di Tomaso Montanari

L’arresto dell’ex ad di Autostrade Giovanni Castellucci (che rimane innocente fino al terzo grado di giudizio) dovrebbe indurre a riflettere anche su un ambito apparentemente remoto dalle vicende al centro dell’inchiesta: quello del mecenatismo. L’unica volta che ho avuto occasione di parlare con lui fu quando, il 29 luglio 2014, mi cercò per contestarmi (in modo civilissimo) quelle che giudicava mie “prese di posizione aprioristiche e basate sul ‘ legittimo sospetto’, non su fatti”. Avevo espresso, su questo giornale [n.d.r. “Il Fatto Quotidiano], la mia contrarietà al progetto Grand Tour, con cui Autostrade, in cambio di un’erogazione liberale, voleva imporre all’Appia Antica “un nuovo modello di gestione” diverso da quello pubblico, istituendo una “cabina di regia”.

Il ministro Franceschini e gran parte della stampa avevano subito abbracciato entusiasticamente la proposta, mentre io mi permettevo di obiettare che “non solo consentiamo ai concessionari di non investire nella manutenzione e nell’ammodernamento delle autostrade esistenti, ma anche che abbiamo affidato agli stessi concessionari le scelte infrastrutturali strategiche del Paese: una vera cessione di sovranità. Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare a questo monopolio anche il governo dell’Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all’Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell’Appia?”.

Ora, sei anni dopo, il gip di Genova definisce Castellucci “una personalità spregiudicata e incurante del rispetto delle regole, ispirata ad una logica strettamente commerciale e personalistica, anche a scapito della sicurezza collettiva”. Ebbene, quando ci chiediamo che male ci sia nell’assicurare la salvezza del nostro patrimonio culturale attraverso il mecenatismo di imprenditori privati, dovremmo risponderci che – specie nel caso di chi si arricchisce sui beni pubblici – il male sta nella spessa coltre retorica che permette di nascondere più a lungo e più efficacemente realtà come quella colta dai magistrati liguri. E non bisognerebbe aspettare le sentenze, perché, come spesso ricorda Piercamillo Davigo, non solo la “giustizia, ma anche la prudenza è una virtù cardinale”.

Poco tempo fa è stato arrestato anche Salvatore Leggiero (anche lui innocente fino a sentenza irrevocabile), immobiliarista cresciuto nella Publitalia di Dell’utri e divenuto (tra l’altro) lo spregiudicato proprietario di un numero impressionante di edifici del centro di Firenze. È a lui che si deve l’amputazione di un cruciale giardino dell’Oltrarno, pacificamente subìta dall’arrendevole amministrazione Nardella. Ebbene, in forza delle sue donazioni, Leggiero è tuttora presidente del cda dell’orchestra da Camera Fiorentina, in parte finanziata dal Ministero per i Beni Culturali. Tutto normale?

Quando Antonio Cederna, il grande difensore dell’Appia, fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli mandò in dono una delle prime mountain bike. Cederna la girò immediatamente a don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade: niente voleva avere a che fare con una società che aveva tante volte combattuto, difendendo il paesaggio italiano. Un insopportabile moralista, con “prese di posizione aprioristiche e basate sul ‘legittimo sospetto’, non su fatti”? Io credo di no: credo che la prudenza di Cederna derivasse, invece, da una profonda conoscenza del Paese. Una conoscenza che non aveva bisogno di aspettare indagini o sentenze: e che spingeva a non permettere che al danno dell’indigenza della cultura si sommasse la beffa di una sua strumentalizzazione da parte di discutibili potenti in cerca di patenti civiche.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 13 novembre 2020

Fotografia di Maurizio Moro5153 da Wikimedia Commons