la raccolta delle opere di Antonello – indipendentemente dalla copiosità  esposta-   è l’unico elemento analogico che connette quella che fu nel ’53

un’operazione scientifica culturale con l’intrapresa promozionale dei beni culturali in corso all’Abatellis dove prevalgono invece “ logiche mercatali”. La differenza è sostanziale: con la prima si realizzò un grande processo di “messa-in-tutela” di un patrimonio storico-artistico comune; con la seconda si realizza un’ iniziativa economico-imprenditoriale di “messa-in-valore” (monetizzazione) di quel che viene definito – tristemente – «giacimento culturale»

La mostra sull’opera di Antonello da Messina ospitata in questi giorni a Palermo presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis – da febbraio volerà via a Milano – oltre a registrare tanti entusiasmi, ha avviato molte polemiche che mostrano anch’esse di essere funzionali al successo dell’«Evento», in quanto hanno calamitato più dei rallegramenti l’attenzione e la furia di una parte dell’opinione pubblica.

L’«Evento» viene pubblicizzato con toni trionfalistici e parole che rinviano ad un fatto eccezionale: “Per la prima volta le opere di Antonello riunite a Palazzo Abatellis”.

Se in tanti ricordano la grande mostra dedicata allo stesso pittore presso le Scuderie del Quirinale nel 2006, luogo ormai da tempo adibito al consumo dell’arte, molti non sanno che nel 1953 venne organizzata un’importante esposizione del grande messinese proprio nella sua città natale. Noi abbiamo voluto consultare il catalogo del ’53, per valutare quanto dei presupposti di quella iniziativa culturale siano ancora validi per l’«Evento» che scorre sotto gli occhi degli spettatori contemporanei.

Il volume dal titolo Antonello da Messina e la pittura del ‘400 in Sicilia, a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Caradente, con introduzione di Giuseppe Fiocco, indicava tra i promotori dell’iniziativa nomi illustri del mondo accademico come Stefano Bottari, allora ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Catania, e tra i collaboratori Ferdinando Bologna, Raffaello Causa e Federico  Zeri. 

Facevano, invece, parte della Commissione istituita per la scelta delle opere in mostra, oltre al presidente Giuseppe Fiocco (ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Padova), Giulio Carlo Argan (in quel momento Ispettore Centrale della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti), Cesare Brandi (quale Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro) e altri nomi illustri del panorama nazionale e internazionale: Emilio Lavagnino, Rodolfo Pallucchini, Wart  Arslan, Martin Davies, Charles Sterling, Jan Lauts.

L’esposizione – a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Carandente – venne allestita da Carlo Scarpa e Roberto Calandra. L’occasione di tale incontro diede avvio, peraltro, alla proficua collaborazione tra Vigni e Scarpa che avrà come esito felicissimo la realizzazione del percorso espositivo proprio dell’ala quattrocentesca di Palazzo Abatellis, che in questi giorni ha dovuto fare spazio alla mostra di Antonello.

Per asserzione degli organizzatori non vennero “risparmiate le fatiche, per raccogliere i dipinti del grande Messinese, sparsi in Italia e nel mondo: fatiche ardue, per difficoltà reali e per resistenze non sempre comprensibili,  compensate, per fortuna, da spontanei e pronti gesti di solidarietà” che portarono per la prima volta a raccogliere in un’unica esposizione gran parte dell’opera di Antonello per il pubblico godimento e, in particolare, “a vantaggio  di amatori e studiosi” che videro riunite all’interno della medesima mostra pitture del ‘300 e ‘400, provenienti da diversi luoghi dell’Isola. Infatti: “Per onorare Antonello si doveva, anzitutto, comporre il panorama della sua opera”  a partire dalla pittura coeva presente in Sicilia. In merito si esprimeva Salvatore Pugliatti, presidente del comitato esecutivo: “il monte altissimo, non sorge nel vuoto, ma si sistema in un paesaggio, nel quale acquistano e danno senso le altre montagne, anche più basse, ma pur le colline, e le vallate e le pianure, ed anche un casolare o un albero solitario”. 

Si procedette così alla ricognizione delle opere pittoriche: “alcune compromesse dal tempo e dall’incuria, altre coperte da densi strati di sudiciume che seppellivano i toni originari e alteravano i rapporti cromatici; altre rovinate dalle drastiche ripuliture che avevano corroso il tessuto e la sostanza del colore; altre ancora sovraccariche di ridipinture che le avevano del tutto sfigurate”. Pertanto si rese necessario “un vasto e decisivo intervento di restauro” che fu possibile grazie ai finanziamenti della Regione Siciliana e dell’allora Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti. Cosicché, sotto la guida dell’Istituto Centrale del Restauro e della Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia, furono allestiti ben tre laboratori di restauro a Messina, a Catania e a Palermo: nella città dello stretto il cantiere, attrezzato dal Comune, si avvalse del personale tecnico – restauratori, falegnami e fotografi – dell’Istituto Centrale del Restauro; mentre la Soprintendenza alle Gallerie diresse e coordinò i laboratori di Catania (impiantato all’interno dell’Ospizio di Beneficienza della città etnea) e di Palermo (che trovò posto presso quella che sarebbe divenuta la Galleria Nazionale della Sicilia). 

Il carattere meramente divulgativo del catalogo non permise di inserire i dati tecnico-scientifici emersi durante i restauri, che sarebbero stati pubblicati successivamente – come asserito nella presentazione – dall’Istituto Centrale del Restauro nel Bollettino dell’Istituto e dalla Soprintendenza alle Gallerie “in altra pubblicazione”. Stando alle parole degli organizzatori “mai era stata compiuta, nel campo dei restauri, un’opera di così vasta portata in così breve tempo”. Si deve a questa straordinaria impresa anche lo svelamento di alcune opere antonelliane. Infatti, a seguito del lavoro di ripulitura, un successo acclarato fu quello relativo alle “tre tavolette” palermitane che gli studiosi” poterono “con sicura coscienza attribuire ad Antonello” mentre il risultato più ambizioso fu sicuramente quello di avere posto in salvo “gran parte del patrimonio artistico isolano … da sicura rovina e messo in valore”.  

Ritornando ai nostri giorni, alla luce di quanto emerso dalla lettura del catalogo del ’53, ci chiediamo quali siano oggi i presupposti della mostra ospitata a Palazzo Abatellis: No la tutela e la conservazione delle opere in mostra (stante le polemiche suscitate dal trasferimento a Palermo di opere delicatissime come l’Annunciazione di Siracusa e il Polittico di Messina, per le quali vige ancora il decreto di inamovibilità emesso dallo stesso Assessorato che ne ha, tuttavia, disposto e assicurato la presenza nel capoluogo regionale); No lo studio scientifico che consentì allora di inserire nel catalogo dell’artista le tre tavole dell’Abatellis raffiguranti i Dottori della Chiesa. 

Per altri versi la mostra già nel titolo “Antonello da Messina” rende esplicita l’aspirazione circoscritta all’opera dell’artista, senza avvantaggiarsi dell’esposizione permanente nella sede ospitante, non solo di alcune delle opere del Trecento e del Quattrocento che nel ’53 servirono a creare il contesto da cui l’arte di Antonello prese le mosse ma anche della presenza straordinaria dei dipinti di alcuni pittori fiamminghi che operarono pressoché nella stessa epoca di Antonello – i quali hanno ceduto per l’occasione la loro saletta al grande messinese – e il cui confronto visivo sarebbe stato quanto meno auspicabile.

Infine spiace constatare la pratica ormai consolidata che a dettare le regole del godimento del patrimonio culturale siano le imprese che usufruiscono degli spazi in totale autonomia: una gestione “quasi privatistica” legittimata da una legislazione al limite della costituzionalità. Una linea confermata anche nella specifico dell’esposizione presso la la Galleria pubblica panormita, dove il volto mercantile domina allorquando si  pretende che anche le scuole paghino il biglietto di ingresso alla mostra di Antonello (euro 5), quando per regolamento a Palazzo Abatellis – così come negli altri siti museali e archeologici della Regione Siciliana- agli studenti in visita scolastica viene “staccato” il biglietto gratuito, e questo non per liberalità dell’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, ma in ossequio ai principi fondamentali didattici e formativi, di cui agli artt. 9 e 34 della Costituzione Italiana.