di Maria Pia Guermandi 

Fra ritardi, incomprensioni e polemiche, il lunghissimo iter parlamentare sulla ratifica della Convenzione di Faro, sta per giungere a conclusione nelle prossime settimane. Si tratta, come noto, della Convenzione quadro emanata dal Consiglio d’Europa sul valore sociale del patrimonio culturale. Aperta alla firma dei vari paesi  del Consiglio nel 2005 la Convenzione è entrata in vigore nel 2011 a livello sovranazionale, e da allora ogni stato membro può ratificarla, inserendola nel proprio ordinamento.

Sul piano culturale, Faro è diventata una sorta di punto di riferimento per l’affermazione in particolare del principio della partecipazione non solo passiva al patrimonio culturale e quindi della sua democratizzazione, attraverso un approccio bottom up. In questa direzione il documento rappresenta l’espressione di un vero e proprio cambiamento di paradigma nelle politiche di accesso al patrimonio culturale: mentre, cioè, le Convenzioni precedenti (ad es. Granada,1985 e Malta, 1992) si fondavano sul principio dei diritti del patrimonio, ribadendone la necessità di salvaguardia in quanto portatore di valori intrinsecamente posseduti – estetici o storici – con quella di Faro si afferma che ciò che importa soprattutto è l’uso sociale del patrimonio stesso, che va quindi protetto soprattutto in quanto utile a perseguire funzioni di coesione e inclusione sociale, e in generale per il raggiungimento di una migliore qualità della vita collettiva.

L’ heritage boom” che ha caratterizzato l’inizio del millennio, connesso, come noto, all’esplosione del turismo di massa a livello mondiale, ha sancito la definitiva  globalizzazione del concetto di patrimonio culturale, ma ha prodotto, allo stesso tempo, anche una richiesta di partecipazione sempre più pressante sia da parte di chi è portatore di altre visioni del patrimonio, in particolare le popolazioni non occidentali, e, più in generale, da parte di chi non fa parte della ristretta cerchia degli addetti al settore (storici dell’arte e dell’architettura, archeologi, curatori e responsabili istituzionali). Contemporaneamente all’allargamento della platea dei fruitori di patrimonio culturale, insomma, è cresciuta anche la spinta ad un maggior coinvolgimento nella loro gestione: la parola d’ordine è ormai, da almeno un paio di decenni, “partecipazione”.

La Convenzione di Faro costituisce l’evoluzione istituzionale di questa spinta politica e culturale, mentre dal punto di vista storico, la sua genesi fu il conflitto, nel cuore dell’Europa, fra i paesi della ex Jugoslavia, durante il quale il patrimonio culturale – dal ponte di Mostar alla biblioteca di Sarajevo – divenne ostaggio e strumento di contrapposizione etnica: da qui la necessità  di ribadire come, al contrario, il patrimonio debba e possa essere invece strumento di costruzione di pace e di coesione sociale.

Il documento di Faro si fonda quindi sul diritto al patrimonio (art. 1), che viene inserito fra i diritti fondamentali dell’individuo e quindi ricollegato direttamente – per la prima volta – alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e nello specifico all’articolo 27 sulla libera partecipazione alla vita culturale e al godimento delle arti. L’ambito del patrimonio culturale comprende anche l’ambiente (art. 2) e può essere definito, trasmesso, sostenuto  dalle così  dette heritage communities (infelicemente tradotto, nella versione italiana, con “comunità di eredità”), espressione che in un certo senso si oppone a quella heritage community intesa come comunità degli esperti e decisori sull’uso del patrimonio, allargandola a comprendere qualsiasi “insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale”.

Nella parte terza della Convenzione, più specificamente dedicata al tema della partecipazione del pubblico e della responsabilità condivisa, si ribadisce come il diritto alla partecipazione si fondi sul principio democratico di uguaglianza e si sottolinea la necessità della promozione a forme di partecipazione al patrimonio non più solo passive, ma relative anche ai processi identificazione e gestione del patrimonio stesso e fondate sulla conoscenza delle esigenze e degli interessi delle comunità. Solo se i soggetti e le comunità da passive consumatrici diventeranno produttrici attive di patrimonio, quest’ultimo potrà diventare uno strumento di coesione e di convivenza pacifica.

Nonostante gli apprezzamenti del mondo della cultura, in particolare nostrana, il cammino della Convenzione è stato tutt’altro che facile e i principi che veicola stentano ad essere accettati a livello di legislazioni nazionali: a 15 anni dalla sua emanazione, solo 19 su 47 paesi del Consiglio d’Europa  l’hanno ratificata. E se restringiamo il campo ai paesi UE, ci accorgiamo che al di là del nucleo compatto dei paesi della ex Jugoslavia, nessuno dei paesi fondatori l’ha ratificata e molti membri (fra i quali Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Grecia, Polonia, Irlanda, Danimarca, Svezia) non l’hanno neppure firmata.

Una delle ragioni di questo sostanziale stallo può essere senz’altro rintracciata in una indeterminatezza complessiva presente nel testo. A partire dalla stessa definizione del patrimonio culturale che si allarga a tal punto (art. 2) da non avere più limiti di forma e manifestazione – materiale o immateriale – né di tempo o di proprietà, mentre rimane volutamente escluso ogni riferimento alla materialità. Il patrimonio, ampliandosi a comprendere qualsiasi cosa, diventa indefinito, ma se tutto diventa patrimonio, ne risulta quasi impossibile la tutela (proteggere tutto vuol dire proteggere nulla). Allo stesso modo, il concetto di heritage community, non volendo assumere connotazioni né etniche, né territoriali, né di cittadinanza, rischia, anche in questo caso, la vaghezza: qualsiasi gruppo che dichiari un qualche interesse per un determinato patrimonio, anche autodefinito come tale, ha diritto, in buona sostanza, ad essere interpretato come una heritage community.

Alla luce di queste considerazioni, non stupisce che una delle critiche più ripetute che hanno colpito l’impianto del documento, è che per voler essere politically correct la Convenzione abbia perso in efficacia e chiarezza.  E che questo sia stato l’obiettivo cui sacrificare un testo più coraggioso e definito è stato ribadito in numerose dichiarazioni ufficiali che sottolineano come, per il suo carattere di framework Convention, il documento di Faro non abbia funzioni regolatorie dirette e, in buona sostanza,it suggests rather than imposes”.

Ai tentativi di limitarne l’impatto sui diversi ordinamenti legislativi dei paesi membri, riducendone la portata, sostanzialmente, ad un documento di “buoni principi”, si è del resto allineato anche il governo italiano, che pure ne sostiene ora la ratifica. Nel presentare, a maggio, alla Camera, il provvedimento, la relatrice di maggioranza Marta Grande ha sottolineato, ad esempio, che “non vi sono allo stato ragioni per ritenere che il vigente Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio possa essere intaccato dalla ratifica della Convenzione”. E nella stessa direzione, nel passaggio al Senato che ne aveva approvato la ratifica a ottobre 2019, nella legge di ratifica era stata inserita, all’art.2, la seguente precisazione: “Dall’applicazione della Convenzione […] non possono derivare limitazioni rispetto ai livelli di tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale garantiti dalla Costituzione e dalla vigente legislazione in materia.”

L’emendamento era stato non per caso fortemente voluto dalla Lega che ha fatto del contrasto alla Convenzione una delle sue (poche) battaglie in ambito culturale. Se può apparire strano quest’attaccamento al patrimonio culturale da parte di un partito che ha spesso contrastato, ad esempio, l’autonomia di azione delle Soprintendenze,  la vera partita ideologica che  la Lega, cui si sono uniti nel frattempo anche i rappresentanti di Fratelli d’Italia, sta giocando, si fonda sull’opposizione, a tutto campo, ai principi del multiculturalismo cui senza dubbio la Convenzione si ispira nel momento in cui affida alle heritage communities, espressione di qualsivoglia tradizione culturale e portatrici  di esigenze potenzialmente divergenti, la definizione del patrimonio, auspicandone una gestione condivisa. Nell’esprimere la loro opposizione alla ratifica, i deputati  di Lega e FdI, al grido di  “Giù le mani dal nostro patrimonio artistico e culturale!” hanno definito, non per caso, la Convenzione come una “potentissima arma geo-culturale”. Da questo punto di vista, i partiti sovranisti hanno compreso, molto più di quel non abbiano fatto altre forze politiche, come il patrimonio culturale sia tutt’altro che “neutrale” e abbia, al contrario, uno straordinario valore politico perché espressione delle esigenze e delle istanze del presente e come tale può divenire fonte di conflitto laddove tali esigenze sono portatrici di storie, tradizioni, culture diverse. Così come era accaduto nella guerra balcanica.

Consapevoli della necessità di un approccio più radicale, in gran parte dell’Europa il concetto di multiculturalismo espresso nella Convenzione di Faro appare oggi insufficiente perché inteso come semplice accettazione dell’eterogeneo e ci si avvia piuttosto a pratiche di interculturalità o transculturalità in grado di affrontare non solo l’incontro, ma lo scontro e di superare quella retorica della “diversità come ricchezza” rivelatosi inutile nella gestione del conflicted o dissonant heritage.

Al contrario di quanto affermato dagli esponenti sovranisti, insomma, ciò di cui il nostro patrimonio culturale avrebbe urgente bisogno, è proprio di un’applicazione radicale ed estensiva della Convenzione in grado di esprimerne il carattere geneticamente transculturale sviluppandone le potenzialità inclusive. Ma per raggiungere questi obiettivi che implicano una partecipazione allargata non solo all’accesso, ma anche alla gestione del patrimonio, è l’intero sistema istituzionale che dovrebbe essere ripensato.

Insomma, lungi dall’essere solo, come sembra, un passaggio parlamentare “cosmetico”, la ratifica della Convenzione di Faro potrebbe essere un’occasione imperdibile per aggiornare le nostre pratiche di uso del patrimonio culturale secondo  una visione meno asfittica e provinciale.


Articolo pubblicato su “Left”, 18 settembre 2020

Fotografia di MissGlock da Freeimages.com