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Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

Simone Oggionni, Beni culturali: ripartire dalla tutela, non dal business

Nei pochi minuti che ho a disposizione vorrei esprimere un giudizio sulla riforma Franceschini, provando a delineare in controluce alcune proposte semplici e concrete.

Mi pare di poter dire che l’errore più grave compiuto dalla riforma sia la separazione dei due momenti della tutela e della valorizzazione, con la creazione di una gerarchia insopportabile che antepone la valorizzazione (assolutizzando l’obiettivo di aumentare gli introiti, massimizzare i profitti) e svaluta la tutela. Del resto Franceschini, se vogliamo essere onesti, non ha l’esclusiva delle responsabilità: ha semmai portato a compimento un ritornello intonato dalla politica italiana da diversi decenni secondo cui la tutela e la gestione del patrimonio culturale andavano separati. Io rimango invece dell’avviso di Settis, il quale ormai vent’anni fa scriveva che «tutela e gestione non si possono separare: sono due momenti intimamente connessi di un processo unico. […] Conoscenza-tutela-gestione-fruizione nel contesto culturale del territorio: è questo, preziosa eredità del nostro secolare sistema museale e della nostra cultura istituzionale e civile, un circolo che sarebbe dannoso spezzare». Del resto, ancora nel Codice dei beni culturali del 2004 questo circolo veniva garantito, laddove si riconosceva che la tutela era «diretta a riconoscere, proteggere e conservare» il bene affinché potesse essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi.

Con la riforma invece questo legame si spezza in nome dell’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale. Ma qual è l’oggetto della commercializzazione? Chi fa introiti? Soltanto quella piccola minoranza di super-musei che viene completamente sradicata dal sistema culturale generale.

In questo senso abbiamo due scissioni, non una: la prima è quella tra musei nazionali e patrimonio artistico del territorio e la seconda è tra musei di serie A (le venti grandi istituzioni dagli Uffizi a Capodimonte, da Brera all’Accademia di Venezia) e i musei di serie B (i tanti musei nazionali delle città di provincia). Basta leggere i risultati della ricerca dell’Istat di metà gennaio per capire come è composto il nostro patrimonio culturale, qual è la sua natura peculiare. Il nostro Paese gode di un altissimo numero di istituti della cultura, 4.889 tra musei pubblici e privati, parchi archeologici, monumenti e complessi monumentali, distribuiti su 2.371 comuni. Questo vuol dire che in almeno un comune su tre esiste una struttura museale, una ogni cento chilometri quadrati, una ogni dodicimila abitanti. L’80% dei 4900 musei italiani non arriva a contare un afflusso di 10.000 visitatori all’anno. Questa è la realtà italiana, che andrebbe tutelata, valorizzata, posta al centro di un progetto di cura e di riforma. E invece i soldi, gli investimenti, i pochi investimenti che si fanno, sono diretti alla ristretta cerchia di grandi musei, lasciando le briciole a questa grande rete di presidi culturali periferici.

Del cosiddetto “miliardo per la cultura” presentato nel 2016, 292 milioni (quindi quasi il 30% del totale) sono destinati a interventi per i musei autonomi, mentre il resto è concentrato su pochi altri siti.

Questo appare in definitiva il senso della valorizzazione, intesa sempre più come una mercificazione spinta, controllata direttamente dalla politica, data in gestione agli enti locali (che ora nominano perfino i membri dei consigli scientifici dei musei) e ai privati per trarre profitto anche attraverso attività discutibili e che nulla hanno a che fare – ci torneremo – con il valore culturale dei luoghi e dei beni da questi ospitati.

Sugli introiti e gli investimenti aggiungo soltanto una cosa. Franceschini, per rispondere a queste e altre obiezioni, ha più volte detto che grazie alla riforma gli introiti sono cresciuti. Mi permetto di segnalare che questi aumenti sono in linea con l’aumento dei flussi turistici relativi allo stesso periodo. Ma, a monte, io contesto questa idea, cioè che si possa giudicare una riforma dell’architettura istituzionale del sistema culturale dai ricavi e non dagli investimenti. In questa classifical’Italia è terzultima in Europa, con lo 0,29% del Pil, davanti solo e Irlanda e Romania. Prima di ogni altra cosa occorrerebbe alzare questa percentuale alle media europea. Poi si può iniziare a discutere.

E infine c’è l’altro versante della questione, cioè la tutela, che è lasciata a soprintendenze pesantemente indebolite, sottomesse grazie alla legge Madia ad un organo di governo locale come la Prefettura.

Il combinato disposto dell’attribuzione delle funzioni superiori al Prefetto, organo governativo, e della prevalenza del parere prefettizio (quindi politico) sul parere tecnico rischia di cancellare la terzietà della pubblica amministrazione garantita dalla Costituzione, perdendo anche l’ultima garanzia di imparzialità nell’esercizio della tutela.

È difficile non vedere in questo l’eco di un’antica avversione contro le Sovrintendenze, la voce più forte che a livello istituzionale si è opposta nel corso dei decenni agli interessi speculativi e privati di grandi gruppi economici e industriali.

Abbiamo ora a che fare con sovrintendenze miste in cui l’unificazione delle tre competenze della tutela (archeologi, storici dell’arte e architetti) in un unico istituto ha portato a generali problemi di legittimità degli atti amministrativi. L’indagine che voi avete promosso tra i funzionari MiBACT ha messo in evidenza come questo abbia prodotto un calo del 53% delle pratiche di tutela generale tra il primo ed il secondo semestre 2017. Con un corollario inaccettabile che riguarda l’occupazione. Nel settore non lavorano, è bene ricordarlo, soltanto i direttori o i funzionari, ma più di diecimila liberi professionisti (archeologi, storici dell’arte, restauratori, architetti) che vivono del lavoro delle procedure di tutela: il crollo delle procedure crea evidenti conseguenze per migliaia di professionisti difficilmente ricollocabili.

Ecco allora, e concludo, alcune proposte.

La prima riguarda il lavoro: il nostro movimento si chiama Articolo Uno,siamo tra quelli che ritengono che la nostra Costituzione abbia un valore prescrittivo irrinunciabile: vogliamo vivere in una Repubblica fondata sul lavoro. E il lavoro nei beni culturali per noi è la massima priorità. Anche qui, basterebbe leggere i dati Istat. I 4.889 istituti museali italiani impiegano 38.338 lavoratori, a fronte di 10.975volontari e di 1.378 operatori del Servizio Civile Nazionale. Contemporaneamente, l’organico stabile del MiBACT si è ridotto di circa cinquemila unità in cinque anni e il grande concorso dei 500 funzionari non è riuscito neppure a coprire i pensionamenti. Per questo motivo avvertiamo la necessità di un nuovo piano d’assunzioni di funzionari, tecnici, addetti alle sale che possano far fronte a questa strutturale carenza di personale. E pensiamo vada rivista la legge Ronchey sulle esternalizzazioni: è impensabile credere di far fronte al problema del sottodimensionamento dell’organico con uno scriteriato ricorso al volontariato che abbassa la qualità del lavoro e crea una sorta di concorrenza sleale tra i lavoratori. Il lavoro è lavoro: va pagato e va qualificato con tutele e diritti uguali per tutti.

La seconda riguarda la cultura digitale: il ministro Franceschini rivendica di avere fatto molto in questo settore, rinnovando siti web, promuovendo progetti di digitalizzazione, proseguendo la catalogazione del patrimonio nazionale. I dati di una ricerca dell’Osservatorio per l’Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali delineano un quadro diverso: nel 2016 solo il 57% dei musei aveva un sito web e il 52% un account sui social, e ancor più esiguo è il numero dei musei forniti di newsletter (25%), di ricostruzioni virtuali o allestimenti interattivi (20%), di catalogo online (13%). Qui occorre accelerare: servono cataloghi online, la catalogazione digitale del patrimonio e un catalogo generale dei beni culturali. Qualcuno storcerà il naso, ma siamo nel 2019: bisogna muoversi e farlo in fretta.

La terza riguarda la necessità di dare nuovo slancio alla tutela, rinsaldando i legami tra musei e territorio. Si apra una discussione. Personalmente penso che occorra eliminare i poli museali, riattribuendo i musei e le strutture locali alle Soprintendenze locali.

Allo stesso tempo, non penso sia un’eresia pensare di ripristinare le soprintendenze specialistiche di settore. Si può e si deve discutere: quel che è certo è che l’obiettivo deve essere riconciliare tutela e valorizzazione. Si può farlo con le soprintendenze olistiche? Ho dubbi. Certamente non così.

La quarta è un corollario della terza: bisogna tornare a occuparsi dei piccoli musei, che registrano cali significativi di visitatori. L’autonomia dei principali musei ha distratto fondi che prima arrivavano ai musei periferici. Proponiamo che il fondo di solidarietà, allo scopo di raggiungere un punto d’equilibrio tra introiti e numero di visitatori, sia alzato dal 20% al 30%.

E infine una proposta semplicissima: che i musei facciano i musei. E non le location di matrimoni, balli in maschera, presentazioni aziendali, sfilate di moda. La cultura, lo ripetiamo, è innanzitutto una cosa seria.

 

Intervento all’iniziativa dell’Associazione nazionale dei tecnici per la tutela dei beni culturali e ambientali, Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, palazzo Venezia, Roma, 26 febbraio 2019

 

https://www.reblab.it/2019/02/beni-culturali-ripartire-dalla-tutela-non-dal-business/

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