di Tomaso Montanari

La battaglia che in queste ore infuria nelle riunioni dei capigruppo di maggioranza al Senato ha una portata che supera il merito della discussione, che riguarda la possibilità di cassare i vincoli storico-artistici sugli stadi di calcio italiani. Certo, tutto inizia dall’emendamento con cui il solerte Senatore di Scandicci cerca di piegare il decreto Semplificazione agli interessi di chi vuole trasformare l’Artemio Franchi di Firenze (capolavoro di architettura) in un centro commerciale – esattamente come si vuol fare con San Siro: una metamorfosi in cui il calcio è solo un lontanissimo pretesto per gli affari.

Ma è evidente che una eventuale vittoria di Renzi sarebbe solo la prima mossa in una decisiva partita a scacchi: “Il mio emendamento è contro le soprintendenze? Sì!”, ha sillabato il Bullo di Rignano. E pazienza se in un Paese che si sgretola a ogni pioggia, il Parlamento dovrebbe semmai rafforzarle, le soprintendenze: insostituibili magistrature del territorio.

Ma se passa il principio che la maggioranza del momento può togliere i vincoli alla tipologia di monumenti che più le interessa, inizierà quello smontaggio delle città e del paesaggio italiani che la Destra insegue almeno dal Piano Casa di Berlusconi. Non c’è bisogno di dire che una simile legge sarebbe incostituzionale, ma nell’attesa che qualcuno (e chi, poi?) sollevi il caso davanti alla Corte, i danni sarebbero irreversibili.

Come fermare questa deriva? Con la politica, per esempio. Il Movimento 5 Stelle ha presentato un eccellente emendamento perfettamente coerente con la propria originaria identità: e dunque diametralmente opposto a quello di Renzi. Ora deve difenderlo, sperabilmente con l’appoggio del ministro Franceschini: dimostrando che c’è ancora qualcuno per cui le città e il territorio sono un bene comune, e non una slot machine per pochi affaristi.


Articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, 2 settembre 2020

Fotografia da G. Mosti e L. Giannelli, Almanacco Viola 1926-2004, Firenze, 2004, tramite Wikipedia