di Tomaso Montanari

“Perché quest’anno invece di coinvolgere i volontari non chiamate le migliaia di guide che sono a casa causa Covid? Se non avete fondi sono sicuro che chi partecipa alle Giornate contribuirebbe”, “Basta!!! C’è gente che passa la vita a studiare e a migliorarsi per saper raccontare. Voi veicolate il messaggio che chiunque lo possa fare, che quindi una guida o un accompagnatore sia una figura inutile. Smettetela di arricchirvi col volontariato!”, “Volontari? No, grazie”, “Vergognatevi, il settore del turismo è alla fame e cercate volontari, il lavoro si paga: è vergognoso questo lucro sul volontariato, più o meno finto. Ci sono professionisti senza lavoro!”, “‘La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto’, (art. 4 della Costituzione italiana)”.

Sono solo alcuni degli oltre 350 commenti (tutti indignati tranne 2) apparsi su Facebook sotto il post con cui (l’11 settembre scorso, alle 16.30) il Fondo per l’ambiente Italiano cercava volontari per le Giornate di primavera, spostate all’autunno causa Covid: “Ti piace raccontare la bellezza dei luoghi che ami? Sei convinto che il territorio in cui vivi sia ricco di tesori eccezionali che ti piacerebbe far conoscere agli altri? Condividi con noi la tua passione: diventa volontario per le Giornate Fai d’autunno!”. Dopo 5 giorni di lapidazione, il 16 settembre il Fai ha rimosso, clamorosamente, l’annuncio.

È l’ennesimo, antico e doloroso, nodo che viene al pettine del Covid: l’esplosione della crisi nel già insostenibile settore turistico ha portato un gran numero di operatori culturali a mettere a fuoco la filosofia del Fai, interamente basata sul volontariato, e a ritenerla del tutto inaccettabile.

In questi ultimi anni, del resto, i giovani storici dell’arte, archeologi, archivisti, bibliotecari e molti altri professionisti del patrimonio culturale hanno preso ulteriore coscienza di sé, organizzandosi per esempio in un’associazione come “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, che conduce un’encomiabile battaglia culturale e politica per i diritti di lavoratori senza diritti.

Non solo: una battaglia per il patrimonio culturale stesso, e dunque per tutti i cittadini italiani. Perché è sempre più chiaro che questo, e solo questo, è il cuore del nodo irrisolto che tiene in ostaggio il patrimonio culturale: il lavoro. Le cifre sono state ripetute mille volte, e sono mostruose: la pianta organica del ministero dei Beni Culturali si avvia velocemente ad essere coperta solo al 50%, il che significa, per fare un solo clamoroso esempio, che nella città in cui insegno (Siena, non Cinisello Balsamo!) la Soprintendenza non ha in servizio attualmente nemmeno uno storico dell’arte. Se ai ranghi del Ministero aggiungiamo l’enorme fabbisogno di professionisti del patrimonio che avrebbero i musei diocesani e quelli comunali, le chiese, gli scavi e i siti monumentali sparsi ovunque, gli archivi e le biblioteche di ogni ordine e grado, si mette a fuoco la follia di un sistema che condanna alla disoccupazione o allo schiavismo i lavoratori, e alla morte per incuria e abbandono i monumenti.

In tutto questo, il Fai appare radicalmente fuori tempo e fuori luogo. La sua ispirazione appare datata, e irrimediabilmente segnata da un elitarismo compassionevole che non solo non si pone il problema del cambiamento di sistema, ma anzi di fatto coopera a sostenere l’attuale stato delle cose. Le dame e i cavalieri di antico regime e grandi patrimoni che guidano il Fai hanno più volte proposto che lo Stato si avvalga “del terzo settore in modo strategico” (così la allora presidente Ilaria Borletti Buitoni, “Il ruolo dei privati insostituibile sostegno per la valorizzazione dei Beni culturali”, Il Sole 24 ore, 23 agosto 2013): il che significherebbe consolidare il modello delle Giornate del Fai basate sul volontariato come sistema permanente di gestione del patrimonio. È una trasparente dichiarazione di guerra ai diritti del lavoro e dei lavoratori, una (inconsapevole?) esortazione allo schiavismo e di fatto un ritorno al privilegio, perché è evidente che un patrimonio pubblico basato sul volontariato sarebbe largamente inaccessibile.

Come ha scritto Giovanni Moro nel suo aureo libro Contro il non profit (Laterza 2014), una simile visione confligge frontalmente con il fatto che tutto il nostro modello costituzionale è strutturato “in modo tale che è lo Stato il garante del benessere dei cittadini, e l’accesso ai servizi è, almeno in linea di principio, una garanzia universale e soprattutto una faccenda di diritti”. Non per caso Moro nota come esista ormai di fatto una strana “alleanza tra neoliberismo e cultura delle opere pie, contro lo Stato”. Alla classica domanda dei benpensanti distratti (“ma cosa c’è di male nel Fai?”), le contestazioni a quel post offrono una risposta chiara: lo sfruttamento del “volontariato dei disoccupati” dei Beni Culturali non è la soluzione. È il problema.


Articolo pubblicato sul “Il Fatto Quotidiano”, 21 settembre 2020

Fotografia di G. Garitan da Wikimedia Commons