di Tomaso Montanari

La mostra dei marmi Torlonia è una straordinaria occasione di conoscenza: lo ha spiegato su queste pagine mercoledì scorso Salvatore Settis, che l’ha voluta e curata insieme a Carlo Gasparri. È per questo che ho scritto con entusiasmo nel catalogo. E anche per questa, seppur marginale, partecipazione sento il dovere di provare a correggere la piega che proprio gli interventi istituzionali inclusi in quel catalogo stanno imprimendo al discorso pubblico intorno alla collezione Torlonia. Il ministro Franceschini celebra “un virtuoso esempio di dialogo e collaborazione tra pubblico e privato”, e il presidente della Fondazione Torlonia afferma che la collezione di famiglia sarebbe “da sempre condotta secondo quella visione del custodire e del tramandare… che… favorisce un proficuo dialogo con le istituzioni”. Il direttore generale delle Belle Arti, Federica Galloni, osa sostenere che “la storia secolare della famiglia Torlonia… coniugava tutela e valorizzazione, attuando un singolare e innovativo rapporto di sinergia tra pubblico e privato”. Insomma, i Torlonia santi subito: anzi santi da sempre. Nessuno, nel catalogo, racconta il clamoroso scandalo che investì la collezione dalla fine degli anni Sessanta: una mancanza che assomiglia a una censura nel saggio in cui la Soprintendente speciale di Roma tratteggia una storia tutta positiva dei marmi Torlonia nel secondo Novecento.

È un silenzio pesantissimo e incomprensibile (o, forse, fin troppo comprensibile), che svela un convitato di pietra eccellente: Antonio Cederna, mai evocato né nel catalogo né nei discorsi delle autorità. Eppure, quella taciuta è una delle pagine più note e importanti della lotta per la salvezza del patrimonio culturale.

Rileggiamola, corsivamente, nell’ottima sintesi di Francesco Erbani: “Lo scandalo del secolo impegna Cederna almeno dalla metà degli anni ’70. Con lui è schierata Italia Nostra. Fra 1968 il 1975 il principe Alessandro Torlonia trasforma abusivamente il suo palazzo di Via della Lungara a Roma in una novantina di miniappartamenti dopo aver chiesto una licenza per il solo rifacimento del tetto. La conseguenza più drammatica dell’operazione investe la collezione di 620 statue accumulate dal nonno, omonimo, e sistemate in una settantina di stanze del palazzo ma da allora trasferite, e ammucchiate in locali residui dell’edificio. Fra gennaio e febbraio del 1977, su segnalazione della Soprintendenza archeologica da poco diretta da Adriano La Regina, scatta il sequestro del pretore di Roma Alberto Albamonte, e la denuncia penale per abusi edilizi e per il danno arrecato alla collezione. Prende avvio un processo che si conclude con la condanna in Cassazione, resa però vana da prescrizione e amnistia. Cederna plaude all’iniziativa della magistratura, ma il problema che pone, e che porrà ancora per oltre un decennio, è il destino di quello strabiliante patrimonio: la soluzione che fin d’ora prospetta è quella di una cessione gratuita allo Stato dell’intera collezione (…) forse anche nella Villa Torlonia di via Nomentana, da poco espropriata. Ma il cammino verso questa soluzione si blocca: nessuno, né il Comune né il Ministero, ha mosso un passo, e trascorsi due anni dal sequestro giudiziario il pretore è costretto a revocare il provvedimento”. Accanto a quello dei marmi, poi, va rammentato lo scandalo inaudito degli affreschi etruschi della Tomba François (uno dei più importanti monumenti dell’antichità), “sequestrati” a Villa Albani insieme a centinaia di vasi etruschi e a una strepitosa collezione di arte dell’età moderna: lo Stato non è mai stato capace di obbligare i Torlonia a render visibile questa straordinaria porzione del patrimonio storico e artistico della Nazione temporaneamente di loro proprietà.

Come Salvatore Settis scrive nel catalogo, e ripete con forza in ogni occasione, la mostra è solo un primo passo verso un Museo Torlonia che renda visibile finalmente almeno tutti i marmi (ancora in massima parte ammassati nei magazzini di Via della Lungara, e inaccessibili). Un progetto sacrosanto: mi sarei aspettato che, all ’inaugurazione della mostra, le autorità dei Beni culturali vi si impegnassero concretamente, per esempio dicendoci dove, quando e con che regole sarà realizzato questo “museo annunciato”. Invece niente. Per capire se sarà davvero al servizio del pubblico interesse (e non un social washing dell’interesse privato) bisogna, infatti, capire come verrà fatto: lo sarà se ci sarà una misura di custodia coattiva delle opere in questo museo, o un vincolo pertinenziale che le renda per sempre inamovibili. Perché certo sarebbe inammissibile consumare denaro e palazzi pubblici per valorizzare opere che rimangano nella piena disponibilità dei loro possessori privati. I Torlonia “rappresentano il mondo di latifondisti rapidamente convertito alla speculazione edilizia” (ancora Erbani): santificarne la storia sarebbe imperdonabile. Dimenticarla, ancora peggio.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 19 ottobre 2020

Fotografia di Jean-Pierre Dalbéra da Wikimedia Commons