di Michele Campisi

In questi ultimi giorni si consuma in parlamento un importantissimo confronto sul destino delle nostre città: le sorti dell’articolo 10 del decreto sulle “Semplificazioni”. Le agevolazioni contenute in questo articolo servono a rendere più praticabili le applicazioni di tutte quelle norme sull’edilizia che ricadono sulla diffusa attività sociale. Non possono dunque valere per la cancellazione di diritti pubblici e collettivi e men che meno per scavalcare i termini della Tutela; principi sanciti nella nostra Costituzione. Vanno invece a riparare ciò che le leggi regionali, come quella della Regione Lazio, hanno inopinatamente concesso, ovvero il poter disporre a piacimento di molti spazi della città storica. Demolendo e ricostruendo a Roma, senza alcun vincolo nel centro storico più importante del mondo e nei tessuti dei quartieri ottocenteschi e degli inizi del Novecento. Poco tempo fa sarebbe stato solo pazzesco il pensarlo. I costruttori si sono molto risentiti, chiedendo la cancellazione del testo ed il ritorno ad una totale assenza di regole al fine di risollevare le loro sorti economiche che oggi paiono essere in uno stato di crisi!

La Città è però il “Bene Comune” per eccellenza; il suo paradigma. La sua immagine, cosa sempre più importante a questo nostro mondo, è l’immagine di tutti coloro che vi abitano e la vivono. Nessuno si può sentire padrone di essa e tutti abbiamo molti obblighi per rendere “sostenibile” la sua vita quotidiana. Non è più pensabile di poter fare leggi ad uso di gruppi ristretti d’interesse, la grave crisi in cui è piombata richiede interventi studiati e di altissimo profilo tecnico e istituzionale ma, richiede anche una presa di coscienza collettiva.

Abbiamo dunque scampato l’ennesimo “Sacco”. A Roma abbiamo infatti assistito in questi ultimi decenni alla deturpante e irrazionale cementificazione: centralità urbanistiche incomplete; quartieri a macchia; costruzioni ammezzate; aree pubbliche gabbate; una miriade di immobili invenduti e collassati dal fatto che un così mostruoso patrimonio immobiliare avrebbe bisogno solo di un serio riassetto. Per questo, per questi problemi, è nata la disciplina della Rigenerazione Urbana. La legge della Regione Lazio, servita alla sua opposta funzione, ha invece tolto ogni ostacolo alle barbarie demolitrici. Qual è stato il risultato? Abbattere quattro eleganti villini nelle aree ancora pregiate di un asfittico mercato immobiliare per ricavare, dall’aumento di cubatura, sei appartamenti in più. I nuovi edifici che sostituiscono i precedenti rappresentano il monito più esplicito di queste politiche: modelli edilizi a basso costo in genere adoperati nelle più anonime periferie. Cosicché ci avrebbe atteso il beffardo paradosso di portare a modello delle trasformazioni della “città buona”, gli edifici di Parioli, delle Vittorie, Mazzini, Prati, quello delle periferie; molti e imprevisti profili commerciali di un “modernismo” a buon prezzo.

C’è evidentemente un problema di fondo e di opportunità sociale; sia estetico che urbanistico: chi costruisce e commercializza le case non può decidere i nostri modelli urbani. Non possono costoro stabilire le aree di sostituzione edilizia né i modi della sostituzione, i caratteri dell’insediamento ed infine la forma della città. Nessun appello è concesso ad un settore delle attività che in passato, in tutti i nostri paesaggi cittadini, non si è saputo misurare con l’architettura, con l’arte e con la civiltà. Aree e quartieri sono finora miracolosamente scampati alle fauci perverse del “basso costo” costruttivo che non ha portato alla città alcuno sviluppo economico se non alle tasche di qualche costruttore e dei suoi mediatori.

I parlamenti legiferanti provvedano affinché i Piani di Recupero non siano cose impraticabili come lo sono adesso. C’è forte il sospetto che si voglia lasciarli in una palude, senza alcun risultato. Si vuole che i processi scientifici di governo del territorio rimangano strumenti vuoti e teorici, di blocco delle attività. Sarà così facile gridare ad una lesa civiltà; pretendere che tutto sia permesso  a casa degli altri (la città appunto).

Pensare che accanto al Pantheon, accanto a san Clemente, possano sorgere edilizie come quelle dei condomini o di moderni contenitori cementizi, innovativi e smart è un incubo. Bisogna tutelare l’architettura storica che si esprime non solo nella singolarità dei monumenti ma nell’insieme dei tessuti. Solo una crassa ignoranza di chi non ha mai curato una necessaria formazione umanistica può credere di poter essere, suo malgrado un Michelangelo che ridisegna una nuova piazza sull’antico Campidoglio; un Raffaello che costruisce al posto di un palazzetto medievale, Palazzo Branconio dell’Aquila. Per costui e per qualche altro delle altissime sfere ministeriali c’è solo da invitarlo a rimeditare una lettura delle spiegazioni sullo “storicismo”; sulla coscienza moderna della storia. Come può credere infatti che egli stia compiendo lo stesso “gesto” di un maestro rinascimentale, di un principe umanista. Se la città è frutto di questa sovrapposizione nella storia è il suo riconoscimento come valore della storia la vera conquista della nostra contemporaneità. Il problema non è dunque essere contrari a ciò che innova, che sarebbe dunque la legittimazione del valore di tessuto urbano, ma avere coscienza di quanto poco comunicherà nel tempo quella innovazione che sostituisce l’infinito spazio del Passato?

I “Piani di Recupero” sono gli unici e opportuni strumenti per risanare le aree di degrado nelle zone “A” e nei quartieri limitrofi. Bisogna studiare, bisogna che queste trasformazioni e ristrutturazioni, a volte veri e propri restauri, non si consumino in “semplificate” demolizioni e ricostruzioni. Bisogna approfondire le conoscenze sulle singole caratterizzazioni urbane, conoscerne tutti gli aspetti delle morfologie; le storie di lungo percorso e la cultura dell’abitare. Se invece si ha voglia di “evadere” un po’, c’è tanto spazio là fuori. Ci sono quelle cose che chiamano Centri Commerciali ed aree di espansione: vadano lì a divertirsi, a realizzare le loro propulsioni creative.

A tutti coloro che hanno la pretesa di asserire che queste norme bloccano i buoni propositi di chi vuole demolire “capannoni ed edifici degradati” c’è solo da rispondere che la legge – che permette tutto a Roma – non distingue questi casi dalle bellissime palazzine di via Statilia o di via Olona; di via Nicotera o di via Peruzzi. Nessuno di questi edifici è provvisto di un vincolo monumentale ma la loro preziosità consiste nell’insieme che riescono miracolosamente a realizzare; sicché Roma è diversa da Milano e da qualsiasi altra città. Sovvertirne le identità con uno “stile internazionale” è un delitto.

Non è poi affatto vero che questa legge permette solo la ricostruzione com’era. È insopportabile dire che un Piano di Recupero consenta solo la ricostruzione di ciò che esiste. Falsissimo e scorretto dirlo! Il degrado si deve affrontare con un necessario lavoro di conoscenza. Le proposte anche innovative devono inserirsi in una “processualità” (si leggano i bei manuali di Caniggia) che può benissimo prevedere un’altra e inedita ricostruzione, ma non come se dovessimo rifabbricare i condomini degli anni Sessanta.


Articolo pubblicato come post sul profilo Facebook dell’autore, 4 settembre 2020

Fotografia da Google Earth