di Tomaso Montanari

Alla fine, il rimpasto c’è stato: il titolo de “Er mejo der Colosseo” non spetta più a Romeo, il protagonista spaccone degli Aristogatti , ma a Dario, ministro compassato dei Beni culturali. Che potrà, d’ora in avanti, legittimamente incedere sui Fori Imperiali vestito da gladiatore. L’impresa, colossale, che tanta gloria rovescia sull’inclito dictator bonorum culturalium rei publicae è stata annunciata pochi giorni fa: in piena pandemia, parte un bando da 18,5 milioni di euro per rifare l’arena al Colosseo. Una vera e propria Netflix dell’archeologia, per rimanere alla semantica in voga nelle stanze, oggi così pop, del Collegio Romano. Come fu chiaro fin dal suo primo affacciarsi, oltre sei anni fa, questa idea riesce a coagulare tutto il peggio della visione del patrimonio culturale, del nostro Paese, della stessa politica oggi trionfante.

Primo: il Colosseo diventa un contenitore per qualcos’altro. Cosa, si vedrà: “Ogni possibile evento della vita contemporanea”, secondo l’archeologo che ha sussurrato all’orecchio del principe una simile scempiaggine. Nel giugno 2018 un grande party di beneficenza culminato nella proiezione del Gladiatore di Ridley Scott (film irto di errori storici) ha permesso di capire quale potrebbe essere il futuro prossimo dell’anfiteatro. Il punto è che il monumento in sé è considerato un “inutile dente cariato” (così l’ex sottosegretario ai Beni Culturali Luigi Covatta, esprimendo sostegno al progetto): invece di educare a leggere i monumenti antichi, invece di sottrarli alla morsa del traffico, invece di prendere atto della loro storia e delle loro lacune, vogliamo inserirli a forza nel nostro presente. Ossessivamente presi da noi stessi, pieghiamo tutto al narcisismo effimero: un estremo consumismo, non sostenibile, del patrimonio culturale. E niente insegna il precedente infausto dell’Arena di Verona, ormai completamente inconoscibile come monumento e letteralmente mangiata da spettacoli in gran parte di infima qualità.

Secondo: continuiamo a investire su un’idea patetica di Italia in costume storico per turisti. Perché è fin troppo ovvio che il Colosseo ridotto a parco a tema di un’antichità hollywoodiana sarebbe affollato solo dai turisti (quando torneranno), in un ennesimo passo dell’espropriazione della città ai suoi cittadini.

Terzo: i 18,5 milioni per l’arena del Colosseo rappresentano l’applicazione della logica delle Grandi Opere al patrimonio culturale. In un Paese in cui i monumenti crollano per mancanza di manutenzione, i politici continuano a preferire “l’inaugurazione alla manutenzione” (Leo Longanesi). Con le chiese marchigiane del cratere sismico in cui ancora nevica, con i palazzi del centro storico di Napoli in rovina, con gli archivi e le biblioteche in agonia, un ministro serio dei Beni Culturali non dovrebbe nemmeno nominarlo, il Colosseo. Ma salvare, in silenzio, le piccole cose che muoiono non dà consenso, mentre i circenses attizzano la folla: festa farina e forca, si diceva a Napoli.

Quarto: ma con lo spettacolo dal vivo nello stato in cui è ora, con l’assenza di qualunque progettualità, con migliaia di lavoratori dei teatri e della musica alla fame, come è concepibile investire tutti questi soldi in una mega struttura per spettacoli dal vivo con le caratteristiche sopra illustrate? È talmente lunare questa coincidenza, che l’unica spiegazione è che il Colosseo, straordinario strumento per la costruzione del consenso imperiale, torni ad essere usato come efficacissima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica. Già sento l’obiezione: siete contro la cultura popolare! Per nulla, ma sono contro il Ministero della Cultura Popolare: il MinCulPop non mi è mai piaciuto, perché si occupa di propaganda, non di cultura.

Proprio negli stessi minuti in cui le agenzie battevano la notizia del bando per l’arena, l’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni culturali” diffondeva la lettera con cui Ales – società strumentale del Mibact – comunicava che non avrebbe rinnovato a molti lavoratori i contratti in scadenza il 31 dicembre. Vi si legge che “a seguito di quanto stabilito dal DPCM 3 dicembre 2020 (…) che (…) per fronteggiare l’emergenza epidemiologica (…) ha decretato la sospensione delle mostre e i servizi di apertura al pubblico dei musei e altri istituti della cultura (…) siamo spiacenti comunicarle la cessazione del rapporto di lavoro”. Le anime morte dei Beni culturali, le vite precarie e sfruttate che mandano avanti il carrozzone della “cultura”, gli invisibili dei monumenti vengono spazzati via: non dal Covid, ma da uno Stato che si è dato al caporalato e allo schiavismo, e che ora getta via queste persone.

Siamo in guerra, ci si dice: ci sono delle priorità. Sta bene: ma mi dovete spiegare come possa essere prioritario, proprio ora, spendere 18,5 milioni di euro in quella trovata ridicola, e non destinarli a salvare le vite di chi ha, fino a oggi, salvato il nostro patrimonio culturale.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 28 dicembre 2020

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