di Paolo Liverani

L’osservatorio da cui parlo è quello dell’Università di Firenze, che per ragioni storiche e territoriali ha una forte vocazione ad affrontare le tematiche del patrimonio culturale. Parlo quindi come archeologo e come presidente del corso di laurea triennale in Storia e Tutela dei Beni Archeologici, Artistici, Archivistici e Librari, il percorso di studio che fornisce le basi per quelli che saranno i futuri operatori secondo i tre curricula. Dei musei, però, posso parlare anche come “persona informata dei fatti”, per aver diretto per venti anni – prima dell’esperienza universitaria – il Reparto di Antichità Greche e Romane dei Musei Vaticani.

Il mio intervento ha un taglio critico e si concentra sull’attuale situazione museale italiana, in quanto credo sia importante riflettere su alcuni temi fondamentali che riguardano l’argomento di questo nostro incontro. La situazione in cui ci troviamo oggi è particolarmente complessa. In un momento di forte cambiamento culturale e istituzionale, l’università ha un compito difficile: ciò da una parte a causa di dinamiche sue proprie, ma dall’altra invece e in misura preponderante a causa della situazione degli organismi di tutela. Lasciando da parte per il momento l’università per non andare fuori tema, è facile osservare che i musei italiani sono profondamente cambiati non solo per quel che riguarda la domanda di cultura, ma anche e soprattutto dal punto di vista della loro strutturazione. Ciò, purtroppo, è avvenuto senza alcuna riflessione preliminare condivisa. Se lasciamo da parte i titoli giornalistici e i comunicati ministeriali, come tutti gli operatori del settore ben sanno la riforma del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo si è sviluppata in maniera confusa, convulsa e dirigistica, con continui ripensamenti e senza una visione di insieme.

Si è insistito molto su alcuni musei, cosiddetti di eccellenza, dotandoli di maggiore autonomia, ma scegliendone i dirigenti in maniera opaca e talvolta incomprensibile per quel che riguarda il profilo scientifico: uno storico dell’arte contemporanea dirige Villa Adriana, una medievista dirige il Museo di Taranto dedicato alla cultura greca e via di questo passo. I musei di livello inferiore sono stati separati dal territorio senza una logica e accorpati nei poli museali regionali. Qui la distribuzione delle risorse e del personale è insufficiente, sono numerosi i musei senza responsabile scientifico e con risorse inadeguate. La paralisi di molti settori e i conflitti di competenze mostrano la inadeguatezza di un disegno pensato a tavolino senza contatto con chi opera nella concretezza quotidiana.

Al livello della formazione, inoltre, quello che qui ci riguarda più specificamente, i due ministeri interessati (MIUR e MiBACT) comunicano poco e male. Per fare un esempio di questi giorni, una commissione composta da membri del Consiglio Universitario Nazionale e del Consiglio Superiore dei Beni Culturali discute delle Scuole di Specializzazione in Beni Archeologici e Artistici per la formazione dei funzionari delle Soprintendenze, ma non è prevista da parte universitaria la presenza né di un archeologo né di uno storico dell’arte. Anche la istituzione di una Scuola del Patrimonio è proceduta senza una consultazione previa e lascia aperti gravi punti interrogativi su metodo, finalità e inquadramento giuridico, in quanto sembra rilasciare un titolo di studio in sostituzione delle istituzioni universitarie e senza rapporto chiaro con le scuole di specializzazione esistenti. 

Che cosa fare dunque nella speranzosa attesa che la situazione si chiarisca? Poiché non possiamo contare su una chiara definizione della domanda formativa sul versante istituzionale, dove dobbiamo rivolgere le nostre antenne? Potremmo forse pensare di trovare nei mezzi di comunicazione di massa le qualità che la società oggi apprezza in un museo? Non ne sono per nulla sicuro. Sulla maggior parte dei servizi giornalistici, ma anche in molti comunicati del ministero, vengono presentate come traguardi importanti e come successi alcune iniziative che lasciano a dir poco perplessi. Innanzitutto sembra che la valorizzazione sia misurabile esclusivamente in base al numero dei biglietti staccati. In altre parole, tanto maggiore è il numero di ingressi tanto più sarebbe stimata l’istituzione. L’affermazione così formulata senza precisazioni potrebbe anche essere condivisibile, ma se scendiamo al dettaglio vediamo che, pur di incrementare le visite, l’offerta culturale qualificata e originale o l’uso di linguaggi e di canali che aiutino la comprensione del patrimonio non sembra essere in prima linea. L’onore delle cronache è riservato alle iniziative che portano le persone al museo, ma senza attenzione alla motivazione della visita e ancor meno all’impatto culturale: a Torino abbiamo il fitness e la Zumba al Museo Egizio nel corridoio dei Re di fronte a Ramsete II e alla Dea Sekhmet, a Roma abbiamo l’opera rock su Nerone al Palatino – un colossale flop che ha lasciato in posizione panoramica un ecomostro che nessuno sapeva più come smantellare – a Paestum abbiamo i matrimoni e alla Reggia di Caserta le gare di canottaggio nelle vasche borboniche. Sia chiaro: fare ginnastica o sport, festeggiare un matrimonio e sentire musica pop sono cose degnissime e bellissime, ma sono tutte manifestazioni che assolutamente nulla portano al museo o al monumento dal punto di vista di una comprensione maggiore e più diffusa del patrimonio culturale. Sarebbe come se per diffondere il senso della legalità i giudici organizzassero feste in maschera nei tribunali, o se per incoraggiare la profilassi e l’igiene i medici organizzassero gare di tango negli ospedali. Semplicemente queste attività utilizzano il museo o il monumento come location di lusso, declassandola a scenario pittoresco. Ma per far questo non serve una formazione di alto livello, un dottorato di ricerca internazionale e un’esperienza pluriennale nel settore: basta la pro-loco.

Evidentemente non è questa la via da battere. Potrei allora parlare delle nuove tecnologie che utilizza la ricerca e la didattica universitaria, a Firenze come in altre università: la scansione 3D, i droni, il GIS, il georadar, le tecniche archeometriche, i trattamenti dell’immagine. In fondo è quello che gli stessi studenti ci chiedono: una formazione aperta agli sviluppi delle nuove tecnologie e una robusta componente pratica – le cd. competenze e abilità. Non prenderò nemmeno questa strada perché il mio compito non è fare pubblicità alla mia università e inoltre scenderei in dettagli tecnici in fondo secondari rispetto al nocciolo del problema. Competenze e abilità hanno senso solo se a monte di esse esistono dei nuclei forti di contenuti, per evitare che le tecnologie restino un guscio vuoto. L’essenziale piuttosto è lo sviluppo di una capacità critica e progettuale. Solo così è possibile evitare il rischio di affidarsi a mode passeggere e si potranno leggere le domande implicite delle varie componenti del pubblico, per offrire lo stimolo necessario a un arricchimento personale del visitatore.

Per delineare quello che a me sembra il nocciolo della questione, limiterò il mio discorso a due punti chiave. Il primo potrà sembrare un’affermazione scontata, ma sono certo che chi lavora nell’insegnamento mi darà ragione: per sviluppare capacità critica e visione d’insieme vanno curate innanzitutto le competenze linguistiche ed ermeneutiche. Chi sa entrare in un problema cogliendone il nocciolo, chi sa gerarchizzare l’informazione, chi sa organizzare un progetto ed esprimerlo con linguaggio appropriato e incisivo, chi sa adattarsi al pubblico che ha di fronte modulando il linguaggio e il tono saprà fare o saprà imparare e applicare facilmente tutto il resto, mentre il contrario non è necessariamente vero.

Il secondo punto su cui insistere è favorire lo sviluppo di una passione civica. Che cosa significa questo?  Credo che gli ultimi libri di Salvatore Settis lo abbiano spiegato perfettamente: il rapporto tra una corretta gestione del patrimonio culturale e il senso della cittadinanza è fondamentale: il patrimonio non deve diventare una macchina per fare soldi, perché serve a qualcosa di molto più importante: serve a fare cittadini. In questo senso la formazione universitaria deve far riflettere sul rapporto necessario che esiste tra ricerca e comunicazione e – per quanto riguarda i Beni Culturali – sull’impatto che la ricerca umanistica può e deve avere sulla società. Senza questa premessa ogni operazione culturale si riduce a marketing privo di anima. Si potrà forse definire questo approccio Public Archaeology con un linguaggio alla moda, oppure si potrà parlare in termini più tradizionali – ma forse più comprensibili – del valore fondante del patrimonio per la convivenza civile e per la specificità culturale, nonché di una prospettiva integrata tra paesaggio e cultura, tra ecosistema e semiosfera. L’essenziale è che una tale prospettiva resti alla base di qualsiasi lezione e seminario, anche dell’insegnamento più tecnico e applicativo, perché è chiaro che il linguaggio che utilizziamo non è neutro.

Sono due infatti le principali tentazioni a cui, senza nemmeno accorgercene, cediamo quotidianamente: la prima è quella di parlare del patrimonio culturale come del “petrolio d’Italia”. Ciò vuol dire che accettiamo implicitamente la logica dello sfruttamento: come un giacimento di petrolio, il patrimonio va spremuto finche è possibile, sapendo che prima o poi esaurirà le sue riserve e non ne rimarrà più nulla. Vuoi per consunzione fisica, vuoi per svuotamento di senso, rimarrà nel migliore dei casi un bello sfondo folkloristico per organizzare qualche altra cosa, qualsiasi altra cosa. 

La seconda tentazione è quella della retorica delle radici identitarie. È assolutamente necessario avere una robusta identità, ma sappiamo bene come in passato il patrimonio sia stato manipolato politicamente e anche oggi esiste il rischio di utilizzarlo come bandiera di italianità, di romanità, di fiorentinità e potrei continuare elencando numerosi campanili. Il patrimonio invece deve costituire uno strumento di riflessione e di dialogo, una risorsa e una riserva di possibilità inespresse – per dirla con Paul Ricoeur – ovvero – per citare Ernst Bloch – come la chiave per recuperare “il futuro represso che non poté realizzarsi nella densa pasta del divenuto”.


Il testo è stato presentato al convegno I confini della mediazione nei musei pubblici e professionalità, tenutosi presso l’Università di Firenze il 15 e 16 novembre 2017, e ora è pubblicato in G. Del Gobbo, G. Galeotti, V. Pica, V. Zucchi (a cura di), Museums & Society. Sguardi interdisciplinari sul museo, Pisa, 2020, pp. 171–174

Immagine in evidenza tratta da G. Del Gobbo, G. Galeotti, V. Pica, V. Zucchi (a cura di), Museums & Society. Sguardi interdisciplinari sul museo, Pisa, 2020