di Teodoro De Giorgio

È indubbio che la sfilata della maison Dior del 22 luglio scorso a Lecce, definita dai mass media “l’evento più fashion dell’estate salentina”, abbia dato grande visibilità alla città nel panorama mondiale dell’haute couture.

Visibilità, però, non è sinonimo di valorizzazione. Se la prima è la condizione di chi desidera apparire a tutti i costi, la seconda è un’attività – disciplinata dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio – volta a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le sue migliori condizioni di utilizzo e di fruizione.

Come si intuisce, le due cose non sempre collimano, proprio come accaduto nel capoluogo salentino, che ha visto Piazza Duomo requisita ai cittadini per circa 15 giorni e reintitolata a Dior, facciate barocche oscurate da luminarie non autorizzate dalla locale Soprintendenza e l’episcopio adibito a spogliatoio per modelle.

So bene che queste mie considerazioni troveranno in disaccordo la maggior parte dei lettori, salentini compresi, ma ritengo che il compito di uno storico dell’arte sia di difendere l’identità culturale dei luoghi e di cercare di trasmettere alle persone le ragioni per le quali valga la pena assumere un atteggiamento critico, anche a rischio di essere tacciati di snobismo o, ancora peggio, di disfattismo.

Una frase al neon, ben visibile a chi ha seguito in diretta social i ventisette minuti della sfilata, campeggiava sulle luminarie che fasciavano le architetture barocche: “Assenza dalla storia”. Parte di un più lungo periodo di ispirazione femminista (“La differenza per le donne sono millenni di assenza dalla storia”), opera dell’artista Marinella Senatore, la frase era a dir poco profetica.

La storia, infatti, era l’illustre assente, dato che non ci si è fatti scrupoli nello zittire la voce del barocco leccese e nello stravolgere il senso delle stesse luminarie, ribassate per le esigenze fotografiche dei committenti. Non era la storia a interessare e non c’era volontà di immortalare le top model davanti alle testimonianze del barocco. Per avvedersene è sufficiente dare uno sguardo alle foto ufficiali diffuse dalla nota casa di moda con le modelle in posa dinanzi a luminarie che non identificano alcun luogo.

Da salentino, non nascondo che avrei provato un certo orgoglio nel vedere le indossatrici immortalate al cospetto di quelle vecchie pietre barocche che non sappiamo più bene a cosa servano e che nessuno rispetta più.

Eppure, questa iniziativa di matrice schiettamente commerciale è stata al punto travisata dalle autorità politiche e religiose (la piazza, a uso pubblico, è di proprietà della Curia) da averla giudicata un’opera di mecenatismo e un’opportunità di valorizzazione dei luoghi, fino ad arrivare a concedere la cittadinanza onoraria alla direttrice artistica di Dior.

Non c’è alcuna valorizzazione nel nascondere dietro muri di luce vestigia religiose barocche, quasi recassero onta agli organizzatori. E non basta aver fatto sfilare le modelle tra ballerini di pizzica o al ritmo dei suoni dell’orchestra della Notte della Taranta o degli acuti di Giuliano Sangiorgi.

Certo, possiamo ritenerci soddisfatti che la scelta della maison sia ricaduta sul Salento, ma molto meno dell’operato di chi avrebbe dovuto vigilare che le (legittime) esigenze commerciali private non avessero la meglio sulle (ancora più legittime) esigenze pubbliche di tutela della piazza e della sua immagine. Pensiamo alle celebri sfilate in piazza di Spagna a Roma: a chi verrebbe in mente di coprire la facciata della chiesa di Trinità dei Monti?

«Lo zelo per la tua casa mi divora» (Gv 2,17), scrive l’evangelista Giovanni nel commentare l’episodio nel quale Gesù caccia i mercanti dal tempio. Di quell’antico zelo oggi sembra non esserci più neppure l’ombra e la sfilata del 22 luglio resta un monito per quanti pensano che il Salento, la Puglia o l’Italia abbia bisogno di Dior, mentre è Dior che ha bisogno del Salento, della Puglia e dell’Italia.


Articolo pubblicato su “Huffington Post”, 29 luglio 2020

Fotografia di Marcella Anglani