di Giansandro Merli e Enzo Scandurra

La fase più rigida del confinamento domiciliare si è conclusa. Oltre al ritorno sui posti di lavoro, è di nuovo possibile incontrarsi e circolare liberamente all’aria aperta. Una libertà, però, ancora condizionata, perché il virus non è stato debellato e un vaccino ancora non c’è.

Con l’allentamento delle misure, l’attenzione mediatica e politica si è concentrata sui comportamenti dei giovani nelle metropoli, sulle loro forme di socialità e sulla “movida”. Come si esprimerà, in attesa del vaccino, questo desiderio naturale d’incontro? Quali nuove forme di vita associativa e culturale si manifesteranno negli spazi urbani che rischiano la desertificazione sociale?

Per molto tempo ancora vigeranno misure restrittive e raccomandazioni per evitare assembramenti e quel bisogno di socialità sarà sotto stretta osservazione di amministrazioni comunali e forze dell’ordine, chiamate a sorvegliare, se non a punire, i trasgressori.

Sorvegliare e punire, però, sono strumenti che lasciano il tempo che trovano, tanto più se i comportamenti in questione non sono certo di natura criminale.

Diventa allora necessaria una svolta creativa, per uscire dagli schemi moralisti e colpevolizzanti e formulare proposte che consentano tanto di esprimere i bisogni di socialità, quanto che questi si manifestino senza mettere a rischio la salute dei cittadini.

Possibile punto d’incontro tra queste esigenze contrapposte è la considerazione, su cui gli esperti concordano, che la vita all’aperto è meno rischiosa di quella nei luoghi chiusi. E la città, i suoi spazi pubblici, può offrire opportunità di incontro, svago e produzione culturale contenendo i rischi di contagio.

Per ultimi riapriranno anche cinema e teatri nel rispetto dei protocolli stabiliti dal governo. Perché allora non trasformare le città stesse in mille (piccoli) teatri e mille (piccoli) cinema all’aperto? L’estate romana di Nicolini ha mostrato, tanti anni fa, quanto può essere attraente una metropoli inondata da eventi. E se al momento non è possibile pensare a grandi iniziative che richiamino le folle, si potrebbe puntare sulla moltiplicazione e diffusione di tanti piccoli eventi. Gli spazi urbani, del resto, sono già innervati da ricchi tessuti associativi anche produttori di cultura innovativa.

Alcune strade interne ai quartieri, ad esempio, potrebbero essere pedonalizzate in alcuni giorni o in alcune ore per accogliere proiezioni, discussioni e piccole conferenze. I centri storici, svuotati dai turisti e in forte crisi economica, potrebbero ospitare dibattiti e presentazioni, magari con scrittori e scienziati che aiutino a riflettere su cos’è questa pandemia e a fornire alla popolazione maggiori strumenti per affrontarla.

A Roma quel grande viale deserto che è diventato via dei Fori, opportunamente attrezzato, potrebbe essere uno spazio per tante e diverse iniziative educanti.

Perfino quei bus a due piani riservati, in altri tempi, ai soli turisti potrebbero riprendere a circolare per far conoscere la città a bambini e adulti costretti per troppo tempo in casa. E poi c’è il Tevere, i musei, le ville storiche che potrebbero ospitare giochi estivi per i più piccoli o incontri con artisti e pensatori per i più grandi.

Sottraendo strade alle auto e restituendo nuova vita agli spazi aperti si creerebbero anche opportunità economiche per bar e ristoranti in sofferenza per le necessarie misure di contrasto alla pandemia. Invece di aumentare del 35% i tavolini all’aperto, questi potrebbero occupare, in alcune ore della sera, il centro delle strade che attraversano i quartieri.

Offrendo così delle possibilità di consolidare le relazioni sociali di prossimità nate durante la quarantena e riducendo la circolazione notturna tra diverse zone delle città. I proprietari di cinema e teatri, sostenuti adeguatamente dalle istituzioni, potrebbero continuare a svolgere la loro importante funzione in parchi e piazze durante un’estate che da tanti punti di vista sarà anomala.

Si correrebbe qualche rischio di ripresa della pandemia? Forse, ma sarebbe certamente inferiore a quanto già accade nei luoghi di lavoro o negli spazi di socialità al chiuso. Per un tempo più o meno lungo dovremo convivere con il virus. Criminalizzare i comportamenti sociali o colpevolizzare alcune categorie, ieri i runner oggi i giovani, non porterà da nessuna parte.

Al contrario, attraverso un uso innovativo degli spazi pubblici e aperti è possibile immaginare una nuova stagione per le città e fare in modo che al calar della sera giovani e meno giovani abbiano davanti tante e molteplici possibilità di trascorrere il tempo. Insomma alla solitudine imposta dal virus contrapporre una socialità diffusa, nelle strade e nelle piazze delle nostre città.


Articolo pubblicato su “il manifesto”, 12 giugno 2020

Fotografia di Davide Buongiorno su Unsplash