Anche quest’anno sono andato in montagna. Sulle Dolomiti bellunesi. Nelle zone stravolte dal vento di “Vaia”, nell’ottobre scorso. Interi boschi rasi al suolo e con essi sentieri non sempre
riaperti, nonostante i volontari del Cai abbiano fatto l’impossibile. Nonostante in molti rifugi il personale si prodighi in informazioni e consigli. La gran parte degli alberi spezzati oppure addirittura strappati dal terreno rimangono dove il vento li ha trascinati. Per provvedere alla rimozione si attende la prossima primavera, quando saranno disponibili le risorse economiche e quelle umane. Già perché per spostare i tronchi e quindi fare la pulizia necessaria per procedere alla nuova piantumazione servono soldi, ma anche persone. Molte di più di quante siano reperibili in loco.
 Comunque quei luoghi rimangono bellissimi, ancora. Ma il Paesaggio si stenta a riconoscere. Mancano punti di riferimento che erano lì da centinaia di anni. La geografia visiva va ricostruita. Prestando attenzione. Perché in questi territori non è solo “Vaia” ad aver fatto disastri. Prima dell’uragano ci sono stati i tanti progetti idroelettrici che hanno costretto ad irregimentare lunghi tratti di diversi corsi d’acqua. Circostanza che ha comportato la ridefinizione di molti tracciati. Prima dell’uragano queste zone hanno visto crescere le piste invernali e gli impianti di risalita. D’altra parte come negare la vocazione turistica? Non è tutto. Le strade, in gran parte bianche, aperte per raggiungere i rifugi, anche di alta quota, si sono moltiplicate. Insomma le Dolomiti bellunesi, “Vaia” a parte, negli ultimi decenni sono state interessate da lavori che ne hanno alterato l’aspetto. E con esso l’unicità.

“Le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree che è straordinaria nel contesto mondiale. Queste montagne possiedono inoltre un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra”. Con queste parole il 26 giugno 2009 l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio Mondiale per il loro valore estetico e paesaggistico e per l’importanza scientifica a livello geologico e geomorfologico. Insomma tutte motivazioni che hanno evidentemente a che fare con i caratteri naturali. Perché sono queste peculiarità a farne una somma di luoghi straordinari. Il turismo, seppur importante per l’economia locale, non c’entrava nulla. Allora come ora. Ed invece proprio in nome del turismo si è stravolto il paesaggio. Aprendo la montagna a sempre più persone. Cercando di attrarre, in ogni modo. Badando senza troppi riguardi ai numeri.

Quest’anno, sono ritornato sulla Marmolada, il gruppo montuoso più alto delle Dolomiti. Volevo accertarmi dell’arretramento del ghiacciaio. Sono salito con la funivia. Da Malga Ciapela a 1450 metri a Serauta a 2950 metri e da qui a Punta Rocca, a 3265 metri. All’arrivo per un bel tratto, sul ghiacciaio, dei teloni bianchi, stesi per evitare che il passaggio continuo cancelli una parte di quel che resta. Con curiosità, insieme a molti altri, mi sono spinto oltre i teloni. Ho scrutato all’orizzonte. Che spettacolo! Ma poi con lo sguardo sono piombato, quasi naturalmente, in basso, sul ghiacciaio. Forse non avrei dovuto farlo. Prima ho trovato una buccia di banana, più in là, l’involucro di una merendina. Di plastica, come la vaschetta di una Nutella ed il tappo di una bottiglia. Mi sono allontanato un po’, il minimo necessario per vedere la carta di una caramella. Ho raccolto quel che ho riconosciuto e me lo sono riportato giù. Con tristezza.

“Avvicinatevi, vi prego, esaminate questo spettacolo che senza ombra di dubbio è una delle cose più belle, potenti e straordinarie di cui questo pianeta disponga… Sono pietre o nuvole? Sono vere oppure è un sogno?”. Dino Buzzati ne Le montagne di vetro, nel 1956, parla di una montagna che non esiste quasi più. Per colpa nostra.

 

FQ, 1 agosto 2019