Rispondo con molto piacere all’esemplare giornalista Marco Frittella, che ritwitta questo cinguettio del Mibact: «Il bilancio della riforma dei #museitaliani è eccezionale: in 4 anni +12 mln di visitatori (+31%) e +70 mln di euro di incassi (+53%). Risorse preziose per la tutela che tornano ai musei con un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà”», chiosandolo così: «Non ditelo a @tomasomontanari, gli dareste un dolore». E lo tranquillizzo:

caro Frittella, grazie del pensiero. Ma, davvero, ho avuto dolori peggiori. Per esempio mi addolora che tanti giornalisti italiani preferiscano servire come ufficio stampa del potere invece che provare ad esercitare un minimo di senso critico.

Nel caso specifico di fronte alla grancassa di Dario Franceschini un quarto potere degno di questo nome potrebbe farsi come minimo tre domande.

La prima, per chi amasse ancora un po’ il giornalismo di inchiesta: come sono raccolti questi dati? Quanto sono attendibili quelli, per esempio, delle domeniche gratuite? Quanto sono verificabili i dati differenziali di siti senza uno storico di accessi degli anni precedenti? Quanto ci si può fidare dei concessionari titolari delle biglietterie. Assicuro che le sorprese non mancherebbero.

La seconda, per un giornalismo culturale ancora degno di questo nome. Qual è il senso di questo trionfalismo in un Paese che non riesce ancora a tirar su le macerie del patrimonio culturale del cratere del sisma dell’Italia centrale? Nel Paese in cui una città come Napoli ha oltre duecento chiese monumentali chiuse? Nel Paese con un’enorme fuga di cervelli di archeologi e storici dell’arte e in cui il Mibact ricorre su larga scala allo schiavismo mascherato da volontariato? Nel Paese in cui quegli stessi musei sono scatole vuote, incapaci di fare ricerca e di produrre conoscenza. Non sarebbe forse il caso di allargare la focale e rimettere in contesto l’autoelogio di Franceschini?

E poi la terza. La più semplice, la più centrale. Ammettiamo che tutti i dati siano veri e che siano degni di tanta lode: siamo però sicuri che il destinatario degli elogi dovrebbe essere colui che oggi chiama così fragorosamente gli applausi?

E cioè: qual è il nesso tra il record dei musei e la riforma dei musei? I dati presenti sulla pagina delle statistche Mibact certificano ciò che tutti gli addetti al lavoro sanno: il trend dei visitatori dei musei italiani è in crescita costante dal 2000 ad oggi, senza interruzioni e senza impennate. E nessuno dei visitatori attuali va al Colosseo o agli Uffizi perché c’è stata la riforma Franceschini. Se avessero avuto un ufficio stampa altrettanto buono, anche Sandro Bondi o Giancarlo Galan avrebbero potuto rivendicare la loro fetta di incremento (del tutto indipendente dal loro discutibile operato, ovviamente). La controprova? Lo stesso trend di aumento riguarda i Musei Vaticani: sui quali non credo che la riforma Franceschini possa granché (Deo gratias). Sarebbe possibile (e interessante) ricostruire la storia degli accordi sindacali che hanno permesso di prolungare gli orari di apertura dei vari monumenti e musei: gli unici interventi dei vari ministri che abbiano davvero inciso su numeri altrimenti dettati dai flussi internazionali del turismo. A proposito dei quali, forse sarebbe il caso di domandarsi se la crisi del turismo in Francia, Spagna e Nordafrica legata al terrorismo internazionale e il conseguente boom del turismo italiano non abbiano contato appena più della riforma Franceschini nell’aumentare gli ingressi degli ultimi mesi nei musei italiani.

Ma mi rendo conto che un giornalismo che si facesse e facesse tutte queste domande rischierebbe di dare un dolore al ministro Franceschini. È forse per questo che si leggono davvero pochissime analisi critiche come questa, assai equilibrata e seria, di Gregorio Botta.

Molto meglio ritwittare i cinguettii del signor ministro, e prendersela con quei pochi gufi disfattisti che proprio non vogliono capire che viviamo sotto il migliore dei governi possibili.

http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2018/01/06/il-record-dei-musei-e-quello-del-giornalismo/