Nonostante le ricorrenti dichiarazioni d’amore per la terra sarda, il governo regionale sardista-leghista deborda nel programma di scialo urbanistico. A supporto la tesi di Confindustria sarda:

“creare sviluppo superando tutti i blocchi che lo frenano”. La crescita edilizia senza intralci per trainare l’economia:  è il jingle noto (copyright Berlusconi).  

La ricetta è il cantiere perpetuo: ovunque per impedire la morte dell’ “entroterra della Sardegna”. Un capovolgimento di senso che connota  l’ultima puntata del piano-casa per tutti, trailer inquietante della legge organica che verrà, secondo il presidente Solinas.  

Non è difficile prevedere che la gran parte degli interventi di trasformazione riguarderà le aree più prossime alle rive e in misura trascurabile  il resto dell’isola disabitata. Saranno le aree più pregiate/protette ad attrarre gli investimenti, laddove può capitare di vendere il mitico metroquadro  a prezzi pompati grazie alla vista del mare che mettiamo noi. Ogni tanto un ricco russo ci sta  alimentando racconti fantastici. Come quelli sui cercatori d’oro che raccoglievano “pepite grandi come massi”.

Ecco, allo svuotamento del centro dell’isola contribuirà ancora questo aleatorio scintillio, l’ illusione  di trovare occupazione e magari fortuna negli agglomerati litoranei. Ma non sono più i tempi di una volta, signora mia, quando i manovali nei cantieri diventavano camerieri (basta chiedere alla Caritas quanto è attiva con i più sfigati nelle cosiddette capitali del turismo). 

Un disegno fallace in assenza di un quadro conoscitivo aggiornato (fermo a 20 anni fa) e per l’assenza di presupposti. Per cui ogni scelta è approssimativa e spesso infondata. Penso all’ incremento, apparentemente ragionevole, delle volumetrie concesse agli alberghi, in verità frustrati da un misero indice di occupazione: poco sopra il 50% nei mesi estivi, un’ inezia nel resto dell’anno (fonte Crenos).

Un’insensatezza (più camere=più turisti) che spinge ai sparpagliare altre case-vacanza ovunque,  generate dalle preesistenze in percentuali crescenti ad ogni giro,  e con la pericolosa trovata dei crediti volumetrici cedibili  senza il controllo della pianificazione sovraccomunale. E nonostante l’ eccedenza di edifici utilizzati un paio di mesi all’anno (se va bene). Come dicono non solo le statistiche ma finalmente pure gli albergatori, stremati da questa offerta unita alla concorrenza spietata nel mappamondo del turismo.  Mentre si rivela, in modo drammatico,  il  deficit dei mezzi di trasporto, da/per l’isola,  e a prezzi insostenibili.

Questa volta eravamo preparati – dobbiamo rinoscerlo. Il sentimento iperliberista della destra sarda era esibito in campagna elettorale. E corroborato  dallo smarrimento del centrosinistra  isolano a guida PD,  in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio.

Normale  lo sprint della nuova maggioranza:  per  compiacere  attese variegate, altolocate e  di proprietari di campagnette. L’assessore regionale all’urbanistica nega la previsione di nuove costruzioni nelle aree tutelate dagli artt. 19 e 20 delle norme del Ppr; perché “previste a suo tempo dalle giunte di centrosinistra”. Minimizza sugli incrementi percentuali più generosi consentiti dalla sua legge,  pure con il curioso supplemento (+ 10%) per i costruttori virtuosi. Si dice fiducioso su pronunce della Consulta che favorirebbero spicce correzioni del piano paesaggistico con legge regionale: inammissibile secondo i giudici costituzionali  con la sentenza  n. 182/2006. E con  altre successive pure su atti della Regione Sardegna.  Alla quale non è impedito di aggiornare le disposizioni del Ppr,  com’è anzi richiesto dalla legge, sempreché il procedimento sia convenuto con lo Stato. Tempo perso  imboccare scorciatoie e invocare deroghe all’art. 9 della Costituzione o al Codice dei BBCC.  E  malaccorto scansare la verifica attraverso la pianificazione. Per  la misurazione degli effetti, non solo paesaggistici, di  idee a zig -zag. Come quella di consentire a chiunque, pure privo dei requisiti di imprenditore agricolo, l’utilizzo delle  campagne per finalità abitative, già incautamente avanzata dal PD (La Nuova Sardegna del 20 aprile 2018). In questo solco si accomoda la più azzardata disposizione  per  ammettere  la somma di “corpi aziendali” pure dislocati  in  comuni limitrofi. Per costituire la superficie minima d’intervento  soprattutto in funzione della residenza diffusa in campagna (dove si dovrebbe casomai incentivare la realizzazione di nuovi caseifici e cantine).  

Ma l’aria che tira autorizza i pessimisti ad aspettarsi il peggio: che so, un emendamento di poche parole per favorire  la cessione e il trasferimento di titoli edificatori da un comune montano ad uno marino, provocando un perverso cortocircuito pure nel mercato delle aree adatte per la produzione agro-alimentare, sulle quali la Sardegna dovrebbe scommettere con crescenti investimenti. Un altro urgente motivo di riflessione per i giovani che guardano preoccupati al futuro dei territori  maltrattati del pianeta.

 

versione ridotta di questo articolo è apparsa su La Nuova Sardegna del 19 gennaio 2020