Le perle di Murano

di Paola Somma

Il 17 dicembre 2020, l’Unesco ha iscritto tra i beni del patrimonio culturale immateriale dell’umanità “l’arte delle perle di vetro veneziane”, approvando la candidatura avanzata dal locale comitato che si batte per la salvaguardia di un lavoro che “fa parte della storia e della tradizione, ma rischia di scomparire”.

Alla giusta soddisfazione dei perleri, si è subito associato il ministro Dario Franceschini, esultante per la nuova targhetta elargita dall’Unesco, la cui decisione “valorizza l’impegno delle comunità nella valorizzazione di quell’insieme di saperi e tradizioni che le contraddistingue”. Anche il presidente del Veneto, Luigi Zaia, è molto soddisfatto per la notizia, che arriva “in un momento difficile… le attività delle fornaci e degli artigiani del vetro sono state duramente colpite dagli effetti della crisi sanitaria e molte sono sul lastrico per il crollo del turismo”, ma ci tiene a ricordare che la regione “da anni è impegnata nella tutela dei saperi artigianali e del patrimonio culturale legati all’arte delle perle di vetro.”

Una visita all’isola di Murano, però, suscita perplessità circa la coerenza tra le dichiarazioni dei pubblici amministratori e gli interventi concreti con i quali hanno contribuito a snaturare i luoghi dove si svolgevano le attività che, a parole, ora intendono salvaguardare.

La prima tappa è il sito delle ex Conterie, un’area di oltre 22 mila metri quadrati, dove sorgeva una grande industria per la produzione e lavorazione delle perle (che a Venezia si chiamavano conterie). In seguito alla chiusura della fabbrica, nel 1993, il comune di Venezia, la regione Veneto e il ministero dei Lavori Pubblici sottoscrissero un protocollo d’intesa, grazie al quale il comune ottenne 130 miliardi di lire per attuare un programma di “recupero urbano” finalizzato a “reinserire l’area nel territorio circostante”. Quindi, il comune, all’epoca guidato dal sindaco Massimo Cacciari, comprò l’intero compendio e, nel 1999, adottò una variante agli strumenti urbanistici in vigore per l’isola di Murano, che consentiva il cambio di destinazione in “residenza, commercio, uffici, strutture ricettive”, sia per le Conterie che per alcuni altri “ambiti di recupero urbano”.

Vent’anni dopo, solo una parte del “piano di recupero” (al quale, nel 2011, il New York Times dedicò un articolo intitolato Murano pursues Renaissance) è stata realizzata. Gli alloggi “sociali” che avrebbero dovuto “ripopolare l’isola”, non sono ancora finiti, mentre dal 2015 funziona con successo l’albergo, per il cui disegno l’architetto Antonio Citterio ha privilegiato il “mantenimento di un’estetica di tipo industriale”. Costruito dalla società immobiliare milanese LaGare, che nelle sue brochure suggeriva “vivi una Venezia inedita… della fornace sono rimasti solo i magnifici lavori di cristalleria… i tratti della fabbrica si nascondono sotto lussuosi arredi e gigantesche serigrafie che riproducono gli scenari della laguna”, l’albergo è stato poi acquisito dal brand Hyatt Centric, le cui 118 camere “racchiuse nelle mura dell’antica fornace … sono tutte arredate con pezzi da museo e vetri di Venini”. Attorno all’albergo, le uniche tracce della lavorazione delle perle consistono nella toponomastica, recentemente cambiata dal comune, che ha ribattezzato accessi e calli dell’ex area produttiva con nomi – calle murrina, calle avventurina, calle millefiori – “riconducibili all’arte del vetro e in particolare delle perle”.

Dopo le Conterie, altre storiche aziende del vetro hanno chiesto di cambiare destinazione da attività produttiva a struttura ricettiva, il che si rivela estremamente profittevole, perché le fornaci occupano aree di grande dimensione e l’altezza dei capannoni consente la moltiplicazione delle superficie calpestabili. Nel 2015, ad esempio, Lucio De Majo (per molti anni presidente degli industriali del vetro di Confindustria del Veneto) ha dichiarato fallimento, ha venduto la fornace alla società Leon, composta da un gruppo di investitori veronesi e torinesi, ed ha trasferito una parte delle attività in terraferma, da dove, continuando ad usare il marchio “vetro di Murano”, è più “facile la conquista del mercato americano, cinese e russo”.

I nuovi proprietari, subito dopo aver ottenuto il permesso a costruire per “riqualificazione edilizia”, hanno presentato una variante per “portare il complesso industriale esistente ad una conformazione più consona alle attuali tendenze di sviluppo dell’area”, cioè per trasformare in albergo la fornace, composta da 17 corpi di fabbrica, su una superficie coperta di 4000 metri quadrati, con affaccio sulla Laguna. I progettisti dell’albergo di 116 camere, che sarà gestito dalla catena spagnola NH, assicurano che oltre a “valorizzare le preesistenze storiche e l’edificato industriale tipico dell’isola”, si è prestata “grande attenzione all’aspetto artigianale del vetro, tanto nell’interpretazione degli spazi, quanto nell’uso dei materiali”.

Nella delibera con la quale, nel 2017, la giunta comunale del sindaco Luigi Brugnaro ha approvato la richiesta, si afferma che “sussiste uno specifico e rilevante interesse pubblico per il cambio d’uso, in quanto il recupero del patrimonio esistente concorre a contenere il consumo di suolo e a produrre reddito e occupazione locale”. E simili concetti sono stati ribaditi dall’assessore all’urbanistica, Massimiliano de Martin, secondo il quale la delibera che consente di “valorizzazione un’area abbandonata in prospettiva turistica… non va contro le vetrerie, perché Murano deve restare la capitale del vetro”.

Al momento, altre riconversioni sono in corso, perché l’emergenza sanitaria che ha messo “in ginocchio il turismo”, non solo non ha arrestato le trasformazioni di fornaci in albergo, ma al contrario viene usata per accelerare la conclusione di operazioni controverse, che si trascinavano da anni. L’operazione più rilevante riguarda il comparto di Santa Chiara, al cui interno, oltre all’omonima chiesa e alla fornace Ferro, si trova il Casino Mocenigo, un edificio dei primi anni del ‘600, con affreschi di allievi di Veronese, per il quale, nel 2006, Guido Ferro, proprietario della fornace e presidente della associazione Promovetro, presentò un “piano di recupero di iniziativa privata”.

Approvato dal comune nel 2009, durante uno dei tre mandati del sindaco Cacciari, il piano prevedeva che solo la fornace avrebbe potuto essere trasformata in struttura ricettiva, mentre “si dovrà restituire agli edifici storici il giusto respiro”. Per la chiesa si prescriveva un restauro conservativo e la destinazione a “artigianato, commercio, uffici e attività produttive”. Invece, il Casino Mocenigo, di proprietà statale e restaurato negli anni ’90 per essere destinato a museo archeologico del vetro, sarebbe dovuto diventare “sala polivalente ad uso pubblico convenzionato”.

Inizialmente il piano fu bocciato dalla commissione di salvaguardia, ma la situazione si sbloccò quando, tra il 2012 ed il 2013, il Demanio mise in vendita il Casino Mocenigo, fissando una base d’asta di 926 mila euro.
Il complesso venne acquistato da Palladium, un gruppo di sviluppatori immobiliari milanesi e Serenissima partecipazioni srl, la società creata, nel 2004, dal gruppo autostrade Brescia-Padova (oggi A4), con “la mission di dare la possibilità ad investitori istituzionali e privati di gestire i loro investimenti nel mattone, attraverso l’opera di una società altamente specializzata e affidabile, al passo con i tempi, ma nel rispetto della tradizione”. Nel dicembre 2019, Palladium e Serenissima, dopo aver ottenuto i permessi per trasformare tutto il comparto in albergo, l’hanno venduto al Langham Hospitality Group, consociata di Great Eagles holdings di Hong Kong, uno tra i principali operatori immobiliari in Asia, “con un business del valore di oltre 12 miliardi di dollari”, che “per il suo debutto in Italia, ha scelto come prima tappa Venezia… che rimane una delle principali destinazioni leisure al mondo”.

Evidentemente gli acquirenti non avevano dubbi che il piano di recupero del comparto, la cui validità decennale scadeva all’inizio del 2020, sarebbe stato rinnovato, come infatti è avvenuto il 30 giugno scorso. Commentando la proroga fino al 2025, e con specifico riferimento alla riconversione dell’attività vetraria preesistente in “attività ricettiva di alto livello”, l’assessore De Martin ha dichiarato: “nella situazione di profonda crisi conseguente alla recente emergenza sanitaria … riteniamo indispensabile dare il massimo supporto agli investitori, approvando senza indugio tutti gli atti amministrativi necessari per creare le condizioni che consentano di portare a termine gli interventi in corso e di avviarne di nuovi… vogliamo essere dalla parte di chi investe per creare le condizioni per riportare residenza in città sia dal punto di vista abitativo che, ancor più importante, lavorativo… per questo, la giunta sosterrà chi, con coraggio e lungimiranza, contribuisce a fare di Venezia una città sempre più bella, pronta a tutelare le sue tradizioni e impegnata a guardare al futuro”.

E così, ci informa Elle, “nel 2023 sulla romantica laguna di Venezia sorgerà un luogo che avete sempre sognato”. All’interno del casino Mocenigo, “testimonianza dell’architettura veneziana, arricchita da affreschi, con temi classici dedicati alla musica, alla poesia e all’amore”, verranno realizzate 138 camere, i cui ospiti potranno inoltre godere di piscina, due ristoranti, una scuola di cucina, centro fitness, sala da ballo e due banchine private sulla Laguna. Il tutto disegnato da Matteo Thun, “eccellenza dell’architettura sostenibile”.

Dal canto loro, i siti di promozione turistica sono entusiasti perché, “sarà made in Venice la prima perla di Langham Hospitality, multinazionale della ricettività che ha annunciato per il 2023 l’apertura del suo hotel a Murano, l’isola dei maestri vetrai”. Forse non sono questi i comunicati che hanno convinto l’Unesco a dichiarare patrimonio dell’umanità “l’arte delle perle di vetro veneziane”, ma non si può non rimanere sconcertati di fronte alla circostanza che tale decisione è arrivata solo dopo che le attività ed i lavoratori in questione sono stati espulsi dal loro territorio, e che la loro memoria serva solo a valorizzare il brand dei nuovi investitori.


Immagine in evidenza: fotografia di Paola Somma
Immagine nel testo: particolare di una fotografia di Abxbay da Wikimedia Commons