Perché scrivere di una mostra all’indomani della sua chiusura? Può essere utile, se l’obiettivo non è quello «tradizionale» di una recensione, allo scopo di incentivare le visite o scoraggiarle, ma quello di iniziare a pretendere che ai visitatori vengano riconosciuti dei diritti, equiparandoli

a dei veri e propri consumatori, anche se trattasi del terreno eletto dell’arte. Consumatori del Bello, di valori intangibili, secondo un processo di «consumo» unico e irripetibile, che non fa deperire il bene in oggetto, come se si trattasse di un abito o un alimento, ma che al contrario concorre a un accrescimento qualitativo del benessere dell’individuo.

Se acquistiamo un elettrodomestico con un malfunzionamento è possibile chiederne la sostituzione. Anche se funzionante e il negoziante aveva assicurato essere adatto alle nostre particolari esigenze, salvo scoprire che non le soddisfa affatto. Perché, allora, sulla base di dati oggettivi, e non certo su variabili legate al gusto soggettivo, non si può far valere a tutela del visitatore il diritto di recesso anche per l’acquisto del biglietto di una mostra? Se si esce dal museo delusi per essersi visti rifilare un prodotto per un altro o col vago sospetto di essere stati addirittura truffati una soluzione di risarcimento immediato potrebbe, per esempio, essere quella di capovolgere la prassi secondo cui il biglietto lo si acquista in entrata. Se lo si facesse, invece, pagare alla fine del percorso? Una provocazione. Forse. È evidente, comunque, che un discorso del genere nulla abbia a che vedere con la visione esasperatamente economicistica dell’Assessore dei beni culturali e dell’Identità siciliana, Sebastiano Tusa, che chiama «clienti» i visitatori di un museo e che per la mostra oggetto di queste riflessioni, dedicata ad Antonello da Messina alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, ha usato il pugno duro con i direttori di alcuni musei isolani contrari al prestito essenzialmente per ragioni di opportunità conservativa delle opere, ma con i risultati di cui ci apprestiamo a dire.

Comunicazione ingannevole: solo metà della metà delle opere annunciate, fotocopie incorniciate al posto degli originali, avvisi disinformanti

Della monografica dedicata ad Antonello a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, non si poteva che attendere la chiusura (il 10 febbraio) per scriverne compiutamente. Non solo perché è prevista una seconda «tappa» a Milano, a Palazzo Reale (dal 21 febbraio al 2 giugno 2019) che, per «l’aggiunta di opere non presenti a  Palermo», promette già di essere la vera e propria mostra, quella del progetto scientifico originario, non realizzato a Palermo, ma perché la «qualità» dell’evento espositivo nel capoluogo siciliano si è potuta mettere pienamente a fuoco solo man mano che se n’è potuto verificare lo scollamento da quanto annunciato. Lungi, infatti, dal comunicato stampa che l’ha presentata come un evento che ha riunito per la prima volta in Sicilia «quasi la metà delle opere esistenti di Antonello Da Messina», la mostra ne è riuscita a proporre solo 11, delle quali ben 6 dai soli musei siciliani. Solo 11 su un catalogo di 48 (quelle esposte nel 2006 alle Scuderie del Quirinale). La qualità di una mostra non la si pesa di certo impilando le opere d’arte sul piatto della bilancia, ma se a livello di comunicazione si fa leva sull’«eccezionalità» dell’evento («Cinquecentotrentanove anni: mezzo millennio, cinque secoli per rimetterne insieme l’eredità visiva», «spettacolare allestimento», recita il comunicato, «Antonello di certo si commuoverebbe» addirittura) e poi non si mantiene la promessa, si fatica a non chiamarla pubblicità ingannevole. Ben altro, infatti, era alle origini il progetto espositivo di questa mostra, che avrebbe dovuto portare a Palermo il Cristo alla Colonna del Louvre, il San Girolamo nello studio della National Gallery di Londra, il Ritratto d’uomo della Gemäldegalerie di Berlino, la Vergine col Bambino dell’Accademia di Carrara di Bergamo, la Vergine Annunciata della Pinacoteca di Como, l’Ecce Homo del Collegio Alberoni di Piacenza, la Visita dei tre angeli ad Abramo e il San Girolamo penitente, entrambi del Museo Civico di Reggio Calabria, il Ritratto d’uomo della Galleria Borghese di Roma, quello di Palazzo Madama di Torino, la Vergine leggente della collezione Luciana Forti degli Adimari di Venezia. Ma anche Antonello de Saliba, Pietro de Saliba, Colantonio, Jacometto Veneziano. Perché non sono mai arrivate a Palermo?

Quale che sia stato l’anello debole della catena organizzativa (Regione Siciliana, Città di Palermo, MondoMostre,  in collaborazione col Comune di Milano) l’affidabilità della Regione Siciliana ne esce compromessa. Incapaci di parlare alla pari con gli altri prestatori, nazionali o internazionali, non solo non si sono ottenute le opere come previsto ma pure la scelta dell’icona della mostra non la si può certo dire un omaggio a Palermo e alla Sicilia: è il volto del San Benedetto (Trittico di Firenze), di proprietà della Regione Lombardia, e non quello sublime dell’Annunciata di Palermo. Eppure non un curatore, ma lo stesso Presidente della Regione Nello Musumeci scrive in catalogo: «la mostra per la prima volta porta la pittura di Antonello a Palermo per riunirla intorno all’Annunciata, punto di arrivo e sintesi del percorso individuale artistico di Antonello». E come lo si è sottolineato in mostra questo valore assoluto? Tagliandola fuori dal percorso espositivo! La messa in scena dell’allestimento, pannelli, supporti, apparati didascalici, tutto inizia, infatti, dalla sala successiva a quella in cui la celebre tavola, insieme ai tre Dottori della Chiesa, sono stati lasciati tali e quali nel loro allestimento permanente della Galleria.  Bastava anche solo avere il «coraggio» di spostare l’Annunciata dallo storico allestimento scarpiano  per trasferirla alla fine del percorso espositivo, sì da rendere evidente che, appunto, è lì la somma «sintesi del percorso individuale artistico di Antonello». Un coraggio curatoriale che nel marzo scorso non era mancato a Vittorio Sgarbi che  per il suo «preludio» (così aveva chiamato l’allestimento straordinario in vista di questa monografica-evento) aveva fatto «scendere» l’Annunziata per farla dialogare al piano terra col Busto di Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana e la nota fotografia della ragazza afgana dagli occhi verdi e il mantello rosso immortalata da Steve McCurry nel 1984.

L’assenza come tema dominate della mostra: esperimento… o fallimento?

L’impressione è che questa mostra sia piombata «per caso» all’Abatellis, in attesa del secondo appuntamento a Milano. Difficile altrimenti spiegarsi perché si sia persa l’occasione, come non sarà possibile a Palazzo Reale, di collocare «Antonello nel contesto culturale e sociale del Mediterraneo, evidenziando la centralità della Sicilia» (recita ancora il comunicato stampa), ma facendolo non tanto con una scenografica pannellistica didascalica, come quella che accoglie il visitatore, buona per ogni contesto (così funzionano le mostre itineranti), ma proprio mettendo le opere in dialogo con la collezione permanente del museo. Per una malintesa teoria della reciprocità dei prestiti, proprio la perla della collezione che avrebbe permesso di raffrontare le suggestioni delle Fiandre in Antonello con la grande tradizione fiamminga nel momento in cui scopre il Rinascimento italiano, il Trittico Malvagna, è stato inviato a Messina, per sedare le accese polemiche locali, in cambio del Polittico di San Gregorio.

Ma, forse, siamo noi che non comprendiamo. Si è trattato probabilmente di un esperimento «in absentia» a cui è stato sottoposto l’ignaro visitatore. Dopo l’Annunciata tagliata fuori dall’allestimento, il percorso ha finalmente inizio. Sì, ma senza le opere. Nella grande sala con affaccio sull’affresco staccato del Trionfo della morte, l’assenza è, infatti, il tema dominante. Dove sono finite le due tavole da Reggio Calabria? Al loro posto due fotocopie ben incorniciate da un importante allestimento. Dei bigliettini, dall’inizio fino almeno al giorno della visita di chi scrive, il 19 gennaio, (dis)informavano il visitatore facendogli credere che le opere fossero lì per approdare al museo da una settimana all’altra, mentre che non sarebbe avvenuto lo si sapeva almeno da quando era stato mandato alle stampe il catalogo della mostra, dove, infatti, tra gli enti e musei prestatori non figura il Museo Civico di Reggio Calabria. Si è poi saputo che i tempi ristretti del prestito non hanno consentito alla direzione di quest’ultimo di acquisire il parere favorevole della Soprintendenza.

Il parere dei tecnici: un fardello

Già, il parere della Soprintendenza. In Sicilia se n’è potuto fare a meno. E malgrado l’iniziale contrarietà dei direttori dei musei, oltre alle barricate di associazioni, stampa, giornali, l’Annunciazione di Siracusa e il Polittico di San Gregorio di Messina alla fine sono arrivate a Palermo. Adesso, però, è più chiaro perché non vi si potesse proprio rinunciare, nella defezione generale di prestatori. E invece che farsi perdonare lo strappo, nessuna protezione per il delicatissimo Polittico di Messina, nemmeno un cordolo come quello che distanzia il visitatore dall’Annunciazione. Si poteva usare quello finito davanti al Ritratto Mandralisca di Cefalù, dove non serviva a niente, dato che il dipinto era già schermato da un vetro. E mentre le polemiche sono infuriate per la presunta teca microclimatizzata di cui l’opera siracusana sarebbe stata privata nel trasferimento dal Bellomo all’Abatellis (si tratta, invece, di un supporto espositivo antieffrazione) nessuno si è chiesto che fine avesse fatto quella sì, termoclimatizzata, di cui è dotato il Ritratto di Cefalù nel museo di appartenenza.

I costi: ma l’Abatellis non è il British

Ma quanto è costato visitare questa mostra? Per vedere metà della metà delle opere annunciate, con fotocopie incorniciate al posto degli originali, avvisi ingannevoli, etc.,  ben 13 euro di biglietto, ingresso al museo però gratis. Si saranno ispirati al modello anglosassone. Solo che lì le mostre, costose, sono di altissimo livello. I musei londinesi, poi, sono sempre gratuiti e la differenza la fanno i servizi al pubblico, mentre l’Abatellis ha rinunciato per i due mesi della mostra agli 8 euro dell’ingresso e non ha un gestore privato, per un bicchiere d’acqua devi cercare un bar fuori  dal museo. Qual è la percentuale sullo sbigliettamento andata alla Regione? Per ottenere un vantaggio economico non può che essere stata superiore al 61,5%, che corrisponde agli 8 euro ordinari.

Concludiamo mettendo ancora al centro il visitatore e i suoi diritti: si dovrebbe pretendere sulla carta stampata, come quella che ha magnificato quest’operazione, la dicitura «inserzione pubblicitaria», simile a quella che scorre nei programmi televisivi sponsorizzati. Se si investe in pubblicità, e non c’è nulla di male, il lettore-potenziale visitatore, però, dovrebbe essere avvisato che non si tratta di recensione indipendente.

 

12/02/2019