La bonifica umana

di Paola Somma

Fra i molti danni provocati dalla chiusura di biblioteche e centri culturali, c’è l’impossibilità di presentare pubblicamente libri e ricerche di giovani studiosi, che rischiano di venire dimenticati, prima ancora di essere discussi. Per questo, vorrei segnalare “La bonifica umana. Venezia dall’esodo al turismo” di Clara Zanardi, pubblicato lo scorso settembre da Unicopli.

Il titolo del volume riprende una famosa dichiarazione di Vittorio Cini che, presentando nel 1935 la sua visione di Venezia, diceva: “si tratta di dare sistemazione morale e materiale ad una parte della popolazione, trasferendola … si tratta di compiere la bonifica umana”.

Lo spopolamento di Venezia è stato oggetto di innumerevoli pubblicazioni, ma il metodo adottato da Clara Zanardi nel ripercorrere le tappe attraverso le quali si è dipanato il progetto delle classi dirigenti di bonificare la città storica, in modo da aumentare la quota di valore che dal suo sfruttamento poteva essere estratta, introduce un’importante novità. L’autrice, che è laureata in scienze filosofiche e ha conseguito un dottorato in scienze delle società e delle istituzioni, non si limita a collazionare e interpretare dati e documenti storici, ma prova a raccontare l’esodo dal punto di vista dei “rimasti”, quelli che non se ne sono andati. Convinta che un’interrogazione sul divenire di Venezia (e di ogni altra città), non possa prescindere dal dialogo con la comunità che vi risiede, ha posto al centro della sua attenzione le vite degli umani, più che il destino delle pietre, e ha raccolto le testimonianze non di personaggi noti, quelli i cui nomi compaiono abitualmente nei reportage giornalistici sulla morte di Venezia, ma degli abitanti “normali” di un’area nei pressi del ponte di Rialto.

Le interviste, che restituiscono una storia fatta di aneddoti, ricordi e riflessioni, si alternano al testo vero e proprio e, oltre a mostrare il dramma che ha sconvolto migliaia di famiglie meglio di qualsiasi dato statistico, fungono da complemento, quasi fossero delle illustrazioni, ai capitoli in cui sono collocate, ognuno dei quali tratta di un preciso periodo storico (tre precedenti e tre successivi alla seconda guerra mondiale) e di uno specifico esodo. Secondo Clara Zanardi, infatti, per comprendere le vicende che hanno provocato l’espulsione di due terzi della popolazione di Venezia, bisogna parlare di esodi al plurale, e tener conto della sovrapposizione degli spostamenti che hanno successivamente coinvolto gruppi di popolazione diversi per reddito, per età, per occupazione, oltre che per destinazione finale.

Ovviamente, le persone intervistate possono ricordare solo gli esodi del secondo dopoguerra, che in un primo momento sono consistiti in cambi di residenza tra sestieri, poi tra circoscrizioni dello stesso comune (“hanno costruito Mestre e Marghera, le hanno riempite di case e la gente è stata buttata lì”), poi verso i comuni limitrofi.

In molte risposte, oltre alla tristezza per il degrado della qualità di vita (“i campi per giocare si sono decimati… adesso coi plateatici non si può più giocare da nessuna parte”), affiora la paura che la situazione possa ancora peggiorare (“hai il terrore che aprano nuovi bar.. ogni volta che si libera un buco, aprono un bar che si trasforma in ritrovo serale, e allora hai finito di vivere”). Ma non mancano gli ”irriducibili”, coloro che a nessun costo intendono andar via dal luogo più bello del mondo, perché ”la bellezza è come una droga”.

In qualche caso prevale la rassegnazione (“c’e stato un peggioramento visibile… è stato graduale non ce ne siamo neanche accorti, quando ce ne siamo accorti era troppo tardi”), in altri l’indignazione (“quando uno viene eletto sindaco deva amministrare la città, non deve venderla”), ma il sentimento più diffuso fra gli intervistati sembra essere la convinzione di essere stati colpevolmente abbandonati dalle istituzioni (“io mi sono un pò arreso.. ho fatto tante battaglie… per il singolo, se non è guidato, la visione generale è difficile da perseguire… adesso parli con la gente… tutti dicono è un disastro, ma nessuno fa niente”).

Concludendo la ricerca con cui ha cercato di capire come una città abbia potuto spopolarsi in modo così massiccio e così rapido e che, a differenza di quanto è avvenuto in altre città italiane, non si sia verificato un parziale spostamento di abitanti dal centro verso una periferia di nuova edificazione, ma una vera e propria migrazione, Carla Zanardi sottolinea il ruolo delle istituzioni nel favorire il processo. Da un lato, la mobilitazione politica è stata scarsa e minoritaria ed è prevalsa un’interpretazione parziale, che presenta l’esodo come il risultato di una serie di scelte individuali, ignorando la natura collettiva del fenomeno. In questo modo, il dramma dell’esodo è stato confinato all’ambito del privato, impedendo si generasse quell’attrito conflittuale che un fenomeno di così larga portata avrebbe potuto indurre, se fosse stato riportato alle responsabilità effettive. Dall’altro, la ricerca indipendente e la vigilanza critica delle istituzioni culturali è stata pressoché assente. Le università, in particolare, hanno sempre più rinunciato ad indagare e documentare i meccanismi e gli attori che hanno fatto di Venezia l’esperimento riuscito di “un modello globale di sviluppo capitalismo post moderno basato sulla rifunzionalizzazione di un’intera città”.

Il lavoro di Carla Zanardi offre spunti per immaginare un progetto diverso, nel quale le pubbliche amministrazioni non pianifichino l’espulsione degli abitanti a vantaggio degli  investitori della filiera turistica. Purtroppo, però, i segnali non sono incoraggianti. Pochi giorni fa, il comune di Venezia ha istituito un apposito referato per “i rapporti con le università” affidandolo all’assessora al turismo, Paola Mar, che ha subito dichiarato: “l’iniziativa ha grandi potenzialità. .. l’obiettivo è di realizzare una sinergia tra la città ed il mondo accademico veneziano … i campi d’azione comuni sono molteplici: dalla ricerca ai grandi eventi, agli studi di governance. Tutti insieme, lavorando nella stessa direzione”.


Fotografia di Steffen Lemmerzahl da Unsplash