Sui tornelli di Venezia hanno ragione i no-global del centro sociale Morion. Hanno ragione quando dicono che non c’è bisogno di cancelli, ma di case. La morte della città, infatti, non si

ferma con misure estemporanee dal sapore poliziesco e propagandistico, ma solo tornando a governarla, tornando a dire e a pensare la cosa più ovvia, e insieme più negata e più rivoluzionaria: Venezia è una città. Non una location, non un grande resort o una colossale seconda casa per ricchi, non lo sfondo per le micidiali Grandi Navi. Non tutto questo, ma una città.

Il problema di Venezia non si risolve se is parte dai numeri in entrata (i turisti): bisogna cambiare quelli in uscita (i residenti). Al tempo di Tiziano la città, delle stesse dimensioni di quella di oggi, aveva quasi 170.000 abitanti: oggi non si arriva a 50.000. Questo è il problema. E la soluzione è invertire la rotta delle politiche che hanno causato questo esodo di massa. Tornare a governare i prezzi del mercato immobiliare, il proliferare di strutture ricettive, reimpiantare i servizi necessari a chi ci vive ogni giorno, fare manutenzione della città. Bisogna far “convivere insieme il monumento artistico e la bottega artigiana, il palazzo del ricco e le case di chi in quei quartieri è nato e vive, la festa popolare e la festa d’arte con i suoi ospiti e i turisti che le fanno corona. Si tratta d’una politica attenta, dimensionata sui contatti specifici, differenziata luogo per luogo, quartiere per quartiere; accettabile e comprensibile in pio luogo dalle singole comunità, da coloro infine che sono i soli depositari dell’identità storica e umana dei luoghi”. Sono parole di Eugenio Scalfari, scritte su questo giornale in un illuminato articolo del 1989 che denunciava, all’indomani del distruttivo concerto dei Pink Floyd, “l’uso scellerato che una classe politica inetta e incolta fa di Venezia in particolare e delle città d’arte italiane in generale”. Parole tutte vere ancora oggi: anzi, oggi rese più gravi e urgenti da altri trent’anni di errori gravi. L’articolo si intitolava “I vandali in Comune”: e bisogna riconoscere che la distruzione di Venezia come città è una grave responsabilità delle amministrazioni degli ultimi decenni.

Oggi siamo arrivati al bivio finale: o si lasciano perder gli imbarazzanti diversivi dei tornelli e dei numeri chiusi, e si ricomincia a governare Venezia con in mente un progetto di città, o non ci sarà nulla da fare.

In St.Mark’s Rest, l’ultimo suo grande tributo a Venezia (1877-84), John Ruskin si lascia andare a un fulminante gioco di parole: la decadenza della città era  iniziata quando le autorità veneziane avevano iniziato a credere al “regno di San Petrolio invece che a quello di San Pietro”. Ruskin vedeva che la religione dl mercato soppiantava la religione civile del bene comune. E non poteva scegliere  parola più profetica: il petrolio. Quello delle Grandi Navi, ma soprattutto quello metaforico della rendita del patrimonio culturale, che distrugge anche Firenze e tante altre “città d’arte” che non sono più  governate, vivono alla giornata dei frutti di un turismo che le svuota e le consuma. Città ridotte a una somma di interessi privati il cui risultato è lontanissimo dal bene pubblico.

Piero Bevilacqua ha scritto che “la storia di Venezia è la storia di un successo nel governo dell’ambiente che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque  e della città”. La lezione è chiara: non serve la polizia all’ingresso del luna park, bisogna trasformare quel luna park in una città. 

 

Repubblica, 30 Aprile 2018