di Paola Somma

Vi ricordate l’agenda Colao? Solo pochi mesi sono trascorsi da quando il governo delegò al manager di una multinazionale il compito di predisporre le linee guida per la cosiddetta ripartenza dopo il lockdown di primavera. Senza mai essere stati oggetto di pubblica discussione, i dettami contenuti nel documento predisposto da Vittorio Colao e dai Bergamo’s boys vengono ora tradotti in misure concrete la cui attuazione prosegue rapidamente. Non a caso, in questi giorni Confindustria tace; tornerà a farsi sentire al momento di scegliere a chi far pagare il conto. Nel frattempo, regali a evasori fiscali, istruzione per i figli dei ricchi e video giochi per gli altri, incentivi per l’acquisto di automobili e distruzione del trasporto pubblico, prevenzione sanitaria eliminata o a pagamento e molte altre decisioni che promettono sviluppo, mentre smantellano quel che resta dello stato sociale, si susseguono senza tregua.

Per quanto riguarda il capitolo che la banda Colao ha intitolato “turismo, arte, cultura, brand del paese”, molti dei provvedimenti di recente adottati ne condividono l’impianto e, se consideriamo, più che la presunta rilevanza ai fini del contenimento della pandemia, il loro impatto educativo e disciplinante, appaiono per nulla illogici e senza senso.

Il ministro Dario Franceschini, del resto, dichiarandosi sicuro che “appena l’emergenza della pandemia finirà, ci sarà una ripartenza importante del consumo culturale”, ha detto: “ogni crisi è un’opportunità … proprio grazie alla crisi, si è capito quanto in Italia sia fondamentale la cultura e si sono scoperte le potenzialità enormi dell’offerta culturale online … sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa”.

E perfettamente in linea con la visione del ministro sono le decisioni di tenere chiusi i musei, perché mancano i turisti, e dare alla Biennale di Venezia 20 milioni di euro per aiutarla ad espandere i suoi spazi; di chiudere cinema e teatri ed avviare, con Cassa Depositi e Prestiti, un progetto “tipo Netflix della cultura”, cioè una piattaforma in cui “offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento”.

A tali scelte che, seppure in parte presentate come temporanee ed emergenziali, anticipano la definitiva trasformazione di arte e cultura in merci da esportazione, si accompagna la continua recinzione e privatizzazione di spazi pubblici. Già, dopo il primo lockdown, strade e piazze sono state regalate ai detentori di plateatici e molte spiagge libere sono state cedute a privati concessionari. Ora altre iniziative tendono a inculcare nei cittadini l’idea che lo spazio pubblico sia una naturale appendice dei luoghi di produzione e vendita e che la sua fruizione debba essere giustificata da esigenze di lavoro o consumo.

Emblematiche, a questo proposito, sono le ordinanze del 12 novembre con le quali i presidenti di Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia hanno introdotto “il divieto di passeggiare nei centri storici”. Nessuno ha ritenuto necessario specificare i confini entro i quali non è permesso passeggiare – che per definizione vuol dire camminare per svago e distrazione – dando per scontato che tutti sappiano che le cosiddette zone A, etichetta che i piani regolatori applicano agli “agglomerati di carattere storico, artistico e di pregio ambientale”, coincidono con le “strade e piazze dello shopping”.

Che da anni, le città storiche, e in particolare le zone centrali, siano state intenzionalmente svuotate di abitanti e attività normali per trasformarle in centri commerciali diffusi non è una novità. Molte amministrazioni comunali, da Pordenone a Montecatini, da Alghero a Saluzzo, usano addirittura la dizione di “centro commerciale naturale” e finanziano progetti per la loro promozione e valorizzazione.

La novità è che il linguaggio delle attuali ordinanze sancisce, anche formalmente, l’equiparazione della città storica a un mall, dove appositi vigilantes controllano chi può entrare e quali comportamenti sono consentiti.

Non è escluso che, fra qualche mese, le autorità ci raccomanderanno di tornare in centro – magari con l’obbligo di esibire uno scontrino per dimostrare di avere comprato qualcosa e aver così acquisito il diritto a passeggiare – come in giugno faceva la sindaca di Roma, Virginia Raggi, quando si rivolgeva ai cittadini con dichiarazioni del tipo “ai romani dico: andiamo in centro storico, andiamo a mangiare fuori e ad aiutare i commercianti del centro”. Comunque, il messaggio che i centri storici non appartengono ai cittadini non cambia.


Fotografia di Paola Somma