di Ilaria Agostini

Dario Nardella vuole semplificazioni e sburocratizzazione. E chiede espressamente a Giuseppe Conte di semplificare – eliminandole – le procedure autorizzative in merito alla trasformazione dei monumenti cittadini. Proposta pericolosa in una città, Firenze, dove il piano regolatore ha già eliminato l’obbligatorietà del restauro sugli edifici vincolati.

Dagli studi di La7, il sindaco fa l’esempio delle scuole ospitate in edifici classificati come beni culturali, dove “per spostare una piccola parete ho bisogno di autorizzazioni delle soprintendenze, per rifare una facciata dell’autorizzazione paesaggistica”. La conclusione del primo cittadino è nel solco del “via lacci e lacciuoli”: “Nel Decreto Semplificazione – egli dichiara – bisogna consentire ai sindaci delle città d’arte di superare anche un muro di vincoli burocratici sul patrimonio storico e artistico. Senza non potremmo fare niente”.

Chiaro: nell’età delle semplificazioni auspicate e desiderate, “fare” coincide con “disfare” il patrimonio edilizio storico vincolato ai sensi del Codice dei Beni Culturali.

A Firenze, la variante all’articolo 13 del Regolamento urbanistico, per quanto concerne i beni culturali (tutti, da Palazzo Vecchio al Duomo, da Forte di Belvedere alla villa medicea di Castello) ha già tolto di mezzo l’obbligo di operare secondo i criteri del restauro.

Ai sensi del variato articolo 13 del regolamento urbanistico, sui beni culturali dell’intero territorio comunale fiorentino si può infatti avviare la ristrutturazione edilizia. Vale a dire che sui monumenti sono ammessi “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente” (art. 3, TUE 380/2001). Fino alla sua demolizione e ricostruzione.

La tutela del bene, dunque, resta in mano al Soprintendente che dispone caso per caso, senza la supervisione urbanistica complessiva, che la Costituzione attribuirebbe all’ente locale, cioè al Comune, che la elude.

Ciò significa che se, come richiesto da Nardella, venisse a mancare la cosiddetta “burocrazia”, cioè l’autorizzazione proveniente dagli uffici di Soprintendenza, sul bene culturale avremmo il medesimo grado di tutela riservato a un capannone di periferia. Pane per i denti degli affamati “investitori” che attendono il nuovo rinascimento del turismo globale.


Articolo pubblicato sul blog di perUaltracittà su “Il Fatto Quotidiano”, 4 giugno 2020

Fotografia di Jonas Smith su Unsplash