inclusione sociale, sulla transizione ecologica e sull’innovazione. Prospettive difficili: e nulla di tutto ciò è alle viste nel tristissimo scenario post-pandemia, dominato dai soliti noti e dai soliti interessi – porto, aeroporto, armatori, immobiliaristi, ristoratori, hotelier –. Ma il fatto che Salerno e Zanardi, autori dei due splendidi libri di cui abbiamo detto, facciano 70 anni in due, suscita almeno qualche speranza nello spirito vigile delle giovani generazioni.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 21 maggio 2021. Fotografia di Q K da Pixabay.

 

 

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