di Valentina Porcheddu

Sotto l’albero di Natale del Mibact non poteva mancare una nuova e «straordinaria» scoperta pompeiana, per giunta a tema. Nei giorni dell’abbondante consumo di pasti, viene annunciato al pubblico, con gli abituali toni trionfalistici, il rinvenimento di un antico termopolio ovvero di una tipologia di locale – a Pompei se ne contano già un’ottantina – dove, come indica il nome di origine greca, si servivano bevande e cibi caldi, conservati in grandi giare (dolia) incassate nel bancone in muratura.

Il termopolio, parzialmente indagato nel 2019, è stato portato alla luce nella Regio V, all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, nei pressi di una piazzetta nella quale sono ubicate una cisterna, una fontana e una torre piezometrica (per la distribuzione dell’acqua). Il bancone della «tavola calda» risulta affrescato con colori vividi: sul fronte emerge una Nereide a cavallo in ambiente marino, mentre sul lato più corto si trova la rappresentazione di una bottega. Il ritrovamento, al momento dello scavo, di anfore poste davanti al bancone rifletteva la medesima scena.

Il sodalizio formato dal ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini e dal direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna procede con l’ormai consolidata strategia comunicativa tesa non già a valorizzare le acquisizioni della ricerca archeologica bensì a incrementare una sfiancante e, a tratti ridicola, propaganda ministeriale. A video di forte impatto mediatico che esaltano come in un set cinematografico i primi interventi di consolidamento degli affreschi e lo scavo di uno scheletro, seguono – come da copione – le dichiarazioni del ministro e del direttore, impegnati più che a illustrare il valore intrinseco della scoperta, a far sfoggio del «modello Pompei» e dell’eccellenza dell’équipe interdisciplinare del Parco, «meritevole» di aver restituito a uno dei siti archeologici più famosi e visitati al mondo il prestigio toltogli negli anni bui, quelli dei crolli ripetuti degli edifici, dei fondi dirottati e dei commissariamenti.

D’altra parte, è lo stesso Osanna, nel suo recente libro Pompei. Il tempo ritrovato (Rizzoli, pp. 416, euro 19), a sottolineare il nuovo corso del Parco, che proprio sotto la sua direzione, avrebbe raccolto le macerie della Schola Armaturarum (la caserma dei gladiatori crollata nel 2010, ndr) per portare avanti, con il Grande Progetto Pompei (Gpp), la sfida di salvare la città vesuviana da una seconda catastrofe. Tuttavia, la messa in sicurezza dell’area archeologica corrispondente alla Regio V, si è rivelata un’enorme miniera da sfruttare per esigenze politiche e di carriera.

Destinato ad operazioni di manutenzione programmata, il Gpp ha innescato infatti una fervente attività di scavo, finalizzata a mettere in luce reperti esteticamente attraenti o suscettibili di stimolare intriganti ricostruzioni «storiche» da proporre nell’ambito di mostre, pubblicazioni divulgative e documentari per la Tv. La scoperta del termopolio è rimbalzata sulla stampa a solo qualche giorno di distanza dalla protesta, inscenata davanti alla sede dell’Inps di Napoli, dei lavoratori delle biglietterie esternalizzate dei Parchi archeologici di Pompei e di Ercolano, i quali – a causa della prolungata chiusura dei siti dovuta alla pandemia – si ritrovano, nel migliore dei casi, senza cassa integrazione da mesi. Così, mentre stupisce col vacuo sensazionalismo e l’immancabile vittima dell’eruzione del 79 d.C., l’archeologia pompeiana prova a celare ancora una volta, dietro a pitture raffiguranti sontuose nature morte e il guizzo di un cagnolino «di rango», l’ingiusto trattamento inflitto ai lavoratori della cultura.


Articolo pubblicato su “il manifesto” del 27 dicembre 2020

Fotografia di Luigi Spina dal sito del Mibact