L’ambigua piattaforma del Mibact

di Cinzia Maiolini e Sandro Del Fattore

L’Italia ha attraversato una complicata crisi di governo ma i tempi stringono e l’Europa aspetta i piani italiani per erogare più di 200 miliardi. Entro fine aprile i paesi europei devono presentare i Pnrr e l’Italia dovrà usare le risorse con intelligenza e concretezza per cogliere la straordinaria opportunità di investire in settori ed ambiti nodali per il paese.

Tra i progetti già abbozzati c’è quello ricompreso nella missione “digitale, innovazione, competitività e cultura” che destina 500 milioni alla voce “Piattaforme e strategie digitali per l’accesso al patrimonio culturale”.

L’idea che questo stanziamento, laddove si arrivasse all’implementazione dei progetti, possa essere destinato quota parte anche alla piattaforma di nuova creazione del Mibact, denominata ITsART, suscita grande preoccupazione.

Rimane infatti del tutto opaco l’iter di creazione di questo nuovo soggetto, costituito senza una gara ma con l’avvio di una “procedura competitiva aperta”, come si legge nel comunicato stampa ufficiale diramato il 3 dicembre da Cdp, di cui non si conosce neppure l’identità degli eventuali partecipanti.

Parimenti oscure le sue finalità, il piano editoriale, la qualità dei contenuti che si ospiteranno. Insomma, anche andando al sito ufficiale del nuovo soggetto, troviamo un laconico “stiamo arrivando” che risulta decisamente sconfortante.

Nonostante le numerose critiche mosse da più parti alle modalità di costituzione di questa piattaforma né il Mibact né l’azionista di maggioranza, ossia Cdp, hanno ritenuto sino ad ora di fare chiarezza, in grave dispregio della necessità di trasparenza di progetti ed operazioni che vedono coinvolti soggetti pubblici.

Intanto neppure nel Pnrr, nella sezione dedicata allo sviluppo del settore turistico e culturale, vi è un solo rigo sul ruolo che dovrebbe svolgere la RAI, concessionaria del servizio pubblico, nell’idea di rilancio, sviluppo e diffusione della produzione culturale del Paese.

Si continua a insistere dunque su questa piattaforma, che dovrebbe iniziare la sua attività entro marzo, sulle cui modalità di funzionamento abbiamo ancora dubbi sostanziali, a partire dai suoi obbiettivi.

Se infatti tra i motivi della scelta di Chili Tv come partner di Cdp, azionista di maggioranza al 51%, pare rientri la strutturazione di un sistema di pagamento (ticketing) per ogni singolo contenuto distribuito, risulta evidente come la piattaforma abbia una connotazione meramente commerciale il che spiega la sua struttura come Tv on demand.

È questo il modo di sostenere la produzione culturale? E una piattaforma così strutturata promuoverà la diffusione all’estero di quali prodotti?

Non sfugge a nessuno che investire in produzione è cosa assai diversa che potenziare una piattaforma di distribuzione. La esclusione della più grande azienda di produzione culturale del Paese, la Rai, da un progetto di questa natura, qualifica definitivamente il core business del nuovo soggetto: una mera operazione di marketing che, in quanto tale, ha una potenzialità di sviluppo della produzione culturale assai marginale.

Ad oggi non sappiamo neppure se la piattaforma ospiterà contenuti gratuiti, e dunque pubblicità, come saranno scelti i contenuti da veicolare, chi stabilirà il prezzo di veicolazione di questi contenuti.

Apprendiamo da WIRED.it che il Mibact ha così spiegato la ripartizione dei ricavi in caso di contenuti a pagamento: dei ricavi ottenuti dal singolo utente, dopo aver tolto una percentuale di cui non abbiamo notizia per pagare i costi tecnologici e di gestione, una quota compresa tra 65 e il 95 per cento andrà a chi ha realizzato l’opera.

Dunque la piattaforma non pagherà a monte le opere per poterne sfruttare la veicolazione, ma le ospiterà e ripartirà il ricavo… se ci sarà!

Pare evidente che con questa modalità di funzionamento la piattaforma non costituisce un volano e un incentivo alla produzione culturale: nessun piccolo produttore o singolo artista infatti potrà assumersi l’onore di sostenere i costi di realizzazione dell’opera senza nessuna certezza di ottenere un ritorno.

Ma pervicacemente l’operazione prosegue e l’unico elemento di chiarezza è che societariamente il nuovo soggetto prevede un ruolo pesante di Cdp, cui spettano azioni di tipo A che garantiscono il voto plurimo in assemblea, e un diritto di prelazione e diritti di gradimento nel caso di cessione di azioni da parte di Chili. Cdp poi, su 5 membri del Cda, ne esprime 3, tra cui il Presidente, Antonio Garelli.

Non ci basta però leggere un organigramma per comprendere il valore di un’operazione di questa natura. Noi siamo convinti della necessità di restituire centralità al ruolo del pubblico nei piani di rilancio del paese, sia in termini di governance che di investimenti. Un’operazione di questa natura, opaca, dubbia nelle finalità, priva di coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, non risponde minimamente al modello che auspichiamo.


Articolo pubblicato su “Collettiva” il 17 febbraio 2021

Fotografia da Pxfuel