Ecco la “Netflix della cultura”: è il nuovo gioco della politica?

di Tomaso Montanari

Cosa sarà la “Netflix della cultura” così fortemente voluta dal ministro Franceschini? Per ora si parla di mettere in scatola lo spettacolo dal vivo: una soluzione forse comprensibile come estrema misura di emergenza, ma suicida come obiettivo di lungo periodo, quanto lo sarebbe immaginare una scuola per sempre in dad. Perché, come ha scritto Marco Baliani, così “ci si abituerà a delegare il nostro sguardo alle varie telecamere che riprendono il mondo. Quando assisto ad uno spettacolo teatrale ripreso in streaming io vedo quello che operatori registi e montatori hanno deciso di farmi vedere, non posso mica dislocare lo sguardo altrove nello spazio scenico, perché quello che ho di fronte è uno spazio piatto bidimensionale, senza profondità e senza volumi. Ma soprattutto senza odori, senza fremiti, senza corpi accanto al mio che mi trasmettano emozioni e sensazioni, senza possibilità di decidere da cosa voglio essere attratto”. Il che darebbe un colpo mortale non solo al teatro, ma anche alla nostra capacità di relazione, di autogoverno, di pensiero critico: di democrazia. E poi c’è il modo in cui tutto questo sarà fatto.

I dieci milioni di euro investiti dal ministero per i Beni Culturali (che contemporaneamente condanna a morte archivi e biblioteche per mancanza di soldi, e dunque di personale), e il controllo pubblico attraverso il 51% detenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti potrebbero far pensare alla rinascita di una strategia pubblica nella diffusione della cultura. Ma il fatto che l’altro socio sia la piattaforma privata Chili, fondata da Stefano Parisi (già candidato del Centrodestra contro Beppe Sala a Milano), richiama l’ormai endemica incapacità del pubblico di cavarsela da solo, la sua irreversibile inclinazione ad affidarsi ad interessi privati garantiti dal sottobosco della politica.

A parte l’imperdonabile provincialismo dell’idea di una “Netflix de noantri”, è impietoso il paragone tra la politica che seppe fondare e far crescere la Rai e una politica che partorisce una simile trovata. Perché non si è puntato proprio sulla piattaforma pubblica che già esiste, inarrivabilmente ricca di contenuti culturali? Alludo naturalmente a Rai Play, patrimonio comune di tutti noi.

La risposta a questa diffusa obiezione è stata che si è provato, certo: ma l’ostacolo era proprio la sua natura pubblica e gratuita. Uno Stato che si è ritirato da ogni comparto produttivo della cultura, mettendo in mano tutti i servizi redditizi dei musei a rapaci concessionari legati a doppio filo alla politica, vuole ora fare l’imprenditore.

C’è un’altra ragione, credo. Ed è che rinunciando alla Rai, il Ministero “della Cultura” evita una necessaria mediazione: con tutti i suoi difetti (tantissimi), con tutte le sue occasioni perse, con tutta la sua vergognosa lottizzazione, la Rai (specie per la cultura) rappresenta comunque un filtro rispetto al controllo della politica. Che in questa nuova struttura guidata da Cassa Depositi e Prestiti rischia invece di essere senza freni. Non è difficile prevedere che la servilissima corte dei miracoli che campa a spese di fondazioni liriche, teatri e ormai anche dei musei troverà nella “Netflix de noantri” una specie di karaoke. Se, al contrario, si volesse davvero stare sul mercato, non è forse evidente che a fare le spese del ‘sottocosto’ necessario alle grandi piattaforme commerciali sarebbero i produttori di contenuti culturali, già oggi schiavi di un sistema che li mangia vivi? E, poi, siamo sicuri che il modello dei grandi musei autonomi, valutati solo sugli incassi e incitati ad alzare costantemente il prezzo dei biglietti, sia quello da seguire? In una cultura pubblica (come quella voluta dalla Costituzione, nel primo comma del suo articolo 9) l’accesso dovrebbe essere libero, per tutti: perché i costi della produzione culturale sarebbero coperti dalla fiscalità generale ( progressiva, come impone sempre la Carta) e non dai biglietti (regressivi per definizione).

È fin troppo evidente che l’operazione lanciata da Dario Franceschini punta a ottenere i soldi del Recovery Fund. Ma anche quelli sono soldi pubblici, il cui peso graverà sui nostri figli e i nostri nipoti per decenni. Non dovremmo allora usarli per alimentare una produzione culturale risolutamente pubblica (dai teatri, all’opera, ai musei) invece che a sostenere una pseudoimprenditoria “culturale” nata all’ombra della politica?

In questa pandemia non siamo stati capaci, non dico di tenere aperte le scuole – come nei Paesi civili d’europa –, ma nemmeno di costruire una piattaforma unica e pubblica che non mettesse il maggior bene pubblico (la scuola) in mano a multinazionali straniere. Ora, però, vogliamo la “Netflix della cultura”. I più arguti hanno evocato lo strombazzatissimo “Very bello”: il dimenticato portale della cultura italiana lanciato da Franceschini al tempo dell’Expo. La rivista Jacobin Italia è invece ricorsa ai classici, titolando: “La Netflix della cultura è una cagata pazzesca”. Severo, ma giusto.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 7 dicembre 2020

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