“Insomma che che ne pensino i vecchi ex Soprintendenti la tutela del nostro patrimonio può andare di pari passo con la sua valorizzazione”. La conclusione del servizio che il TG1 del 6 gennaio ha dedicato ai numeri sulla fruizione dei luoghi della cultura italiana nel 2017 é un evidente riferimento alla denuncia di alcuni giorni fa. La denuncia di ex Soprintendenti appunto,

ma anche professori universitari e persone che quel mondo lo conoscono. Persone che parlano dei risvolti della riforma Franceschini, al posto di chi continua a lavorare per il Mibact ed é impossibilitato a farlo.
Il TG1 ripropone, come hanno fatto d’altra parte anche diversi quotidiani, la voce del ministro della cultura. Offre ai telespettatori l’immagine di un Paese nel quale i Beni culturali sembrano diventati un asset strategico. Incassi che aumentano, così come gli ingressi.
“I musei e i siti archeologici italiani stanno vivendo un momento di rinnovata vitalità e al successo dei visitatori e degli incassi corrisponde una nuova centralità nella vita culturale nazionale, un rafforzamento della ricerca e della produzione scientifica e un ritrovato legame con le scuole e con i territori”, ha sottolineato il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini. Il Colosseo con oltre 7 milioni di visitatori, Pompei con 3,4 milioni, la Galleria dell’Accademia di Firenze con 1,6 milioni e Castel Sant’Angelo con 1,1 milioni sono i siti da record. Tra le Regioni a primeggiare il Lazio con 23.047.225, seguito dalla Campania con 8.782.715 e dalla Toscana con 7.042.018. Ma ovunque é un successo, soprattutto nei luoghi nei quali la riforma ha potuto mostrare la sua bontà.
Contrastare questa vulgata è difficile, é più che evidente. Il difficile non é argomentare che quei numeri restituiscono una realtà parziale, cioè di una parte del Paese. Insomma di alcuni luoghi, non della complessità che poi costituisce la caratterisca italiana. Il problema é veicolare un pensiero, un ragionamento, differente da quello del ministro. Se oltre a diversi quotidiani anche la Rai, ed in particolare i tg del canale di punta, veicola i numeri del ministro, davvero non c’è più nulla da fare. Ben inteso, niente di errato a dare voce al ministro dei beni culturali. E’ doveroso che il servizio pubblico restituisca le cifre fornite dal Mibact e ne parli con entusiasmo. Il punto è un altro. Permettere che ci sia lo spazio per chi ritiene che quei numeri siano per certi versi “drogati”. Siano una rappresentazione viziata della realtà. E questo non accade. Come se fosse giusto. Come se fosse un servizio offrire esclusivamente una voce. Appunto, quella del ministro.
Ma in tutto questo c’é qualcosa di ancora più sconfortante ed avvilente. In questo metodico raccontare quel che accade nei Beni culturali riproponendo la versione di Franceschini c è qualcosa di più triste. Capire di che si tratta non è poi così difficile. E’ sufficiente, appunto, seguire i servizi della Rai. Non c’é occasione nella quale la riproposizione della “meravigliosa nuova stagione dei beni culturali” non sia interrotta da una notazione critica contro chi quei numeri cerca di analizzarli. Unico accenno di ragionamento tra molti “copia e incolla”. In questa occasione, a commento dei numeri da record del 2017, c’é la stoccata agli ex soprintendenti. Già perché proprio quei numeri sarebbero la dimostrazione che le critiche piovute su Franceschini per la riforma delle soprintendenze e del sistema museale sono state ingiuste, la certificazione che la valorizzazione “alla Franceschini” va bene. Anzi, va benissimo.
Sperare che il servizio pubblico usi equilibrio bipartisan, nei confronti del ministro e della schiera dei suoi potenziali detrattori, é davvero impossibile? Chiedere almeno ai tg di offrire informazioni, senza inserire giudizi personali, é ancora possibile?
Da telespettatore mi provoca un forte disagio assistere ad una partita di calcio commentata da un giornalista che non fa nulla per mascherare la sua fede sportiva per una delle due squadre. La circostanza che questo accada sulle reti pubbliche per le quali é obbligatorio pagare un canone, una sensazione di profonda ingiustizia.

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