Zero verifiche – Einaudi pubblica un saggio dello storico Sergio Luzzatto, che prende per buona la versione di De Caro, condannato per il saccheggio della biblioteca napoletana coperto dall’establishment

“Montanari, che l’ha allertata sulle abilità menzognere e manipolatorie di De Caro, ha letto il libro?’ ‘Sì, l’ha detestato. Ha detto che mi sono fatto abbindolare, che mi sono innamorato del personaggio. Non credo sia andata così, anche se non avrò scoperto tutte le sue bugie e sfondato tutte le sue reticenze. Giudicheranno i lettori”.

Prendo questo dialogo dall’intervista che Sergio Luzzatto – ordinario di Storia moderna all’Università di Torino – ha concesso al Venerdì di Repubblica. È il modo più efficace per saltare i preliminari, e finire subito in mezzo alla palude rappresentata dal libro di cui si parla: Max the Fox. O le relazioni pericolose.

C’è un motivo per cui quell’intervista ha tirato in ballo il mio giudizio sul libro: ne sono un personaggio. E ce n’è anche un altro: Luzzatto ritenne di dovermi chiedere il permesso di scriverlo, questo benedetto libro. E visto che egli ha deciso di svelare il mio terzo ruolo, quello di privato censore, mi ritengo autorizzato a spiegare perché, sì, trovo ‘detestabile’ il libro e sbagliata la decisione di Einaudi (che è anche il mio, di editore) di metterlo in catalogo. Il 29 ottobre del 2015, mi arriva questa email: “Caro Tomaso, parlavo oggi con un libraio antiquario di Torino che a quanto pare conosci anche tu, e scambiavamo idee sulla vicenda Girolamini: da film, sostiene giustamente il libraio. Domanda: tu ci scriverai un libro? Perché se non lo farai tu, mi verrebbe voglia di scriverlo io … Un caro saluto, Sergio”.

Il lettore reclamerà qualche lume sulla “vicenda Girolamini”. Nel giugno 2011 riesce a farsi nominare direttore della Biblioteca statale dei Girolamini a Napoli (una delle più importanti d’Italia) Marino Massimo De Caro. Nessuna laurea, e una scia di indizi che lo fa ritenere un protagonista del commercio illegale dei libri antichi, su scala globale. Una volpe a guardia del pollaio: ma il ministro per i Beni culturali è Giancarlo Galan (ex Publitalia) e De Caro è il braccio destro del bibliofilo Marcello Dell’Utri, già capo di Publitalia. Il 25 marzo del 2012 vengo informato (dal collega e amico Filippomaria Pontani, a sua volta allertato dai bibliotecari Piergianni e Maria Rosaria Berardi) che De Caro sta saccheggiando sistematicamente la Biblioteca. Vado, vedo e decido di denunciarlo sulle pagine di questo giornale, il 30 marzo: è l’innesco di una bomba. Mentre infuria una dura battaglia giornalistica (il Mattino e il Tg1 col ladro; Gian Antonio Stella, dal Corriere, contro) e politica (i berlusconiani fanno quadrato in Parlamento e fuori) interviene Gianni Melillo, allora procuratore aggiunto di Napoli. La biblioteca viene sequestrata, De Caro arrestato. Ne scaturisce la più grande inchiesta sul mercato illegale di beni culturali della storia repubblicana: i riflessi sono internazionali, il titolare di una casa d’aste tedesca finisce in carcere, a Napoli. De Caro è condannato in via definitiva per peculato, mentre è ancora a processo, insieme ad altri complici, per associazione a delinquere, e devastazione e saccheggio. Tra poco si aprirà il processo a Marcello Dell’Utri, nelle cui mani arrivò il fior fiore dei libri su cui studiò Giovan Battista Vico.

Quando Luzzatto mi propone di scrivere un libro su tutto questo, immagino subito la serietà e l’acume con cui uno storico della sua cultura e della sua bravura saprà spiegare come è stato possibile che il sistema della tutela e l’intero establishment culturale napoletano si squagliassero di fronte all’imbarazzante, povera figura del direttore-ladro. Molte sono ancora le domande aperte: sulla complicità del mercato internazionale dei libri antichi; sulla vera entità del danno, drammaticamente incurabile; sulla pavidità colpevole di ministri e alti funzionari dei Beni culturali…

Invece, quando mi arriva la prima stesura del libro, è il 28 maggio del 2018, mi cade la mascella. Il titolo è: Un eroe del nostro tempo, e sotto campeggia la fotografia di De Caro col berretto da carabiniere. Non è un libro “sulla vicenda dei Girolamini”: è un libro (un’apologia, una dichiarazione d’amore, un atto di empatia…) per il saccheggiatore. Anzi, un libro sul rapporto tra personaggio e autore, ritratti mentre tubano, via Skype (dove De Caro è Max the Fox) e di persona.

Un rapporto che valica una soglia impensabile: “‘Se dal tuo libro viene fuori un film (e, ti assicuro, non può che venirne fuori un film!, ha aggiunto sorridendo) – dice il ladro al professore –, per la vendita dei diritti facciamo fifty-fifty’. Cosa potevo rispondergli, lì per lì, sui due piedi? Ho sorriso a mia volta, ho accettato la proposta, ci siamo stretti la mano. Il mio primo deal con un reo confesso, ho pensato”. Un passaggio opportunamente eliminato dal libro Einaudi: e tuttavia mi chiedo se quel patto sia sempre valido. Se, cioè, il lettore che compra il libro stia inconsapevolmente contribuendo ad arricchire, in prospettiva, il distruttore della Biblioteca dei Girolamini.

“Parole come verità, o realtà, sono divenute per qualcuno impronunciabili a meno che non siano racchiuse tra virgolette, scritte o mimate”, ha scritto Carlo Ginzburg stigmatizzando la deriva relativistica che porta – e queste sono parole di Ernest Gombrich – “alla rinuncia dell’eredità più preziosa di qualsiasi attività umanistica, che è la convinzione di partecipare alla ricerca della verità”. Luzzatto a questa eredità ha rinunciato, in scioltezza: egli sceglie di non visitare la Biblioteca, di non parlare nemmeno una volta con i bibliotecari, eroici ma ancora precari. Vuole dimostrare che la storia del presente non sia possibile. Che sia vano cercare la verità storica, persa in un labirinto di specchi che rimandano all’infinito solo l’immagine dell’eroe De Caro e del suo empatico esegeta. Un lavoro tutto da scrivania, proprio come quello dello scrittore: senza la scomodità di archivi e biblioteche (quelle superstiti, intendo).

Un esempio: De Caro gli dice che è riuscito a farsi regalare dalla Biblioteca Vaticana le prime edizioni delle opere di Galileo appartenute al suo grande antagonista, papa Urbano VIII Barberini. Una notizia clamorosa, che Luzzatto non prova nemmeno a verificare in Vaticano, come qualunque storico farebbe. Non lo fa perché si convince di stare scrivendo un libro di letteratura. Come quelli di Carrère e Cercas: come Truman Capote, certifica l’italianista Gianluigi Simonetti, sulle pagine dedicate appunto ai romanzi dal Sole 24 Ore. Accostamenti lusinghieri, che non saprei vedere. Vedo, invece, l’ambiguità morale dell’operazione: quella che manda in estasi Giuliano Ferrara, che sul Foglio ha svelato che Luzzatto aveva pensato, prima di decidersi per De Caro, di dedicare un libro a lui stesso. Un’orgia di narcisismo.

La quarta di copertina ricorda per ben tre volte che Luzzatto è uno storico, e un professore di Storia: perché è sulla sua consolidata reputazione di storico (e non sul possibile talento da scrittore) che si fa leva per vendere il libro, di cui pur si nega il carattere storico. Un’operazione cinica: che non sarebbe stata possibile se la straziata Biblioteca dei Girolamini fosse a Milano o a Torino, invece che in una Napoli mai così remota dalla coscienza civile italiana.

Come mi han detto, sconsolati, i bibliotecari (unici veri eroi civili di una storia vera), c’è poco da fare: i poteri (mediatici, editoriali, intellettuali) in questo Paese stanno sempre dalla parte giusta. Quella del potere.

 

FQ   | 5 Marzo 2019