di Paola Somma

La brusca diminuzione degli arrivi di turisti stranieri, provocata dalla chiusura delle frontiere, ha innescato due tipi di reazione. Da un lato, il fronte compatto degli amministratori locali e degli operatori del settore ha immediatamente invocato interventi statali per far tornare alla “normalità” le città “deserte e desolate” e reclamato l’urgente e massiccio impiego di soldi pubblici per ri-accalappiare grandi masse di vacanzieri, prima che altri paesi ce li portino via. Dall’altro, alcuni pensano che ci si trovi di fronte all’irripetibile occasione per riportare abitanti stabili nelle città momentaneamente abbandonate dai tour operator – quelle che nel sito del Mibact vengono definite top destination– come se il mero fatto di apparire, per qualche giorno, “svuotate di turisti” fosse sufficiente a ripristinare le funzioni che le rendevano vive, prima di essere “svuotate per i turisti”.

È facile prevedere che prevarrà la prima opzione, non solo per la forza dei gruppi di pressione che la sostengono, ma perché la trasformazione del nostro intero territorio in una diffusa fabbrica di turismo sembra a molti il destino ineludibile dell’Italia e l’unica possibilità di creare opportunità di lavoro e reddito. La cancellazione, per il 2020, della prima rata dell’IMU, per affittacamere, b&b, ostelli e alloggi turistici, con il risultato che la tassa verrà pagata solo da chi affitta a inquilini normali, e le direttive che la banda Colao ha inviato al governo, per far diventare il paese “un’eccellenza nella gestione dell’arte” e richiamare ulteriori turisti, non lasciano dubbi su quali siano gli abitanti, o per meglio dire la clientela urbana, che stanno a cuore ai padroni.

L’ipotesi di ri-popolare le città merita, comunque, di essere discussa, con l’avvertenza di non accomunare, sotto la voce città storiche, situazioni tra loro non comparabili, ma di fare distinzione fra le città nelle quali è ancora possibile individuare i contorni del cosiddetto distretto turistico, dal quale gli abitanti sono stati estromessi, ma continuano a vivere in zone contermini, e quelle pressoché interamente ripulite di residenti. Non a caso, la sindaca di Roma può invitare i romani ad andare a far spese in centro storico, mentre a Venezia, dove l’intera città è stata trasformata in un duty free a cielo aperto (vicino a piazza san Marco è stata allestita una lussuosa lounge dove i globe shopper possono ottenere i rimborsi senza dover fare la coda in aeroporto), la richiesta del sindaco è che il governo sostenga le botteghe di prodotti specificamente destinati ai visitatori stranieri, che ora sono difficilmente vendibili, perché “di nessun interesse per i turisti italiani”.

In ogni caso, e soprattutto, è necessario specificare chi sono, e da dove dovrebbero arrivare, le persone di cui si auspica l’insediamento. Con generici appelli a far tornare abitanti, infatti, si sottovaluta il rischio che il ripopolamento delle città si traduca in una ulteriore accelerazione del processo di ricambio selettivo della popolazione, da anni intenzionalmente perseguito dalle pubbliche istituzioni al servizio degli investitori.

Come l’esodo, anche il ripopolamento non è solo una questione di numeri – tante partenze, tanti posti liberi, tanti nuovi ingressi – ma qualitativa, e cioè politica. Detto in altri termini, quando parliamo di ripopolare le città, pensiamo sia possibile ripristinare la mescolanza di attività e di reddito, che caratterizzava le città storiche, o ci basta attirare chiunque, meglio se fornito di molto denaro, sia disposto a registrarsi all’anagrafe comunale?

A Venezia, da almeno trent’anni le amministrazioni che si sono succedute alla guida del comune hanno programmaticamente lavorato per realizzare la seconda alternativa.

Già gli esponenti della giunta del sindaco Massimo Cacciari rivendicavano il merito di aver assunto iniziative per far arrivare gli “abitanti ideali di cui ha bisogno Venezia per rinascere”. I nuovi abitanti che “inseguiamo da tempo”, spiegavano, “non sono genericamente il ceto medio, ma la nuova classe creativa”. Con parole meno alate, l’attuale sindaco, Luigi Brugnaro, vuole “bella gente”, cioè “gente che spenda… qui non c’è posto per profughi e accattoni”. Brugnaro, del resto, caccerebbe volentieri anche i residenti superstiti che sono di ostacolo al successo della città. Con una delle sue raffinate esternazioni sul tema “gli abitanti che sono di intralcio agli affari, vadano altrove”, a un gruppo di cittadini che protestavano per l’impossibilità di dormire a causa degli schiamazzi di carnevale, ha sprezzantemente risposto: “se non vi divertite, andate ad abitare in campagna”.

Con toni ben diversi, il sindaco rende omaggio agli attori ed ai personaggi noti che decidono di diventare “cittadini veneziani”, comprando casa in città, e al cui arrivo la stampa locale dedica intere pagine per descrivere “chi compra dove”, con il duplice intento di ampliare l’indirizzario per i pellegrini a caccia di un selfie davanti alle dimore dei famosi e di diffondere un’immagine di città “prestigiosa”, nella quale le celebrità di tutto il mondo ambirebbero a trasferirsi.

Così, per limitarsi ad un esempio recente, alla fine di febbraio, quando già si registravano i segnali della pandemia, il comune ha organizzato un’accoglienza fastosa per l’attrice Emma Thompson che “ha preso casa a Venezia”. Per la cerimonia dell’iscrizione all’anagrafe, la signora e il marito sono stati accolti personalmente dall’assessore alla coesione sociale, che ha presentato ai nuovi cittadini “il benvenuto della città e del sindaco” e ha regalato loro un leone di san Marco. Commossi per il dono, i due attori hanno ricambiato lasciandosi riprendere in un video promozionale per “la tutela della città, bella e fragile”.

Le esibizioni del sindaco di Venezia possono sembrare farsesche, ma la questione circa le caratteristiche dei nuovi abitanti è seria ed andrebbe analizzata sulla base di adeguati elementi conoscitivi. Solo una indagine su chi erano i centomila veneziani (due terzi della popolazione) espulsi – che lavoro facevano, che reddito avevano, dove sono andati – e la contestuale ricognizione di chi sono i nuovi residenti, consentirebbe di far comprendere come la sostituzione dei residenti non compatibili con il progetto di trasformazione del tessuto economico e sociale della città che ha devastato Venezia, sia una variante estrema della sorte che spetta agli abitanti di un territorio che può valere molto di più, se loro se ne vanno.

Chiarire chi sono i nuovi abitanti è utile anche per valutare l’efficacia degli strumenti di cui si suggerisce l’impiego per favorire il ripopolamento, dalla leva fiscale alla disponibilità di abitazioni popolari.

Fino a pochi decenni fa, Venezia aveva uno dei patrimoni di case popolari più ricchi del paese. A partire dagli anni ‘80, non solo la sciagurata vendita e la demolizione di interi isolati ha accelerato la espulsione di molte famiglie, ma la scelta, invece di impedire gli sfratti, di costruire apposite abitazioni “per gli sfrattati”, nelle poche aree libere rimaste, ha avuto il duplice effetto di peggiorare la vivibilità per i cittadini normali e di agevolare la riconversione di un gran parte del parco abitativo in case per turisti. Da allora, la concessione di incentivi e privilegi economici ai proprietari di alloggi turistici è diventata un pilastro della politica del comune che, qualche giorno fa, ha sottoscritto un accordo con l’università, per far occupare temporaneamente le case sfitte agli studenti, facendosi garante del loro ritorno all’uso “ordinario” alla fine dell’emergenza sanitaria.

Se questa, pur sommariamente descritta, è la situazione di Venezia, prima di chiedersi come far arrivare nuovi abitanti, bisognerebbe, quindi, chiarire quale sia il modello di città che pensiamo possa/debba essere ricostituita, e quali sono gli attori sociali in grado di farsi carico della ricostruzione.

Oltre un secolo fa, nel 1904, i socialisti, eletti per la prima volta in consiglio comunale, scagliavano accuse contro l’amministrazione a cui addebitavano di favorire “la deplorevole industria del forestiero” e contro “gli sperperi di pubblico denaro in grandi feste e ricevimenti mentre si trascurano gli interessi più vitali e urgenti della cittadinanza” e chiedevano “quale è l’avvenire che riserviamo alla nostra città… una specie di grande albergo il cui sindaco effettivo sarebbe il presidente della società grandi alberghi, oppure non solo la città dell’arte e dei musei, ma una città che si rinvigorisce e si rafforza per le sue industrie e per il lavoro del suo proletariato?”

Tale parole potrebbero sembrare adatte alla situazione attuale, ma lo sono solo nella parte che riguarda la complicità dei rappresentanti delle pubbliche istituzioni con interessi particolari. Non più valido, invece, è il riferimento alla struttura economica e sociale della città. Quella che continuiamo a chiamare Venezia, infatti, non solo ha espulso il proletariato con il suo lavoro, ma non è nemmeno più descrivibile usando il paradigma della gentrification, cioè del filtraggio e della sostituzione di abitanti in base al censo.

Negli ultimi mesi, le immagini di piazza san Marco libera da turisti sono state usate per accreditare il convincimento che la città sia vuota. In realtà, anche senza ospiti paganti, gli edifici non sono vuoti, sono pieni di rendita, più simili a delle casseforti che a delle case. Venezia, bisognerebbe riconoscere, non solo non è più una città, ma non è nemmeno più, soltanto una destinazione turistica. È diventata un caso esemplare di quella che nella letteratura anglosassone viene ornai chiamata hedge city, una sorta di fondo d’investimento. Come spiegano gli economisti urbani, il bene rifugio non è più solo l’oro, adesso i veri ricchi diversificano il proprio patrimonio comprando arte contemporanea e pezzi di città storiche. Lo sa anche il sindaco Brugnaro, che durante il lockdown si è speso in sollecitazioni e inviti a “americani, austriaci, stranieri… venite dico a tutti… questo è il momento buono per comprare casa a Venezia”. Per modestia, il sindaco non ama le citazioni colte, ma nelle sue parole non si può non cogliere la sintonia con quanto dice un personaggio del Candide di Voltaire “A Venezia, gli stranieri sono bene accolti se hanno molto denaro”.


Fotografia di Paola Somma