di Paola Somma

Le misure che le pubbliche istituzioni, e le task force private che le dirigono, stanno predisponendo per la cosiddetta fase 2, quella in cui ci addestreranno a comportarci da responsabili lavoratori e consumatori, sono un caso da manuale di come funziona la shock economy, altrimenti detta il capitalismo dei disastri, magistralmente indagata e descritta da Naomi Klein.

Dopo averci subissato per due mesi con le emozionanti evoluzioni degli elicotteri a caccia del cittadino disobbediente, seduto da solo su una panchina o su uno scoglio con la sua arma di distruzione di massa, ora imprenditori, progettisti e amministratori hanno cominciato a far circolare anticipazioni e rendering che mostrano come saranno uffici, ristoranti e treni a prova di coronavirus. Apparentemente scollegate, le varie proposte in offerta sono tutte del tipo “compri 1 e paghi 2”, riservate, cioè, a chi potrà permettersi il costo di due biglietti per un posto. 

Nel caso degli spazi e dei servizi pubblici, quando/se verranno ripristinati, il distanziamento/razionamento non potrà, almeno ufficialmente, seguire lo stesso criterio, ma in ogni caso la quantità di spazio vitale a disposizione di ciascuno di noi sarà, ancor più che in passato, un indicatore delle nuove e accentuate forme di iniquità sociale considerate “normali nel mondo che non sarà più come prima”.

Come ogni risorsa scarsa, infatti, lo spazio libero varrà molto, ed è chiaro che chi riuscirà a garantirsene il controllo fin d’ora, appropriandosi di ogni metro quadrato possibile, e/o stabilendo le norme d’uso ed i criteri di accesso per la quota residuale che rimarrà pubblica, disporrà di una rendita di enorme valore, oltre che del potere di imporci nuovi modelli di vita associata. 

Due notizie di cronaca sono un utile punto di partenza per ragionare sulla questione e trovare i modi per prevenire ulteriori privatizzazioni dello spazio pubblico e, possibilmente,  ottenere qualche restituzione. 

La prima riguarda un cubicolo di plexiglass da porre attorno ad ogni ombrellone, per consentire le vacanze al mare al riparo dal coronavirus. Il progetto, messo a punto dalla ditta Nuova Neon di Serramazzoni, in provincia di Modena (che in questi mesi ha continuato a lavorare, perché dispone di “tre codici”, il che le ha consentito di non chiudere mai) prevede varie opzioni. Si va dal recinto di 3, 5 metri di lato per una coppia senza figli, a quello di 4,5 metri per una famiglia con due bambini, fino ai più spaziosi quadrati di 6 metri di lato. 

Fra i vari commenti ironici e indignati, quello più intelligente è stato espresso dal presidente della regione Veneto, Luca Zaia che ha detto: “capisco la creatività, ma è inquietante”. 

In realtà, la gabbia di mare dovrebbe essere considerata una vera e propria installazione di land art che, come ogni opera d’arte ci inquieta per la sua capacità di togliere il velo che impedisce di vedere la vita come è, e nel caso specifico svela a tutti come, anche prima del virus, le spiagge fossero depositi di corpi in gabbia. L’idea di utilizzarla su larga scala è stata respinta con sdegno da bagnini, gestori di stabilimenti balneari e sindaci. A loro avviso, la soluzione per garantire il distanziamento tra un cliente e l’altro consiste semplicemente nel dare “più spazio agli stabilimenti balneari”. Quindi, dalla Versilia alla Campania, dalla Liguria al Veneto, oltre a reclamare la riduzione se non l’azzeramento dei canoni di affitto, tutti chiedono al governo di eliminare o restringere le spiagge libere e allargare le concessioni. Così, se in passato nelle brochure pubblicitarie delle varie località si esaltava la presunta purezza dell’acqua marina, quest’anno saranno le garanzie sanitarie – a Jesolo sono addirittura pronti ad allestire dei “tunnel igienizzanti”, attraverso i quali far transitare i vacanzieri e irrorarli di disinfettante – e la distanza fra un ombrellone e l’altro a fare la differenza di prezzo. 

Non c’è dubbio che il governo, non solo sarà d’accordo nello stringere questi patti di proficua collaborazione, ma ci solleciterà a mostrarci riconoscenti con il privato che ci dà una mano. Quando poi, l’anno prossimo, troveremo le spiagge libere recintate, ci diranno che non si può tornare indietro, che i gestori hanno fatto degli investimenti, che ci sono dei posti di lavoro da salvaguardare, e comunque “non c’è alternativa.” 

Se si avvicina un’estate triste per i bambini, che derubati della scuola speravano di poter andare in spiaggia, meglio non andrà per i bambini che resteranno in città. 

Intervistata da la Repubblica, il 15 aprile, Elena Bonetti, ministro alle pari opportunità e alla famiglia ha detto che sta pensando a ingressi scaglionati nei parchi gioco per consentire ai bambini di fare “due tiri al pallone”. Una preoccupazione condivisibile, purtroppo non accompagnata da nessun dettaglio concreto. La ministra, infatti, non ha spiegato se ogni bambino avrà una sua carta annonaria che gli garantirà un certo numero di ingressi o un tempo massimo di permanenza al parco in un determinato periodo, né ha chiarito se delle modalità organizzative si sta occupando il suo dicastero o se la ministra per l’innovazione digitale, Paola Pisano, ha appaltato la messa a punto di una apposita APP (accesso parco pubblico).

E soprattutto, la ministra Bonetti, che è una professoressa di matematica, non ha reso noti i numeri necessari per capire cosa significa in concreto il razionamento dei parchi giochi. In parole povere, non ha detto quanti sono i bambini, quanti metri quadrati e quanti accompagnatori sono necessari, quanti metri quadrati sono realmente disponibili. E neppure ha detto come intende procedere se il rapporto tra domanda e offerta di parco gioco si rivelasse così misero da richiedere un incremento significativo della quantità del bene di cui si propone il razionamento, affinché la gita al parco non sia un miraggio o una promessa elettorale. 

Per non limitarci alla denuncia, che di questi tempi viene bollata come disfattismo e tradimento della patria, offriamo due suggerimenti alla professoressa Bonetti: 

– avviare immediatamente in tutte le città italiane la ricognizione e mappatura dei parchi e giardini disponibili e di quelli potenzialmente recuperabili, magari facendoceli restituire dai privati ai quali sono stati dati in gestione, inclusi gli spazi scoperti delle scuole private alle quali continuiamo ad elargire i soldi dei contribuenti, e gli spazi aperti di proprietà di enti religiosi che non pagano l’IMU;

– coordinare il piano per i bambini al parco con la collega Lucia Azzolina, ministra alla pubblica istruzione, al fine di abbinare le uscite all’aperto con l’avvio di iniziative di “scuola all’aperto”, una prassi diffusa in altri paesi europei, e sperimentata, purtroppo senza il necessario supporto istituzionale, anche in qualche città italiana.  Dedicare i prossimi mesi a un progetto che coniughi la creazione di opportunità di lavoro con il benessere psichico e fisico dei bambini, e quindi delle loro famiglie e della collettività in genere, dovrebbe sembrare preferibile rispetto alla decisione di aspettare settembre per  riaprire le scuole pollaio, come le ha definite la ministra Azzolina, o peggio ancora dare ai bambini un voucher per comprarsi un dispositivo che funzioni da alibi per un governo che distrugge la scuola pubblica per cederne i clienti alle multinazionali.    

In quanto alle risorse, sembra che non manchino se il 15 aprile, lo stesso giorno in cui la ministra Bonetti ha ventilato il razionamento dei parchi gioco, il Parlamento ha approvato il decreto con cui il governo si impegna a fornire agevolazioni fiscali e garanzie finanziarie agli organizzatori delle Olimpiadi di Cortina del 2026 e delle finali di tennis a Torino. Una votazione quasi all’unanimità, che Vincenzo Spadafora, ministro per le politiche giovanili e per lo sport, ha definito “un messaggio di unità e speranza”.