di Salvatore Settis

Tutela ultimo atto, protagonista la Sicilia. È quel che sta accadendo con un decreto del 30 novembre scorso, pomposamente chiamato “Carta di Catania”.

Con la quale l’assessore ai Beni culturali Samonà ha deciso che “i beni culturali appartenenti alla Regione Siciliana che si trovano custoditi nei depositi regionali potranno essere valorizzati attraverso l’esposizione in luoghi pubblici o privati aperti al pubblico”, previo “pa gamento di un corrispettivo che potrà avvenire, oltre che in denaro, anche attraverso la fornitura di beni e/o servizi”. Gioiosamente, l’assessore sottolinea la piena comunità d’intenti con la soprintendente ai Beni culturali di Catania, Rosalba Panvini, anch’ella a quel che pare esultante se i beni “deprivati di ogni riferimento al contesto di appartenenza” potranno finalmente essere liberati dalle oscure segrete in cui giacciono in catene, e contribuire alle magnifiche sorti e progressive di quella Regione, “finalmente esposti e fruiti da tutti”.

E come si svolgerà tale “intervento rivoluzionario (…), un’importante svolta nella gestione del patrimonio regionale”? Avverrà per concessione, “sulla base di elenchi di beni, suddivisi per lotti omogenei”, che saranno comodamente redatti (gratis) da “studenti universitari in discipline connesse alla conservazione dei beni culturali che opereranno in regime di tirocinio formativo”.

Insomma, sotto il segno della “valorizzazione” i depositi dei musei e delle soprintendenze siciliane verranno svuotati, purché non siano già “destinati alla pubblica esposizione” nel museo stesso. A chi vuol prendere in affitto statue e quadri basterà “produrre un documento tecnico o un progetto di valorizzazione”, ponderosi allegati per i quali non viene fornita la minima istruzione o specifica. L’affitto (o se preferite concessione in uso) previo canone durerà da un minimo di due a un massimo di sette anni, prorogabili tacitamente. Non una sillaba vien spesa per rispondere a una semplice domanda: e mentre una terracotta greca o un quadro barocco saranno esposti al pubblico in un supermercato o in un albergo, chi mai, con che competenze e con che frequenza, ne controllerà condizioni climatiche e stato di conservazione?

Colpisce che questo colpo basso alle buone pratiche della tutela venga battezzato “Carta di Catania”, quasi potesse schierarsi accanto alla Carta di Atene del 1931 o alla Carta di Venezia del 1964, documenti che rappresentano ancora un punto di riferimento nelle discussioni sulla città o sul restauro.

L’assessore evidentemente mira a fare del provvedimento una sorta di manifesto, proponendo la sua “Carta” a modello universale per quegli stolti musei (dal Louvre ai Musei Vaticani, dal Metropolitan al British Museum, dall’Hermitage al Prado) che custodiscono gelosamente i materiali nei propri depositi. È assai improbabile che questo invito venga raccolto dai musei fuori d’italia, ma il rischio che il contagio passi lo Stretto c’è. La Sicilia infatti è l’unica Regione italiana che goda di piena autonomia nell’ambito dei Beni culturali, per una norma la cui conformità alla Costituzione è assai discutibile. L’assessore regionale vi ha in pratica quasi tutti i poteri del Ministro nel resto d’italia, e già in passato la Regione è stata campo di sperimentazione di riforme controverse o infelici (come l’istituzione delle soprintendenze uniche, dall’arte contemporanea all’archeologia), poi adottate in sede nazionale anche se a livello regionale non avevano dato buoni risultati.

La cosiddetta “Carta di Catania” incide sul patrimonio culturale della più grande Regione d’Italia (e una delle più ricche di beni culturali). Ma è ancor più pericolosa, perché vien diffusa come potesse servire da modello. Qualche precisazione è dunque necessaria. Prima di tutto, l’art. 6 del Codice dei Beni culturali definisce la valorizzazione come intesa non a far cassa, ma a “promuovere la conoscenza del patrimonio culturale al fine di promuovere lo sviluppo della cultura”. Quanto ai depositi dei musei, la norma siciliana è vittima del pregiudizio, diffuso ma non per questo meno fallace, che i materiali in deposito siano condannati in perpetuo all’oscurità, coperti di polvere, trascurati dagli addetti ai lavori e ignorati dai cittadini.

È vero il contrario. Tutti i musei importanti del mondo hanno vastissimi depositi, e li curano come una specie di riserva aurea, che raccoglie materiali su cui si svolgono studi e ricerche e da cui spesso vengono preziose scoperte (come il Mantegna emerso recentemente dai depositi dell’Accademia Carrara a Bergamo).

I depositi del Louvre sono così enormi che si è dovuto costruire un nuovo edificio nel Nord della Francia, a 100 chilometri da Parigi, in cui verranno trasferite circa 250mila opere. Per valorizzare i depositi non bisogna svuotarli, bisogna studiarli e conoscerli.

Non meno irresponsabile è l’idea di affidare a studenti tirocinanti un compito come la scelta dei materiali da “affittare”. Reclutare manodopera non pagata risponde alla stessa ratio alla base della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, generalmente fallimentare. Comporta il disprezzo per la competenza, anzi implica che per valutare quel che è nei depositi si possa fare a meno di un occhio esercitato, quale non può avere uno studente universitario alle prime armi. Un esempio siciliano: nel 2003 Clemente Marconi, professore alla New York University, ha scoperto nel museo Salinas di Palermo oltre 200 preziosi frammenti di metope da Selinunte, in deposito dal 1823 quando furono scavati. Se fossero stati dati a soggetti diversi per esporli in spazi privati aperti al pubblico (bar, discoteche, gioiellerie…) nessuno sarebbe più stato in grado di riconoscerli uno per uno e di rimetterli insieme. E questa scoperta, invece, chi l’ha fatta? Un archeologo di prim’ordine come Marconi. Se un progresso si può auspicare per i depositi dei nostri musei, è che essi siano sempre più e meglio organizzati come “depositi di studio”, come alla National Gallery di Londra, dove non solo gli esperti, ma tutti possono circolare, oltre che nelle sale principali del museo, anche in mezzo a opere meno note.

Scritto in fretta e male, il decreto assessorile verrà, speriamo, contestato nella stessa Sicilia a causa della sua genericità che lo rende inapplicabile. Ma il governo nazionale non potrebbe battere un colpo?


Articolo pubblicato sul “Il Fatto Quotidiano” il 12 dicembre 2020

Fotografia di Bjs da Wikimedia Commons